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Salerno Economy XIII.12 – 05.04.2024

Big in campo, ma in molti non dimenticano che la vera forza (non solo politica) si aggrega in Francia e Germania.

Elezioni europee, la vera sfida che supera i partiti

Linee strategiche degli schieramenti ufficiali - centrodestra e centrosinistra - e di quelli non ufficiali in competizione fino all’ultimo voto Ue.
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Manovre in corso
Al di là di calcoli, sondaggi, proiezioni e previsioni più o meno in sintonia (sul versante interno) con il clima pre-elettorale che ormai è ampiamente dominante, resta la diffusa sensazione di attesa che si respira - in riferimento al voto Ue - in maniera ben strutturata in fasce abbastanza ampie di votanti (già in precedenza targettizzate) che tendono a non rilasciare nemmeno ondivaghe impressioni di consenso. In altre parole, si tende sempre di più a camuffare lo schieramento che è stato già ampiamente prescelto o che non prenderà per niente forma in questo caotico paesaggio che imperterrito prelude al voto o (più fermamente) al non voto. In ogni caso, anche il vesante della polemica quotidiana si è senza dubbio avviata a determinare i prossimi schieramenti che la politica dovrà, per forza di cose, mettere in campo. Sul piano interno è abbastanza chiaro che non si registreranno mutamenti significativi (o almeno così ripetono quasi tutti gli operatori di test e sondaggi) o, in qualche modo, consistenti, almeno sul piano degli scenari più o meno identificabili. E’ invece il quadro in vista delle europee a mostrare qualche caratteristica non pienamente, al momento, consolidata, sebbene ben distante dallo scalfire il contesto dominante. Da quale punto di vista? Nel considerare che gli assetti più complessivi danno spazio a una riaffermazione netta e precisa del centrosinistra, è necessario tenere conto di variabili più o meno ben rilevabili nei due campi avversi, con particolare attenzione a flussi non dichiarati, ma in ogni caso persistenti e basati sulla relativa solidità di rapporti personali e già sperimentati. Al di là dell’ufficialità delle posizioni, la von der Layen appare molto solida e sicuramente sarà al centro dell’attenzione anche di quelle forze politiche non del tutto attraenti per il resto della coalizione che la sostiene. Ma è altrettanto chiaro che la competizione con Forza Italia e anche con la Lega di Matteo Salvini (in seconda e distante battuta) non si affievolirà, e certamente prenderà ulteriore consistenza. Come pure gli schieramenti interni al Pd dovranno puntare ad assestarsi e a scardinare la parte che nella Schlein trova il proprio punto di approdo. In sostanza sono questi i percorsi made in Italy che rendono effettivamente l’evento elettorale europeo - insieme con il campione del voto per le regionali - importante e, nello stesso tempo, effettivamente in grado di rilevare in maniera più che consistente la prospettiva nel medio termine del consenso nel nostro Paese.
(continua)
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Presentato il 1° Paper del Rapporto 2024 Family (Net)Work realizzato dal Censis e promosso da Assindatcolf.

