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Il “mutamento genetico” della rete del commercio al dettaglio nelle aree urbane (e non solo) della provincia di Salerno.
Tra desertificazione urbana e nuova identità turistica
Prende forma il network dell’ospitalità e dell’accoglienza dei nuovi flussi di visitatori (con gli stranieri in crescita), in larga parte attenti alle proposte low cost.

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano “Il Mattino” (Edizione Salerno) domenica 17 dicembre 2017.

di Paolo Coccorese e Ernesto Pappalardo

Appare evidente – a leggere i numeri Istat riferiti al periodo 2012/2015 – che si va compiendo un vero e proprio “mutamento genetico” della rete del commercio al dettaglio nelle aree urbane (e non solo) della provincia di Salerno. La tradizionale “geografia” che censiva i negozi di prossimità si è trasformata sotto i nostri occhi di giorno in giorno. Perfino le inamovibili salumerie – tranne nei casi nei quali si è verificata un’evoluzione sempre più ritagliata sulle esigenze della clientela stanziale di quartiere (in genere interessata alla qualità, piuttosto che alla quantità) – si vanno trasformando in (mini) market “food oriented”. Contemporaneamente (o quasi), negli stessi spazi urbani (centri storici o, comunque, aree non troppo periferiche) prende forma il network dell’ospitalità e dell’accoglienza dei nuovi flussi turistici, in larga parte attenti alle proposte low cost.

I numeri parlano con estrema chiarezza. Il commercio al dettaglio in provincia di Salerno tra il 2012 ed il 2015 ha perso 1.574 imprese e 1.831 addetti. Il circuito dei servizi di alloggio e di ristorazione nello stesso periodo ha guadagnato 314 aziende e 1.138 occupati (nostre elaborazioni su fonti Istat). Se prendiamo in considerazione le percentuali, il nuovo quadro generale emerge in maniera ancora più nitida. Il commercio al dettaglio nel suo complesso nel periodo considerato ha accusato una flessione dell’8,8% delle imprese e del 5,4% della forza/lavoro. Se restringiamo il campo al commercio al dettaglio di beni per uso domestico (alimentari, non alimentari e ambulantato attivo in questo specifico segmento) il saldo con il segno meno è del 9,9% per le imprese e del 4,9% per gli occupati.  Al contrario, per quanto concerne i servizi di alloggio e ristorazione si registra il +4,9% per le imprese ed il +6% per gli addetti.

D’altro canto la “desertificazione” commerciale dei centri storici e delle aree residenziali urbane è un fenomeno da tempo in atto che presenta non poche controindicazioni dal punto di vista della qualità della vita, soprattutto nei periodi nei quali la transizione verso la realizzazione di agglomerati turistici – dotati, quindi, di itinerari dello shopping adeguati alla domanda dei visitatori (tra l’altro rivolta in maniera consistente anche alle produzioni agroalimentari tipiche) – non è completamente compiuta.

Come mantenere livelli adeguati di offerta di servizi essenziali per i residenti anziani? Come garantire presidi di vigilanza nel varie ore della giornata nelle quali diminuisce il “traffico” di persone in transito? Sono quesiti che in altre località italiane hanno trovato risposte in grado di conciliare le esigenze sia dei residenti abituali che dei turisti di passaggio o in soggiorno. A partire dai centri commerciali naturali – intesi come aggregazioni di negozi, esercizi, servizi turistici nella stessa zona o nella stessa strada, che agiscono come soggetto di un’offerta commerciale integrata – e sempre sulla base di partnership pubblico-private che nelle aree meridionali stentano, però, a decollare.

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Centro storico, mutazione genetica
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