I numeri dell'economia »
di Alfonso Schiavino
Due anni fa, quando entrammo in lockdown, il New York Times si domandò se gli italiani avrebbero rispettato la restrizione. L’interrogativo sarcastico riproponeva uno stereotipo internazionale (assimilabile alle copertine di “Der Spiegel”, fin dalla pistola poggiata sul piatto di spaghetti, 1977). Quella volta il “Corriere della Sera” replicò con un editoriale piccato. Più recentemente, nel gennaio 2022, mentre i grandi elettori italiani cercavano il Presidente della Repubblica, i giornali nordamericani “Politico” e “New York Times” hanno definito “bizantina” e “stravagante” la procedura elettorale. La notizia, pubblicata da un giornale italiano online filo-americano, ha fatto sollevare la sua community, impensierita da tanta divertita superficialità. Un commento diceva: se gli altri Paesi sono raccontati in maniera altrettanto grossolana, siamo immersi in un lago di disinformazione. Il dubbio è lecito. Perché i media italiani prendono notizie e ispirazioni dai media anglosassoni. Noi guardiamo il mondo con i loro occhi.
L’import di notizie è sempre esistito, ma dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta era almeno temperato. La cultura italiana del tempo era forte e vivace in ogni campo, dalla scienza al giornalismo. La stampa nazionale includeva i giornali di partito, che portavano una solida visione del mondo e rispondevano a un popolo vero di iscritti e simpatizzanti. Le culture politiche equilibravano l’ecosistema nazionale dell’informazione. In quei tempi lontani, i giornali hanno avuto il merito epocale di liberare le menti e portare avanti la bandiera della civiltà. Nel 1975, quando in Italia venne riformato il diritto di famiglia (in un ambiente politico dominato dagli uomini), un giornale conservatore come “La Stampa” scrisse che era maturato “un fatto storico quasi rivoluzionario, l’emancipazione della donna”.
Anche il giornalismo Usa era diverso. In Vietnam i reporter seguivano i soldati in prima linea, vedevano e riferivano quello che accadeva. I loro racconti liberi entravano in tutte le case, facendo crescere la consapevolezza e il movimento contro la guerra. Perfino le “Tribune politiche” italiane erano un esempio di intelligenza: tutti i partiti avevano lo stesso spazio ed esponevano i loro propositi davanti a una platea di giornalisti che facevano il loro lavoro di “interroganti”: i passaggi polemici erano frequenti, ma nessuno prevaricava l’altro. In generale il caos del mondo diventava ordine mentale e perfino coraggio grazie al giornalista, che, pur sempre “guardiano di un cancello”, riordinava e incasellava le notizie in una pagina. Poi le cose sono cambiate, ma il problema non è la nostalgia.
Il modello umanistico è svanito negli anni Novanta, complice il Pensiero unico, che, fra altre cose, ha portato in economia le figure delle Authority e nell’informazione il personaggio dell’esperto, come se questi mondi fossero impermeabili alla politica.
Il mondo anglosassone e in particolare gli Stati Uniti – gli stessi ambienti che hanno imposto le bad news come notizie per definizione – ci hanno regalato l’infotainment, una parola che unisce information ed entertainment: l’informazione è intrattenimento. Chi già c’era ricorda sicuramente gli schiaffoni reali o metaforici che volavano negli studi televisivi mentre tramontava la cosiddetta Prima Repubblica. La notizia non era più centrale. Il confronto si giocava con le battute e con gli umori viscerali. Nelle guerre Usa-Iraq (dal 1991 e dal 2003) è cambiato anche il rapporto fra gli eserciti e i giornalisti, confinati negli alberghi e (in)formati con le conferenze e i comunicati ufficiali. Non casualmente, forse, un giornale come il Nyt vide diminuire le vendite anche per la cattiva copertura della seconda guerra iraquena, come ha scritto la ex direttrice Abramson.
Il nuovo metodo è diventato sensazionalismo con l’avvento dei social media. Se osserviamo bene l’iconografia e la copertura dei grandi avvenimenti, troviamo quasi solo “letture” fondate sui pregiudizi. Quando l’Ucraina è stata selvaggiamente invasa, i media hanno sottolineato la preponderanza dell’armata russa; tuttavia la gran parte degli effettivi russi presidia un Paese enorme (quasi il doppio degli Usa), che non può essere sguarnito in nessuna parte. Se gli esperti avessero confrontato le forze dispiegabili sul teatro effettivo, forse avrebbero presagito l’andamento del conflitto. Altro esempio. Il 2 marzo 2022 l’assemblea dell’Onu ha finalmente condannato la Russia: la risoluzione ha ottenuto 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astensioni (più 12 assenze). I media hanno definito “storico” e “grande” questo risultato. In realtà i 35 astenuti includono Cina, India, Iran, Pakistan, Bangladesh, Vietnam e 16 Stati africani. A conti fatti, la metà della popolazione mondiale (rappresentata dai Governi) non ha condannato l’invasione; inoltre le astensioni suggerivano una mappa geopolitica che ora si va delineando. Evidentemente i grandi media vogliono emozionarci, riuscendoci sempre meno. Notate quante volte ricorrono in un notiziario le parole “allarme”, “caos”, “rischio” e altre infusioni di paura.
In maniera inconsapevole, forse, il sistema mediatico svolge un ruolo nella guerra cognitiva, che vediamo all’opera anche dopo la criminale avventura russa. Tutti gli elementi fondanti della globalità arrivano dal mondo anglosassone, come dimostrano sia la pandemia (Fauci, l’Imperial College, le citazioni tipo “L’Australian medical review…”) sia i termini che usiamo correntemente, da “gender gap” a “regime change”, da “booster” a “identity policies”. Ironia della storia. Quando il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea, molti italiani hanno cominciato a ridere preparando i popcorn: i camion incolonnati a Dover e i supermercati vuoti facevano immaginare qualcosa come l’imminente arrivo delle cavallette a Trafalgar. Invece lo stesso Paese ha prodotto il solo vaccino dell’Europa occidentale e ora fiancheggia gli Usa alla guida dell’Occidente. Quando ricorderemo che esiste lo scetticismo? Quando la smetteremo di non volere capire?

"Artigianato"