Welfare incompiuto, famiglie più vulnerabili nella non autosufficienza

Per il 49,1% delle famiglie datrici di lavoro domestico la badante non basta: ci si deve occupare in prima persona, come caregiver, di un parente anziano o non autosufficiente.
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Orientamento difficile per le famiglie alle prese con scelte determinanti
Il welfare incompiuto. “In tema di salute, assistenza e previdenza le famiglie italiane sono sempre più vulnerabili, incerte nella gestione della non autosufficienza e consapevoli di dover ricorrere a risorse proprie. A conferma di questo stato d’animo, il 45,3% considera prioritario il potenziamento dei servizi domiciliari, partendo dal presupposto che la casa sia il miglior posto dove curarsi, il 58,7% chiede l’introduzione della deducibilità del lavoro domestico ed il 49,1% dichiara di occuparsi personalmente, come caregiver, di un parente non autosufficiente, in aggiunta al ruolo della badante”. È questo il quadro che emerge dallo studio «Dove sta andando il welfare? Salute, assistenza e previdenza nelle attese delle famiglie» realizzato dal Censis per Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico, che comprende un’indagine realizzata presso un campione di 2.400 famiglie datrici di lavoro domestico. Il Paper è il primo capitolo del Rapporto 2024 «Family (Net)Work - Laboratorio su casa, Famiglia e lavoro domestico», il progetto editoriale promosso da Assindatcolf con la partnership di Censis, Effe (European Federation for Family Employment & Home Care), Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e Centro Studi e Ricerche Idos”.
Il rischio di un collasso sociale. “La necessità di intervenire sulla spesa pubblica, il progressivo mutamento dei bisogni sociali e l’evoluzione demografica del Paese hanno messo in affanno il sistema, lasciando aperte molte questioni che in breve tempo sono diventate emergenze. In particolare, se nel 2020 è stato riservato alla spesa sanitaria pubblica il 7,4% del Pil, nel 2026 si prevede che sarà solo il 6,1%; le strutture residenziali socioassistenziali e sociosanitarie attive sono 12.576, con un’offerta di circa 414.000 posti letto (7 ogni 1.000 abitanti), la disponibilità più alta è al Nord-Est con poco più di 1.000 posti letto ogni 100.000 abitanti; se oggi gli over 65 sono il 24,0% della popolazione (nel 1961 erano il 9,5%) e il 63,5% le persone in età lavorativa (15-64 anni) (nel 1961 erano il 66,0%), nel 2050 si prevede che gli anziani saranno il 34,5% e i 15-64enni saranno meno del 55%. Inoltre, 6,8 milioni di pensioni sono sotto i 1.000 euro mensili”.
L’assistenza ed i bisogni dei caregiver. “Guardando ai bisogni di assistenza in una prospettiva di lungo termine, il 58,7% delle famiglie considera prioritaria l’introduzione della deducibilità del lavoro domestico. Per il 46,3% è, invece, necessario attivare servizi di assistenza domiciliare a supporto dei non autosufficienti, mentre per il 18,0% è importante semplificare le procedure per accedere ai servizi di assistenza (in particolare quella della valutazione di non autosufficienza) e per il 15,4% è necessario sostenere il ruolo di chi in famiglia si fa carico dell’assistenza di un familiare. Non a caso, il 49,1% dichiara di occuparsi personalmente, come caregiver, di un parente non autosufficiente, una figura non alternativa alla badante ma integrativa. Per il 42,4% l’aspetto più critico dell’assistenza è la fatica fisica e lo stress che deriva dal far fronte ai tanti bisogni della persona assistita. Molto importanti sono anche i condizionamenti della quotidianità, spesso assorbita in maniera quasi assoluta dalle cure all’assistito e la rinuncia a una vita relazionale e autonoma (24,7%). Il 16,4% sottolinea, invece, la mancanza di un reale riconoscimento del ruolo del caregiver da parte delle istituzioni e la mancanza, quindi, di un compenso economico al lavoro svolto. Poco sopra l’8% si colloca chi ha dovuto abbandonare o ha dovuto trascurare il lavoro o comunque l’attività da cui discende il reddito del caregiver. Il 6,7% è invece preoccupato di poter arrecare danno all’assistito, non avendo il caregiver le competenze necessarie ai vari interventi che è chiamato a fare”.
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Il libro prende le mosse dalla formazione cristiana e cattolica dell’autore che si amplia a un più ampio vissuto di carattere religioso.

“Perché mi avete svegliato”

Domenico Barbati, firma storica de Il Mattino, indaga due fenomeni che apparentemente non hanno nulla in comune, se non la testimonianza personale di chi in dieci giorni, ha ricevuto due organi ed ha vissuto un’esperienza particolare durante il coma successivo al secondo trapianto.
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Domenico Barbati
Un libro che parla di sentimenti, ma che indaga due aspetti niente affatto “semplici”: la donazione di organi e un’esperienza di pre-morte. “Perché mi avete svegliato”, è il titolo quasi provocatorio del libro che svela il vero racconto nel suo sottotitolo: testimonianza di una rinascita post-coma. L’autore è Domenico Barbati, firma storica de Il Mattino, che indaga due fenomeni che apparentemente non hanno nulla in comune, se non la testimonianza personale di chi in dieci giorni, ha ricevuto due organi ed ha vissuto un’esperienza particolare durante il coma successivo al secondo trapianto. Il libro prende le mosse dalla formazione cristiana e cattolica dell’autore e proprio la formazione religiosa diventa la chiave di lettura per interpretare fenomeni che gli sono stati successivamente confermati, indirettamente, dall’anestesista che lo aveva svegliato. Barbati pare domandi a se stesso cosa è successo e cerca di riannodare tutti i fili che portano sempre alla stessa domanda: cosa è avvenuto? Il dono di un organo è un atto d’amore a cui segue un fenomeno di dolcezza infinita raccontato dall’autore ma sul quale l’autore stesso continua a interrogarsi. Sullo sfondo di tutto ciò giorni e settimane trascorsi in una rianimazione che hanno trasformato l’ intera vita del protagonista e che nel racconto diventano anche un elogio all’eccellenza della sanità Toscana e dei suoi interpreti, molti dei quali campani. Un libro intenso, a tratti emozionante, ricco di momenti in cui Barbati fa appello ai sentimenti quando dopo l’esperienza di benessere in quella che lui definisce “oltre il coma” commenta le attestazioni di attenzione, affetto, finanche disponibilità oltre i doveri propri, di medici, infermieri e Oss. Un’esperienza raccontata con una calorosa semplicità e che si armonizza alla perfezione con le pagine dedicate all’anestesista Gabriella Amorese, da lui definita «l’angelo che lo ha svegliato».
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Ha giocato e allenato in 48 campionati ufficiali (1945-1993). Non poche le squadre alle quali insegnò i suoi schemi e moduli che oggi appaiono come vere e proprie lezioni di football post moderno.

