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La globalizzazione rompe gli schemi tradizionali sulla pianificazione strategica di area vasta ed assegna alla città metropolitana un nuovo ruolo di moltiplicazione delle reti infrastrutturali, materiali (e non) anche oltre i confini metropolitani. L’Europa è obbligata a programmare nuove reti per soddisfare le esigenze di mobilità di persone, merci ed informazioni; queste componenti della mobilità chiedono di cambiare scala di governance, non più localistica ma capace di moltiplicare le economie di scala, di scopo e di diversità delle macro regioni europee. Sono le città capoluogo a doversi assume la soggettività politica di cucitura, rammendo e sarcitura del potenziale di area vasta, ripartendo da una nuova configurazione della mobilità, accesso ai diritti del welfare riconoscibile come strategico e sussidiario. La pianificazione non è più lineare, specie per i capoluoghi che devono essere protagonisti della idea nuova di città metropolitana, e dell’arcipelago di nuova urbanità diffuso. L’integrazione richiede approcci dove la componente di reazione al cambiamento è orientata al non fragile, ma ad una pianificazione strategica reattiva, resiliente e sostenibile. La nuova pianificazione dovrà emergere dal nuovo approccio, connesso alla transizione ecologica, e a quella energetica, coglie questa esigenza e prefigura la possibilità di integrare progetti sciogliendo definitivamente il nodo dell’integrazione tra settori; infrastrutture di mobilità via terra, infrastrutture di mobilità via mare e infrastrutture di mobilità via cielo devono stare in una visione di politica economica a spettro plurale.
In Europa la politica economica delle infrastrutture è poggiata sulle aree metropolitane che dovranno essere protagoniste della ristrutturazione dei temi dello sviluppo fino a prendersi la responsabilità dell’altra città, le aree esterne all’area metropolitana; queste sono le uniche che ancora assorbono CO2, proxy di tante altre variabili spia del ritardo di funzionalità della rete ecologica della macroarea.
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“Sono 3,1 milioni le persone che in Italia sono costrette a chiedere aiuto per mangiare facendo ricorso alle mense per i poveri o ai pacchi alimentari”. È questa la stima la Coldiretti “sulla base dei dati del Fondo per l’aiuto europeo agli indigenti (Fead) in merito ai dati Istat sulla povertà assoluta nel nostro Paese”. Si specifica che “l’emergenza riguarda ben 630mila bambini sotto i 15 anni - rileva Coldiretti - praticamente un quinto del totale degli assistiti, ai quali vanno aggiunti 356 mila anziani sopra i 65 anni”. Se si prendono in considerazione “tutti coloro che chiedono aiuto per il cibo - specifica sempre la Coldiretti - più di 1 su 5 (23%) è un migrante che nel nostro Paese non riesce a procurarsi da solo il pane quotidiano, ma ci sono anche oltre 90mila senza dimora che vivono per strada, in rifugi di emergenza, in tende o anche in macchina e quasi 34mila disabili”. Risultano determinanti i “pacchi alimentari”. “La stragrande maggioranza di chi è stato costretto a ricorrere agli aiuti - sottolinea Coldiretti - lo fa attraverso la consegna di pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri che, per vergogna, prediligono questa forma di sostegno piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli.
Il fenomeno della Spesa sospesa. “Contro la povertà - aggiunge la Coldiretti - è cresciuta anche la solidarietà che si è estesa dalle organizzazioni di volontariato alle imprese e ai singoli cittadini a partire dall’esperienza della Spesa sospesa nei mercati contadini di Campagna Amica grazie alla quale sono stati raccolti e donati ai più bisognosi nel tempo oltre 10 milioni di chili di cibo. Si tratta - precisa la Coldiretti - di prodotti alimentari di grande qualità, dalla pasta alla frutta e verdura, dall’olio extravergine alla carne e al pesce, dai salumi ai formaggi”.
(Fonte: coldiretti.it/25.03.2024)

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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

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Il voto, la politica e le “ragioni” dello stipendio

