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Che giorno fa

La notizia del giorno »



Mi preparo a proporre - mercoledì 25 gennaio - alla tavola rotonda, promossa dalla Università degli Studi Suor Orsola Benincasa con un focus sulle nuove idee relative alla sostenibilità ambientale (alla presenza dell’Assessore Regionale all’Ambiente On. Fulvio Bonavitacola e del Rettore Prof. Lucio D’Alessandro), di esplorare il grado di “resilienza” della Campania nell’utilizzo della geotermia a bassa e media entalpia in complementarietà con il solare. Il ragionamento tiene conto delle mie esplorazioni in Campania a partire dal settore agroalimentare connesso all’agricoltura di alta gamma. La proposta - come risulta da precedenti articoli su www.salernoeconomy.it - ha trovato buona accoglienza nell’area del terremoto in Emilia Romagna (distretto agroalimentare del Modenese). Lo scorso 13 gennaio le imprese del settore convenute ad un incontro promosso dall’Agenzia del Terremoto, hanno incontrato ricercatori dell’Università di Ferrara ed aziende di impiantistica del settore energetico specifico, geotermia e solare, presso il Comune di S. Prospero, ed hanno trasformato il loro interesse in domanda di studi di fattibilità.
Per la Campania ci troviamo di fronte ad una dimensione delle imprese che non è la stessa di quelle del Nord e ad una sensibilità diversa. Ma il nodo è per così dire strutturale - collo di bottiglia? - e riguarda l’assenza nel Mezzogiorno di imprese di impianti in questo specifico segmento di azioni. Ci sono, certamente, professori e ricercatori sensibili, ma manca un tessuto di ricerca applicata sperimentale. Come fare ?
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L'altra notizia »



"A novembre (2022), l’export torna a crescere su base mensile, trainato dalle vendite di beni strumentali verso i Paesi extra Ue, influenzate da operazioni occasionali di elevato impatto (cantieristica navale), al netto delle quali la crescita risulta più contenuta (+1,5%). L’import è in flessione per il terzo mese consecutivo per effetto della contrazione degli acquisti di energia - che riflette il calo dei volumi importati e dei prezzi del gas naturale allo stato gassoso - e beni intermedi.
Su base annua, la crescita dell’export è in lieve accelerazione mentre quella dell’import rallenta ulteriormente. Il deficit energetico è ampio ma l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici aumenta e il saldo commerciale, negativo da dicembre 2021, torna positivo. I prezzi all’import segnano un nuovo calo congiunturale e un’ulteriore decelerazione della crescita tendenziale, cui contribuiscono i ribassi dei prezzi del gas naturale e dei beni intermedi”. E’ questo il quadro descritto dall’Istat relativo al mese di novembre dello scorso anno.
“A novembre 2022 - specifica l’Istat - si stima una crescita congiunturale per le esportazioni (+3,9%) e una flessione per le importazioni (-1,4%). L’aumento su base mensile dell’export è dovuto all’incremento delle vendite verso i mercati extra Ue (+8,3%), mentre quelle verso l’area Ue risultano stazionarie. Nel trimestre settembre-novembre 2022, rispetto al precedente, l’export cresce dell’1,3%, l’import diminuisce del 2,6%. A novembre 2022, l’export cresce su base annua del 18,0% in termini monetari mentre in volume è sostanzialmente invariato (+0,2%)".
(Fonte: istat.it/18.01.2023)
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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

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Il lavoro? Scelta sempre più personale e innovativa