Il mito di Giovan Battista Fabbri, mister e sognatore

La migliore intuizione? Un solo attaccante centrale (Paolo Rossi che con lui lasciò definitivamente la fascia destra) che supportava le discese delle ali sulle corsie esterne e le costanti accelerazioni dei terzini.
G.B. Fabbri e Paolo Rossi Sky Sport 1
G.B. Fabbri con Paolo Rossi
(Er.Pa.) - Giovanni Battista Fabbri (Giovan Battista Fabbri, G.B. Fabbri, Gibì Fabbri nato a San Pietro in Casale l’8 marzo del 1926 e deceduto a Ferrara il 2 giugno del 2015) è stato uno dei più creativi e  innovativi allenatori di calcio (oltre che un ottimo giocatore). Non poche le squadre alle quali insegnò i suoi schemi e moduli che oggi appaiono come vere e proprie lezioni di football post moderno. Sedette sulle panchine di Piacenza, L.R. Vicenza, Catanzaro, Ascoli, SPAL, Cesena e Bologna. Morì nella serata di un martedì, il 2 giugno, del 2015 appunto, all'età di 89 anni. Assunse diversi ruoli in mezzo al campo, ma insegnò calcio soprattutto facendo l’ala e il mediano. Notevoli le sue riserve  di corsa e resistenza, un soprannome inscritto  nella storia dei campioni: Brusalerba. Il calcio che Fabbri metteva in campo (negli anni Settanta e Ottanta) per quell’Italia era molto all’avanguardia, discendeva dal calcio totale di matrice olandese: terzini a correre avanti e indietro sulle fasce, difensori e attaccanti che invertivano i loro ruoli cercando sempre il colpo o il lancio più difficile, anche a dispetto di una forte  leggerezza difensiva. E, poi, la migliore qualità: un solo attaccante centrale (Paolo Rossi che con lui lasciò definitivamente la fascia destra) che supportava le discese delle ali sulle corsie esterne e le costanti accelerazioni dei terzini. Ma, soprattutto, non c’era più bisogno del regista, classico esperimento dei tempi passati.
Ha totalizzato complessivamente da calciatore 61 presenze e 8 reti in Serie A e 140 presenze e 13 reti in Serie B. Passò subito alle giovanili - come mister - di Torino, SPAL, dove più volte assaporò la panchina della prima squadra, facendo giocare la giovane promessa Fabio Capello - e Cesena.
Fu l’inizio di una girandola che si affermò nel tempo, fino a creare la sua leggenda di allenatore che inseguiva e guidava il futuro: allenò la Sangiovannese, in Serie C, poi il Giulianova, dove per poco non conquistò la serie B chiudendo al 2º posto, e, infine, il Livorno, dove non terminò la stagione: la dirigenza spesso intendeva dettare a Fabbri la formazione. Nel 1974 arrivò a Piacenza e vinse il campionato di Serie C. Dopo Piacenza ecco il momento del Lanerossi: riuscì a ottenere una grande e personale affermazione, anche potendo contare su un giovanissimo Paolo Rossi. Il Lanerossi, in due anni mise in bacheca la promozione in Serie A e nel 1977-1978 il secondo posto nella massima serie dietro la Juventus. La stagione si concluse per Fabbri con il  Seminatore d’Oro: migliore allenatore italiano dell’anno. L’anno dopo, anche con le cessioni di Roberto Filippi e Giuseppe Lelj, il Vicenza ritornò in Serie B, solo qualche volta riapparve il gioco spettacolare delle annate precedenti. Fabbri passò all’Ascoli, che conquistò il quinto posto in campionato (poi quarto posto dopo lo scandalo del noto “Totonero”), il traguardo più prestigioso conquistato dal club marchigiano nella sua storia. Fabbri ha, inoltre, allenato in Serie A anche il Cesena (dove è stato esonerato) e il Catania, con una parentesi alla Reggiana in Serie B. Tutte e tre le formazioni retrocessero alla fine della stagione.
(continua)
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