Come era facilmente prevedibile, la situazione politica appare destinata ad assumere, regolarmente, un clima di scontro pragmaticamente progressivo, ineludibile, per arrivare alla determinazione di un quadro ben preciso, senza alcun tipo di contraddizione: o di qua o di là. E cioè: da un lato i buoni, coerenti con i propri principi più volte declamati, dall’altro i “cattivi”, alle prese con una serie di “bugie” che devono essere tenute bene in evidenza. Insomma, poco spazio alla creatività o alla fantasia: la politica italiana ha talmente le idee chiare che non “teme” di indicare con largo anticipo ai propri elettori le cose che non vanno nello schieramento contrario, più volte descritto come la conseguenza più evidente di una vera e propria contraddizione che va accantonata, anzi superata. Inutile richiamare, elencare, la serie di errori compiuti a centro, a sinistra e a destra, fino a confondere con una certa regolarità - anche dal punto di vista strettamente temporale - la sequenza di schieramenti che, in fondo, è lì a testimoniare come non sia cambiato proprio nulla negli ultimi venti, trenta’anni più o meno. Come, in realtà, abbia assunto “solo” un’altra valenza epocale la scelta dei partiti che ora sono più lontani, molto più lontani, dal rappresentare una vera e propria scelta esistenziale, oltre che politica. La crisi del significato dei partiti, perché proprio di questo aspetto si tratta, è, ormai, una vicenda che riguarda una parte talmente piccola dell’universo complessivo di quanti riescono ancora a trovare la motivazione didattica per recarsi al seggio elettorale, che in effetti è molto vicino a non significare quasi più nulla. E’ questa la vera e unica contraddizione che attraversa - puntando a prenderne un vero e proprio giovamento di carattere utilitaristico, ovviamente - la politica: meno siamo? Meglio siamo. Ma, a ben vedere, nell’immobilismo più totale, alla vaga ricerca di una ragione concreta per scegliere chi votare - con vari perché che vanno dall’interesse personale a una ragione politica anche di carattere storico o, se volete, anche filatelico - è evidente che siamo sul confine di una nuova prospettiva, questa sì di natura sostanziale. Se voti da una parte forse ci coloreremo di parole d’ordine che, in realtà, non preludono a nulla di tutto quello che vogliono lasciare immaginare; se voti dall’altra, lo scenario che si apre è ugualmente ondivago e abbastanza inconcludente. Restano i confini delle cose che si devono fare, che si possono fare, che le ragioni degli interessi prevalenti - quelli dei grandi gruppi di potere che comandano sempre il mondo (sotto il profilo economico, ovviamente) - configurano come evidenti e urgenti, senza alcuna possibilità di rinviare.
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I numeri dell'economia »

Lo speciale – Immagine consumi

Vendite al dettaglio, leggero recupero in febbraio

“Nel secondo mese dell’anno le vendite al dettaglio riprendono un po’ di slancio dopo il risultato non certo indimenticabile di gennaio, con l’Istat che nelle stime preliminari indica un aumento mensile dello 0,1% sia in valore che in volume, mentre su base annua c’è un aumento del 2,4% in valore e dello 0,3% in volume. Le vendite dei beni alimentari aumentano dello 0,1% in valore e in volume su base congiunturale, e lo stesso andamento si riscontra in confronto a febbraio 2023 (+3,9% in volume e +0,4% in valore). Quanto ai non alimentari c’è un progresso dello 0,2% in valore e dello 0,1% in volume su base congiunturale, mentre il dato annuo parla di un progresso dell’1,1% in valore e dello 0,5% in volume. Nel trimestre novembre 2023-gennaio 2024, in termini congiunturali, le vendite aumentano in valore (+0,1%) e in volume (+0,3%), con le vendite dei beni alimentari stazionarie in valore e giù in volume (-0,7%), mentre quelle dei beni non alimentari crescono in valore (+0,2%) e calano (-0,1%) in volume”. Per i beni non alimentari, “si registrano variazioni tendenziali eterogenee tra i gruppi di prodotti: l’aumento maggiore riguarda i prodotti di profumeria e cura della persona (+7,7%), mentre la diminuzione più forte è per dotazioni per l’informatica, le telecomunicazioni e telefonia (-1,8%). Rispetto a febbraio 2023, il valore delle vendite al dettaglio è in crescita per la grande distribuzione (+4%) e le vendite al di fuori dei negozi”, (+1%), mentre il commercio elettronico è in calo dello 0,5%.”.
Il commento di Confcommercio: “Meglio del previsto, ma alcuni settori ancora in sofferenza”.
“Dato che, seppur non brillante, presenta alcuni elementi che portano a guardare con meno pessimismo alle prospettive della domanda per consumi. Infatti, dopo quasi un biennio le vendite a volume sono tornate a segnare un moderato incremento nel confronto annuo, periodo ancora più lungo se si guarda alla sola componente alimentare. Il dato italiano, letto nel contesto europeo, si conferma lievemente meno negativo, in particolare nel confronto con la Germania. La repentina discesa dell’inflazione sta forse cominciando a produrre i suoi effetti sui comportamenti delle famiglie” (Ufficio Studi di Confcommercio su dati Istat”). “Non vanno comunque trascurati -conclude l’Ufficio Studi - gli elementi di criticità che sono ancora presenti. Per il commercio tradizionale, al netto dell’inflazione, il dato nel confronto annuo si mantiene negativo. Allo stesso tempo per alcuni segmenti, quali l’alimentare, l’abbigliamento e le calzature, la modesta crescita di febbraio ha solo attenuato le consistenti cadute della domanda registrate negli ultimi anni”.
(Fonte: confcommercio.it/10.04.2024)