I dati sull’andamento dei flussi occupazionali (Ministero del Lavoro) - primi nove mesi del 2022 - evidenziano una tendenza già più volte segnalata, ma che assume oggi una consistenza sempre più specifica attraverso le dimissioni volontarie, che si posizionano subito dopo i contratti a termine non rinnovati. Abbastanza chiare anche le cause della scelta di non insistere sul mantenimento della propria posizione lavorativa: ricerca di un impiego meglio retribuito o una più consistente conciliazione dei tempi del lavoro con le necessità personali o familiari. In poche parole, i numeri confermano che siamo di fronte ad un nuovo atteggiamento che appare influenzato dalle dinamiche accentuate da quanto si è determinato, nelle varie realtà lavorative, nel periodo pandemico. Giorni durante i quali è apparso evidente che l’aspetto relazionale di un numero sempre più consistente di persone ha sollecitato ad affrontare in maniera più diretta e specifica il problema dell’effettiva valenza complessiva del proprio lavoro (non soltanto l’aspetto strettamente tecnico-operativo) nella graduale scala dei valori di ciascun elemento dell’universo lavorativo, o, per meglio dire, occupazionale. Stiamo parlando del “posto” di lavoro, dell’impiego, della professione da “inserire” all’interno della propria vita. Non è apparso evidente, per la verità, che la controparte del lavoratore - il datore di lavoro (pubblico, privato, indipendente) - comprendesse bene, senza strumentalizzazioni, che cosa si era in quel momento manifestato in maniera così evidente. Tanto è vero che ondate omogenee e non strumentali di “ascolto” al di là degli obiettivi organizzativi da raggiungere senza accumulare ulteriori problemi da gestire, ma disponibili a recepire con chiarezza uno stato di cose, molto probabilmente, non facilmente mutabile, se ne sono viste davvero poche.
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I numeri dell'economia »

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Aumento dei prezzi nel biennio 2022-23 al +14,1%

“Tra caro-energia ed inflazione, nel 2022 le famiglie italiane sono state costrette a bruciare 41,5 miliardi dei propri risparmi nel tentativo di conservare il proprio tenore di vita. Un tenore ormai assediato dai costi incomprimibili: la quota di spesa familiare assorbita da spese per utenze e abitazione dovrebbe infatti assestarsi quest’anno sul 45,8% del totale mensile. Nel 2019 era il 35%”. Sono queste le stime di Confesercenti sull’entità della spesa sostenuta dalle famiglie durante lo scorso anno attingendo ai propri risparmi per fare fronte al costo della vita.
Va sottolineato che l’impatto sulle famiglie si riflette “soprattutto sui redditi medio-bassi”. E, in particolare, sulle famiglie meno abbienti, sul “40% del totale, pari a circa 10,5 milioni di nuclei familiari, i costi fissi varranno quest’anno circa la metà dell’intera spesa mensile (il 49%), riducendo ancora di più lo spazio per le altre spese”.
Confesercenti specifica che “se si considerano anche abbigliamento, bevande e spesa alimentare, la parte di bilancio occupata dai consumi obbligati o quasi sale al 77%, lasciando meno di un quarto (il 23%) disponibile per altro”. Si evince che “le abitudini di spesa” hanno subito una forte modificazione “anche per chi ha un po’ di più”. Si specifica che “per il 40% di famiglie con un reddito medio la quota di bilancio assorbita da bollette e spese per la casa passa dal 35% del 2019 al 45% stimato per quest’anno, mentre la spesa per alimentari e bevande si riduce dal 25 al 23%, e quella da dedicare ad altre spese subisce un vero e proprio crollo, scendendo dal 40% al 32%”.
(Fonte: confesercenti.it/21.01.2023)
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Lo speciale »

P. Persico-casa-morra-cs-Pasquale-Persico

Aree vaste, troppa confusione “concettuale”

di Pasquale Persico

Le città metropolitane nella legge Del Rio sono nove, ma solo le prime tre hanno una dimensione demografica sufficientemente idonea: Roma, Milano e Napoli. Queste grandi città italiane hanno reti funzionali e culturali di area vasta che vanno oltre i confini delle ex-Province di riferimento, in questo senso sono riconoscibili come “città metropolitane”. La legge Del Rio, invece, continua a identificare come “aree vaste” le Province, che sono “aree a territorio esteso”, ma non sempre in reti di “area vasta”. Città metropolitane (e Province) hanno perso, poi, la possibilità di eleggere direttamente il sindaco metropolitano ed il presidente delle diverse Province. Questa caratteristica istituzionale non aiuta la resilienza dei processi di governance, perché le attribuzioni delle competenze non sono bene individuate in termini di reciprocità (e non solo).
L’Europa ed il Pnrr hanno introdotto il linguaggio concettuale degli ecosistemi di innovazione che dovrebbero essere macroaree capaci di legare più eco-regioni fino a raggiungere la massa critica territoriale per generare infrastrutture materiali ed immateriali a largo spettro. Il linguaggio si fa problematico e non aiuta a dare ruoli specifici al 12% dei Comuni che fanno parte delle città metropolitane, ma nemmeno all’88% dei Comuni che fanno parte delle cosiddette aree vaste (province).
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Green Style »

