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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

“Anche il Pnrr è un flusso nel suo indicare opportunità e regole per ambiente, digitale e reti”.
Il salto d’epoca? “Tra green economy e green society”
Aldo Bonomi: “Il produrre beni di consumo, il racconto del made in Italy si ritrovano al centro dei cambiamenti degli stili di vita. Da qui la necessità di scomporre e ricomporre il fare sostenibilità”.

La domanda è semplice, ma di fondamentale importanza per provare a comprendere che cosa succederà – nel breve e medio termine – alle piccole e medie imprese made in Italy alle prese con i mutamenti prodotti dal Covid e con i provvedimenti che sono stati messi in campo – annunciati, per la verità, fino a questo momento – e contenuti nelle vaste e ampie scritture del Pnrr. Un’analisi che, giustamente, tiene in considerazione le dinamiche dei territori, la propone Aldo Bonomi (“Beni di consumo tra civiltà materiale e crisi ambientale”, “Microcosmi”, Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2021). “Se guardiamo all’albero delle imprese del made in Italy – scrive – in cima ci sono multinazionali tascabili come Ferrero, un grappolo di medie imprese eccellenti, per questo spesso imitate e taroccate nel sistema moda-casa-arredamento. Ma è alle radici che occorre guardare, all’agroalimentare di nicchia e di denominazione territoriale patrimonio di biodiversità, così come alla microfisica dei saperi locali che alimentano l’artigiania di qualità che il mondo ci invidia”. Bonomi entra con chiarezza nella problematica più rilevante e spiega: “Il tema della sostenibilità e della green economy è ben presente ai piani alti dell’albero, basta guardare le loro campagne pubblicitarie, ma va fatta scendere e deve diventare non selezione, ma maturità e crescita del nostro saper fare. Perché anche nel salto alla sostenibilità nessuno si salva da solo ma portandosi dietro fornitori o e subfornitori nelle piattaforme. A fare rete ci può aiutare l’altra polarità del cambiamento: la digitalizzazione che non è solo tecnologia, ma modello di strategia di impresa”. Ricorre, poi, a un’immagine che ben consolida lo stato dell’arte: “Usando anche per l’albero delle imprese dei beni di consumo la metafora dei due capitalismi, quello di sgocciolamento dall’alto o del trascinamento inclusivo. Spero in una stagione di trascinamento inclusivo del nostro made in Italy. Molto dipenderà anche dalle rappresentanze di impresa e dei lavori che sono nate partendo dai territori del nostro capitalismo”. Il “trascinamento inclusivo” di cui parla Bonomi, resta il punto centrale soprattutto nelle regioni meridionali, che rischiano, anche questa volta, di rimanere “appese” a dinamiche più difficoltose: quali sono – o saranno – le aziende che effettivamente entreranno nel flusso interagente con i mercati che vanno ad ampliarsi?

E, infatti, Bonomi si pone domande sostanziali, che attendono a brevissimo tempo risposte concrete. “Mi interrogo – scrive ancora nell’articolo – sul destino del nostro capitalismo di territorio. È l’ossatura diffusa del made in Italy che si ritrova nel salto d’epoca verso sostenibilità-green economy-digitale per cogliere le opportunità di inserirsi e utilizzare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Pare tenere, se guardiamo ai numeri dei distretti e delle imprese che descrivono un capitalismo adattivo che ha nella sua antropologia opportunistica la capacità, come scriveva Giorgio Fua, «di coltivare settori poco bazzicati o tutti da inventare complementari allo sviluppo dei settori chiave dello sviluppo mondiale». Stiamo parlando dell’alimentare, del sistema moda, del sistema casa, della cura e dell’intrattenimento che Ibc (Industria beni di consumo) racconta come un aggregato di 32mila imprese per 100 miliardi di fatturato”. Sono settori – ragiona Bonomi – “poco bazzicati” (ai tempi del fordismo) “da grande impresa e anche oggi nell’epoca dei flussi, delle economie globali, degli algoritmi del capitalismo delle reti hard e soft. Flussi che impattano nei territori con Amazon o con normative sul cibo e sul vino o interrogandoci sul futuro del Salone del Mobile”. Poi, arriva allo snodo cruciale. “Anche il Pnrr è un flusso nel suo indicare opportunità e regole per ambiente, digitale e reti … Qui siamo e molto dipenderà da quanto il capitalismo adattivo nel fare impresa incorporerà innovazione da green economy sostenibile e digitale mutante, comunicazione e forme dei lavori, cogliendo le opportunità del Pnrr. Ma soprattutto, dall’avere coscienza di luogo e una identità nel fare impresa che colga che la metamorfosi che viene avanti fa dei beni di consumo, non più settori poco bazzicati, ma una iper-industrializzazione della vita quotidiana”. Come dimenticare “che la pandemia ha posto al centro del salto d’epoca il cibo, il vestire, l’abitare, il corpo e la socialità, ricordandoci che quello che decliniamo solo come sistemi produttivi sta dentro l’evoluzione della civiltà materiale di fronte alla crisi ambientale. Il produrre beni di consumo, il racconto del made in Italy si ritrovano al centro dei cambiamenti degli stili di vita. Da qui la necessità di scomporre e ricomporre il fare sostenibilità”.

Per Bonomi è abbastanza netto il profilo che va delineandosi. “Il salto d’epoca declina la sostenibilità e mette le imprese in mezzo alla dialettica tra green economy e green society. Se non incorpora le passioni calde dei nuovi consumattori, cioè gli attori del consumo che fanno tendenza nella crisi ambientale, la green economy dell’impresa da sola non basta. La catena del valore del produrre deve incorporare la ragnatela del valore del consumattore che fa e vuole green society. Tematiche sfidanti i nostri distretti e il capitalismo di territorio”.

La sfida è aperta, non è affatto scontato che sia possibile affrontarla e vincerla in ogni caso, ma, almeno, dovremmo provarci con tutte le nostre forze.

 

 

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