Lo speciale »

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Istat, saldo positivo (9,8 mld) nei primi due mesi 2024

“A febbraio, la dinamica positiva dell’export verso i Paesi extra Ue è influenzata da movimentazioni occasionali di elevato impatto (cantieristica navale) verso gli Stati Uniti, al netto delle quali il profilo di crescita risulta più contenuto su base mensile (+3,1%) e negativo su base annua (-1,7%). Anche a febbraio, il crollo tendenziale delle vendite verso la Cina è un effetto base derivante dal confronto con febbraio 2023, quando l’export di prodotti farmaceutici verso tale Paese registrò un eccezionale aumento. L’import torna a crescere in termini congiunturali per effetto in particolare dei maggiori acquisti di beni strumentali e beni di consumo non durevoli; la sua flessione su base annua è in decisa attenuazione. Nei primi due mesi del 2024, il saldo commerciale con i Paesi extra Ue è positivo per 9,8 miliardi (era +2,6 miliardi nello stesso periodo del 2023)”.
L’Istat evidenzia che “a febbraio 2024 si stima, per l’interscambio commerciale con i Paesi extra Ue27, un aumento congiunturale per entrambi i flussi, più ampio per le esportazioni (+7,0%) rispetto alle importazioni (+5,4%). L’incremento su base mensile dell’export riguarda tutti i raggruppamenti ed è dovuto soprattutto alle maggiori vendite di beni strumentali (+15,5%) e in particolare di mezzi di navigazione marittima. Anche dal lato dell’import, si rilevano incrementi congiunturali per tutti i raggruppamenti; i più ampi per beni di consumo durevoli (+13,6%) e non durevoli (+7,3%) e beni strumentali (+8,3%). Nel trimestre dicembre 2023-febbraio 2024, rispetto al precedente, l’export aumenta dello 0,7%. Crescono le esportazioni di beni di consumo durevoli (+7,3%) e beni strumentali (+2,5%), si riducono quelle di energia (-12,2%) e beni intermedi (-0,6%); stazionarie le vendite di beni di consumo non durevoli. Nello stesso periodo, l’import registra una flessione dell’8,1%, generalizzata e più ampia per energia (-18,1%) e beni di consumo durevoli (-11,4%)”.
Risulta, quindi, che “a febbraio 2024, l’export cresce su base annua del 2,1% (era -0,4% a gennaio 2024). A contribuire sono principalmente le maggiori vendite di beni strumentali (+19,2%); in forte aumento su base annua anche le esportazioni di beni di consumo durevoli (+21,2%). L’import segna una flessione tendenziale del 10,4%, quasi totalmente dovuta alla contrazione degli acquisti di energia (-30,6%). A febbraio 2024 il saldo commerciale con i paesi extra Ue27 è positivo e pari a +6.739 milioni (+3.997 milioni nello stesso mese del 2023). Il deficit energetico (-3.773 milioni) è inferiore rispetto a un anno prima (-5.721 milioni). L’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici aumenta da 9.718 milioni di febbraio 2023 a 10.512 milioni di febbraio 2024”.
(Istat-Periodo di riferimento: febbraio 2024/Data di pubblicazione: 28 marzo 2024)
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di Ernesto Pappalardo

A riflettere bene sulle conseguenze dei lunghi anni della crisi recessiva - e su quelle che potrebbero derivare dal nuovo rallentamento in atto - la fisionomia del sistema economico e produttivo della provincia di Salerno, per la verità, non ne esce eccessivamente male. Si cristallizza in un paradigma ben saldo da diversi decenni in termini di segmentazione del valore aggiunto con una netta “propensione” verso i servizi, il turismo, la ristorazione, l’accoglienza (dichiarata o sommersa). Come in tutte le altre aree del Mezzogiorno (ed in larga parte d’Italia) il manifatturiero in senso stretto accusa difficoltà, ma risponde come può. E cioè con casi virtuosi di aziende export e green oriented che rappresentano una minoranza ben agganciata alle catene della produzione del valore nazionale (ed in parte internazionale), a fronte, però, di una maggioranza che si barcamena, naviga a vista ed è di nuovo alle prese con percorsi di accesso al credito difficili (e molto onerosi in termini di costi). La regressione degli investimenti pubblici, naturalmente, influisce negativamente con maggiore efficacia (se possibile) anche su quelli privati e va a finire che pure strumenti interessanti come la Zona Economica Speciale (che ingloba i porti di Napoli, Salerno e Castellamare di Stabia e le aree retro-portuali) - sebbene in attesa dell’attivazione definitiva delle corsie veloci in termini di semplificazione amministrativa e di credito d’imposta - risentono di uno scarso appeal soprattutto nei confronti di imprese provenienti dall’estero o da territori almeno extra-regionali.
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