Foto articolo Forte

Natale, spesa per i regali? 177 euro a testa (-7%)

Più di uno (italiano) su due (il 55%) “attende le ultime due settimane per fare gli acquisti”. E’ così che parte lo shopping dei regali di Natale. L’analisi di Coldiretti/Ixe’ che, in occasione delle aperture speciali nei mercati contadini a km 0 di Campagna Amica in tutta Italia, evidenzia “come nonostante la crisi economica e le iniziative promozionali di novembre, a partire dal Black Friday, resiste uno zoccolo duro di tradizionalisti che inizia a scegliere i doni dopo l’Immacolata”. A tirare le somme, “complessivamente la spesa degli italiani per i regali sarà quest’anno di 177 euro a testa, in calo del 7% rispetto allo scorso anno, a causa principalmente della crisi economica, con l’aumento dell’inflazione e i rincari in bolletta legati alla guerra in Ucraina”, (Coldiretti/Ixe’). Si delinea un quadro che specifica che “una maggioranza del 42% conterrà il budget sotto la soglia dei 100 euro, mentre il 30% arriverà fino a 200 euro e un altro 15% si spingerà a 300 euro. Ma c’è anche un 8% che spenderà tra 300 e 500 euro, un 2% che arriverà a 1000 e una ristrettissima minoranza dell’1% che supererà i 2000 euro. Gli altri non hanno ancora deciso quanto spendere”.
Caro bollette e guerra in Ucraina.
"Il caro bollette legato agli effetti della guerra in Ucraina e l’aumento dell’inflazione - spiega la Coldiretti - imprimono quest’anno una spinta verso regali utili e all’interno della famiglia, tra i parenti e gli amici si preferisce scegliere oggetti o servizi a cui non è stato possibile accedere durante l’anno. Tra i regali più gettonati, libri, vestiti e scarpe, soldi, prodotti di bellezza e soprattutto l’enogastronomia anche per l’affermarsi di uno stile di vita attento alla riscoperta della tradizione a tavola".
(Fonte: coldiretti.it/10.12.2022)
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FOCUS on »


di Ernesto Pappalardo

A riflettere bene sulle conseguenze dei lunghi anni della crisi recessiva - e su quelle che potrebbero derivare dal nuovo rallentamento in atto - la fisionomia del sistema economico e produttivo della provincia di Salerno, per la verità, non ne esce eccessivamente male. Si cristallizza in un paradigma ben saldo da diversi decenni in termini di segmentazione del valore aggiunto con una netta “propensione” verso i servizi, il turismo, la ristorazione, l’accoglienza (dichiarata o sommersa). Come in tutte le altre aree del Mezzogiorno (ed in larga parte d’Italia) il manifatturiero in senso stretto accusa difficoltà, ma risponde come può. E cioè con casi virtuosi di aziende export e green oriented che rappresentano una minoranza ben agganciata alle catene della produzione del valore nazionale (ed in parte internazionale), a fronte, però, di una maggioranza che si barcamena, naviga a vista ed è di nuovo alle prese con percorsi di accesso al credito difficili (e molto onerosi in termini di costi). La regressione degli investimenti pubblici, naturalmente, influisce negativamente con maggiore efficacia (se possibile) anche su quelli privati e va a finire che pure strumenti interessanti come la Zona Economica Speciale (che ingloba i porti di Napoli, Salerno e Castellamare di Stabia e le aree retro-portuali) - sebbene in attesa dell’attivazione definitiva delle corsie veloci in termini di semplificazione amministrativa e di credito d’imposta - risentono di uno scarso appeal soprattutto nei confronti di imprese provenienti dall’estero o da territori almeno extra-regionali.
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