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di Pasquale Persico
La lettura dei giornali specializzati è veramente difficile, specie quando bisogna dare un “giudizio” sul contributo del sistema industriale alla visione di lungo periodo che ci farebbe star meglio in termini di percezione del dopo pandemia. Il governo autorevole di cui abbiamo bisogno è nato fragile e resta tale, si è guadagnato una rispettabilità internazionale ma ancora non è in sintonia con le richieste che provengono dal mondo industriale e dal mondo sindacale, né i partiti della maggioranza sono in grado di abbandonare il giorno per giorno del dibattito sterile per darsi una regola di confronto. L’esigenza di elaborare un programma strutturato, adeguato alla complessità dei temi, rimane una priorità, nonostante qualche buon proposito sia presente nel Pnrr.
La sensazione che il sistema industriale si sia sollevato dallo stallo della pandemia è diventata certezza dall’osservazione dei dati aggregati sullo sviluppo del fatturato industriale; il suo aumento è, certamente, connesso alle aspettative favorevoli, supportate anche da una forte liquidità disponibile. Quella che – da sempre – è stata presentata come la debolezza endogena del sistema manifatturiero ( io stesso, molti anni fa, nel 1973, segnalavo la distribuzione a “J coricata” come la migliore rappresentazione delle caratteristiche strutturali del settore manifatturiero), come, cioè, una mancanza di massa critica adeguata di campioni nazionali di grandi dimensioni, una debolezza della densità delle medie imprese ed una persistente presenza di piccole e piccolissime imprese.
Ebbene, quel sistema manifatturiero di allora continua a stupire per la sua flessibilità nel riorganizzarsi nella catena del valore in evoluzione globale fino a farsi notare attraverso le cosiddette multinazionali tascabili, con strutture di medie dimensioni capaci di far emergere gli imprenditori creativi, nello spazio globale della concorrenza internazionale. E’ sorprendente, infatti, l’uso nella catena del valore delle leve del cambiamento; a partire del risveglio dei temi della ricerca e dello sviluppo, dai processi organizzativi e dalle fusioni che hanno favorito il possibile “salto dalla visione” da adattiva a creativa, nel digitale e nella logistica.
L’affondo si è registrato nell’uso delle risorse capaci di implementare la sostenibilità fino a segnalare casi sempre più numerosi della cosiddetta carbon neutrality. I temi della qualità totale integrata hanno raggiunto livelli di diffusione estesi, tanto da poter nuovamente parlare di impresa enciclopedia come immaginata non pochi anni fa da Gianfranco Dioguardi.
Rimettersi nuovamente in cerchi di apprendimento fa da auspicio alla previsione di una abbandono dello short term come prospettiva organizzativa, per intravvedere nuove economie di scopo e di rete. A partire dal sistema moda, ma, soprattutto, nei settori più strutturati sul piano manifatturiero, l’investimento in filiere fiduciarie sta producendo economie di diversità accanto a quelle di scala (ad esempio la riduzione degli agrofarmaci e dei fertilizzanti e quella degli antibiotici comporta una riorganizzazione del settore a largo spettro, specie nel mondo delle Igt alimentari, che stanno ridisegnando la geografia dei territori).
La finanza di accompagnamento di tali processi è ancora in ritardo ed una correzione del Pnrr sarebbe auspicabile proprio per favorire la nascita di nuovi campioni a struttura resiliente, adeguata al cambiamento globale, una struttura che si riorganizza per macroaree integrate, saltando i confini nazionali e locali.
In questo processo, la politica economica per macroaree, capace di far crescere le economie esterne alle imprese competitive, è ancora in affanno. Pensiamo alle aziende legate allo sport ed a quello outdoor in particolare. Il loro boom è più che sorprendente, non solo per le connessioni ai successi olimpici, ma, soprattutto, perché la tecnologia accompagna molte di queste attività (si pensi all’evoluzione delle biciclette).
Il vantaggio competitivo abbraccia più competenze di settore e costringe i produttori ad uscire dal loro angolo di interpretazione del saper fare. Rimane incerta la prospettiva politica. Questo quadro di speranza prevede un’evoluzione forte del settore manifatturiero italiano, integrato nel sistema europeo ma anche fortemente orientato a guardare alla domanda globale e non solo alla domanda interna alla Ue. E’ un quadro che ha bisogno di essere accompagnato da una politica economica nazionale ben strutturata dentro una visione europea di nuova politica economica continentale.
Il cammino è appena cominciato, già occorrerebbe valutare gli effetti del Pnrr e correggere la prospettiva di un nuovo piano post-2026, rafforzato dalla nascita di un’unione fiscale adeguata e lungimirante, cioè in grado di affrontare la grave crisi (fiscale) dei singoli Stati nazionali e orientare la spesa in termini di efficacia.
Una nuova Europa supportata da una cessione di sovranità nella politica economica deve consolidare l’idea di poter essere protagonista in uno spazio multipolare.
La mia provocazione culturale di mettere in piedi un “G40”, potrebbe diventare un programma politico da fare emergere attraverso la voce dei partiti nella prossima legislatura, ormai vicina? Abbiamo bisogno di un Governo lungimirante che accompagni il cambiamento strutturale dell’intera industria manifatturiera italiana ed europea, anch’essa in cerca della visione di lungo periodo, decisamente sostenibile e resiliente nello spazio globale del fare intrapresa in più settori, oltre quelli pubblici e privati dello scorso secolo.

Pasquale Persico
