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Salerno Economy X.33 – 03.09.2021

“Anche il Pnrr è un flusso nel suo indicare opportunità e regole per ambiente, digitale e reti”.

Il salto d’epoca? “Tra green economy e green society”

Aldo Bonomi: “Il produrre beni di consumo, il racconto del made in Italy si ritrovano al centro dei cambiamenti degli stili di vita. Da qui la necessità di scomporre e ricomporre il fare sostenibilità”.
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Aldo Bonomi
La domanda è semplice, ma di fondamentale importanza per provare a comprendere che cosa succederà - nel breve e medio termine - alle piccole e medie imprese made in Italy alle prese con i mutamenti prodotti dal Covid e con i provvedimenti che sono stati messi in campo - annunciati, per la verità, fino a questo momento - e contenuti nelle vaste e ampie scritture del Pnrr. Un’analisi che, giustamente, tiene in considerazione le dinamiche dei territori, la propone Aldo Bonomi (“Beni di consumo tra civiltà materiale e crisi ambientale”, “Microcosmi”, Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2021). “Se guardiamo all’albero delle imprese del made in Italy - scrive - in cima ci sono multinazionali tascabili come Ferrero, un grappolo di medie imprese eccellenti, per questo spesso imitate e taroccate nel sistema moda-casa-arredamento. Ma è alle radici che occorre guardare, all’agroalimentare di nicchia e di denominazione territoriale patrimonio di biodiversità, così come alla microfisica dei saperi locali che alimentano l’artigiania di qualità che il mondo ci invidia”. Bonomi entra con chiarezza nella problematica più rilevante e spiega: “Il tema della sostenibilità e della green economy è ben presente ai piani alti dell’albero, basta guardare le loro campagne pubblicitarie, ma va fatta scendere e deve diventare non selezione, ma maturità e crescita del nostro saper fare. Perché anche nel salto alla sostenibilità nessuno si salva da solo ma portandosi dietro fornitori o e subfornitori nelle piattaforme. A fare rete ci può aiutare l’altra polarità del cambiamento: la digitalizzazione che non è solo tecnologia, ma modello di strategia di impresa”.
(continua)
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Il discorso pubblico imbastito dalla politica governante è sempre alle prese con paradossi e convulsioni fino alla temporanea stabilizzazione con la nascita del governo Draghi.

La vera sfida del Recovery tra “Visione” ed “Evidenza”

Queste due “dimensioni” potranno marciare a braccetto puntando su investimenti produttivi e rinunciando alle mance elettorali? La sorte del Pnrr è legata a questo interrogativo.
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La prospettiva
di Mariano Ragusa

La politica affida a parole-chiave l’esposizione delle proprie dinamiche. Il lessico politico ne ospita – da qualche anno – una, reiterata con martellante costanza. Quella parola è “Visione”. A pronunciarla nei talk show o a metterla nero su bianco in pensosi editoriali, sono stati studiosi esperti ed analisti (molti dei quali non estranei all’establishment dominante) contagiando il linguaggio dei politici di professione.
Da parte dei primi il ricorso al termine è avvenuto in chiave polemica per rilevarne l’assenza (ed il retrostante pensiero) proprio nel discorso pubblico imbastito dalla politica governante alle prese con paradossi e convulsioni fino alla temporanea stabilizzazione con la nascita del governo Draghi che tutto ha cambiato.
Cosa si intende per “Visione”? Ad incrociarne i significati filologici di natura scientifica e filosofico-religiosa, Visione – possiamo così semplificare – allude ad una “conoscenza anticipata” della realtà in costruzione secondo logiche, parametri, valori e regole. Con ulteriore chiarezza si può dire che Visione sia l’Idea della storia a venire nella sua forma complessa da realizzare. In parte è così anche la voce (lemma assai presente nel linguaggio della politica) Progetto. Solo che, rispetto a quest’ultimo che presuppone una idea rigida e di controllo massimo della realtà da realizzarsi, Visione schiude lo sguardo alla percezione di una creazione che lascia spazio, con la razionalità, anche all’intuizione ed all’immaginario come forze motrici delle realizzazioni pratiche ma soprattutto alla pretesa di un disegno che nessun angolo dell’esistenza collettiva ponga in ombra.
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Il mondo delle imprese continua a stupire per flessibilità “riorganizzativa”; le cosiddette “multinazionali tascabili”.

Il sistema industriale “collaborativo” contro quello “regressivo”

“Abbiamo bisogno di un Governo lungimirante, che accompagni il cambiamento del manifatturiero made in Italy (ma anche europeo), in cerca di una visione di lungo periodo, sostenibile e resiliente, nello spazio globale del fare intrapresa in più settori.
P. Persico-casa-morra-cs-Pasquale-Persico
Pasquale Persico
di Pasquale Persico

