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Effetto Prisma. L’analisi delle serie storiche del mercato statunitense lascia ipotizzare rischi non secondari.
Titoli pubblici, rendimenti e ricchezza delle famiglie
La “lezione” degli Usa e i riflessi in Italia, considerando che il patrimonio finanziario privato è pari a 3,8 volte il reddito disponibile, articolandosi in un paniere del risparmio composto per circa il 16% da bond di Stato.

di Maria Teresa Cuomo*

Ancora ipotetico o minacciosamente reale, il dibattito sul vaticinato arresto del prosperoso ciclo economico statunitense – avviato già a partire dal 2009 – si ripropone con pressante attualità, quale indicatore di lead lag delle dinamiche economiche internazionali. L’incubo di una recessione incipiente torna, così, a turbare i sonni di analisti ed esperti del settore.

Di sicuro ad amplificare i timori sulla tenuta dell’economia americana hanno inciso non poco le recentissime turbolenze e la volatilità dei mercati finanziari, ulteriormente comprovate dall’andamento inverso del «term spread», il differenziale di rendimento tra titoli governativi a lungo termine (decennali) e titoli con breve scadenza (trimestrale, biennale). A richiedere sirene spiegate sui rendimenti dei titoli pubblici statunitensi è altresì l’analisi delle serie storiche, benché fondata esclusivamente su basi empiriche, che non lascia molte incertezze: tutte le fasi economiche recessive dell’era moderna sono state precedute da rendimenti dei titoli governativi ad andamento invertito nel confronto tra il breve ed il lungo corso, remunerando meglio le scadenze più prossime (Notz Stucki asset manager, 2018).

Accantonando per il momento la potenza segnaletica e predittiva del menzionato raffronto, risulta forse più interessante soffermarsi sul significato effettivo di tale inversione nel confronto di remunerazione. Intuitivamente ed in condizioni normali, gli investitori percepiscono il grado di rischio connesso al breve periodo inferiore a quello del lungo termine, accontentandosi così di ritorni più contenuti. Invero, l’anomalia in corso negli Usa – attualmente presente solo nella comparazione tra bond decennali e trimestrali e parzialmente corretta dagli interventi di politica monetaria della Federal Reserve – lascia trasparire segni evidenti di negatività, prefigurando paesaggi cupi in relazione alla cattiva percezione di prospettiva di crescita economica che, abbassando la fiducia, indurrebbe gli investitori a richiedere rendimenti più elevati nel breve termine rispetto al lungo. Il verificarsi di questa situazione in Italia produrrebbe considerevoli conseguenze anzitutto sulle famiglie, che ne uscirebbero profondamente penalizzate, se si considera che la loro ricchezza finanziaria è pari a 3,8 volte il reddito disponibile, articolandosi in un paniere del risparmio finanziario composto per circa il 16% da titoli pubblici (Banca d’Italia, 2018), con una sostanziale predilezione per quelli di lungo termine. Se davvero tale scenario trovasse effettività, non poco preoccupanti sarebbero i riverberi sull’economia nazionale, già preda di un andamento economico-produttivo contrassegnato dal segno meno. Dunque? Se il passato ci ha almeno insegnato a non sottovalutare gli avvertimenti – e questo è l’ennesimo – competenza e cautela si confermano requisiti irrinunciabili per orientarsi nella giusta direzione. Ad ogni buon conto, invero, è contestualmente doveroso ed opportuno l’accompagnamento di un concreto impegno dei policy-maker nell’attivazione di interventi di politica economica, fiscale e finanziaria non solo in funzione anticiclica ma, soprattutto, in chiave strutturale, garantendo le reali condizioni per uno sviluppo competitivo del Paese.

* Docente di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli Studi di Salerno e presso il Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

 

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