La lettura dei giornali specializzati è veramente difficile, specie quando bisogna dare un “giudizio” sul contributo del sistema industriale alla visione di lungo periodo che ci farebbe star meglio in termini di percezione del dopo pandemia. Il governo autorevole di cui abbiamo bisogno è nato fragile e resta tale, si è guadagnato una rispettabilità internazionale ma ancora non è in sintonia con le richieste che provengono dal mondo industriale e dal mondo sindacale, né i partiti della maggioranza sono in grado di abbandonare il giorno per giorno del dibattito sterile per darsi una regola di confronto. L’esigenza di elaborare un programma strutturato, adeguato alla complessità dei temi, rimane una priorità, nonostante qualche buon proposito sia presente nel Pnrr.
La sensazione che il sistema industriale si sia sollevato dallo stallo della pandemia è diventata certezza dall’osservazione dei dati aggregati sullo sviluppo del fatturato industriale; il suo aumento è, certamente, connesso alle aspettative favorevoli, supportate anche da una forte liquidità disponibile. Quella che - da sempre - è stata presentata come la debolezza endogena del sistema manifatturiero ( io stesso, molti anni fa, nel 1973, segnalavo la distribuzione a “J coricata” come la migliore rappresentazione delle caratteristiche strutturali del settore manifatturiero), come, cioè, una mancanza di massa critica adeguata di campioni nazionali di grandi dimensioni, una debolezza della densità delle medie imprese ed una persistente presenza di piccole e piccolissime imprese.
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Entro il 2021 si registrerà l’aumento previsto per il 2020 e bloccato dalla pandemia.

Export agroalimentare da record, 50 miliardi

Il presidente di Federalimentare Vacondio: “Numeri che ci rendono fieri e soddisfatti, ma che non ci colgono di sorpresa: sapevamo che il traguardo era vicino”.
Foto-Cibo Made in Italy
Crescita continua
“Con un aumento a due cifre senza precedenti, l'export agroalimentare italiano toccherà entro il 2021 l’obiettivo dei 50 miliardi, previsto per il 2020 e bloccato dalla pandemia, di cui quasi 40 miliardi di industria alimentare e circa 11 di primario”. Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, analizza i numeri da record che si stanno registrando all’estero: “Numeri che ci rendono fieri e soddisfatti, ma che non ci colgono di sorpresa: sapevamo che il traguardo era vicino”. Secondo gli ultimi dati Istat, l’export dei beni di consumo non durevole, di cui l'alimentare rappresenta una gran parte, ha registrato a giugno 2021 “un incremento del +15,2% su giugno 2020 (quando l'export agroalimentare aveva segnalato un +1,6%), mentre sul semestre l’aumento tendenziale è dell'11,5% (nel semestre 2020 era stato di +2,2%).
“Dopo un anno e mezzo molto duro anche per l'alimentare italiano - sottolinea il presidente Vacondio - finalmente una notizia che ci ripaga di tutti gli sforzi che il settore ha fatto e sta facendo tuttora. L’inizio dell'anno è stato funzionale a coprire il gap che ancora ci portavamo dietro dal 2020, ma ora si prospetta una seconda metà dell'anno che dovrebbe consolidare il tasso di espansione a due cifre dell’agroalimentare, tale da farci arrivare all’obiettivo dei 50 miliardi entro il 2021 e forse addirittura a superarli”. Traguardo di grande rilievo. “Un risultato - aggiunge Vacondio - che dimostra a tutti quanto l’export dell'alimentare complessivamente sia un asset strategico per il Paese su cui puntare e fare investimenti”.
(Fonte: federalimentare.it/13.08.2021)
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Sì a cruditée di verdure, ortaggi grigliati, tagliere di prosciutto (sgrassato) e a qualche fettina di bresaola.

Non ingrassare con l’aperitivo? Consigli per rimanere in forma

Il segreto è come sempre l’equilibrio. Se nel drink c’è lo zucchero, consumiamo qualcosa che ne rallenti l’assorbimento per ridurre così il picco glicemico. Chi riesce può preferire un centrifugato di frutta, ma un solo calice di vino o una birra piccola sono una concessione che possiamo permetterci.
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Si può fare ...
di Maristella Di Martino

Si può fare. Non rinunciamo a questo momento di relax. La chiacchiera con un’amica o un tête-à-tête col proprio uomo o una rimpatriata tra amici ci fanno fare pace col mondo. E se ci stiamo chiedendo se è meglio un calice di vino bianco, un bel drink analcolico o un cocktail che ci regala una leggera ebrezza, eccovi la risposta. Di solito accompagniamo il nostro aperitivo con spuntini succulenti, ma l’ideale è preferire quelli non troppo grassi e pieni di fibre. L’aperitivo potrebbe diventare un vero “attentato” alla nostra linea, ma con alcuni accorgimenti possiamo restare in forma senza rinunciare al piacere che proviamo condividendolo in compagnia.
L’aperitivo è meno formale di una cena, meno impegnativo di un pranzo e, di sicuro, più economico. Oggi, poi, è una moda. Viene chiamato anche apericena o happy hour, ma la sostanza non cambia. Da Nord a Sud, ci accomuna tutti perché lo amiamo in ogni sua declinazione. Ci diamo appuntamento dopo il lavoro, a volte senza neppure passare da casa. Sorseggiamo volentieri uno “Spritz”, un prosecco, un bicchiere di vino e ogni tipo di cocktail ci venga proposto. Il calice, in ogni caso, non arriva mai da solo: è spesso accompagnato da olive, patatine e salatini, ma a volte abbiamo la fortuna di riempire il nostro piatto da un ricco buffet. E la tentazione di fare una scorpacciata poco intelligente è sempre dietro l’angolo potendo spaziare, oltre che tra pietanze preparate secondo la tradizione, tra invitanti proposte etniche e talvolta anche dolci tentazioni.
(continua)
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