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Amati o detestati? Buoni o antipatici? Nostri o altrui? Cosa pensano i salernitani dei sampietrini sul Corso? Non lo sappiamo (ancora). I pezzi saltano e spariscono “per forza di cose”. Eppure, in una città disabituata a discutere, questi tasselli di pietra meriterebbero una riflessione, perché sono anche tasselli di storia.
Il Corso di Salerno, intitolato a Vittorio Emanuele, venne pedonalizzato 36 anni fa. Era il 1988. Il “nuovo” Comune “laico e di sinistra” (con socialisti, comunisti, verdi, laici e civici) introdusse la ristrutturazione come traino di una stagione peculiare. I progetti di rinnovamento urbano, nel clima dell’epoca, intendevano modernizzare l’identità cittadina. Quella fase contiene le realizzazioni fisiche (come lo stadio) e le idee che saranno poi sviluppate, magari in forma ridotta (per esempio la metropolitana) o traslata (la Cittadella giudiziaria). Il disegno del Corso intendeva consegnare alle persone una strada ipercentrale – per lo “struscio”, i cinema, i brand shop, gli studi professionali – fino ad allora ignobilmente condivisa con le automobili.
I lavori trovarono molti simpatizzanti e pochi antipatizzanti, ma rumorosi: alcuni residenti brontolarono per i parcheggi, alcuni commercianti stigmatizzarono lo spostamento della circolazione veicolare.
Il Comune rintuzzò le polemiche con il manifesto “Un Corso da Re”. Lo slogan “violava” la fede repubblicana e popolana degli amministratori (una conferma dell’annacquamento ideologico), anche perché ammiccava alla valorizzazione economica delle proprietà e dei prodotti. L’opera giunse comunque in porto senza intoppi. Il successo anticipò le ulteriori graduali sistemazioni, prima di via Mercanti e poi dell’intero centro storico, che nel medio periodo sarà “riscattato” e “aperto” alla città.
Il Corso pedonale offrì ai salernitani un guizzo di modernità europea, in senso assoluto e ambientale. La “liberazione” si combinava oltretutto con la delibera sugli standard urbanistici (gli spazi pubblici correlati alla progettazione urbanistica), progenitrice dei parchi comunali.
La nuova passeggiata presentava le peculiari tettoie a cupola, successivamente rimosse, forse perché disturbavano i furgoni commerciali.
Sul Corso da Re apparvero anche i sampietrini. La pavimentazione tipica di Roma e di San Pietro era un’altra citazione storica. Come la cupola, però, anche questo elemento ha ceduto al tempo, non per sua debolezza intrinseca.
Ad un certo punto – diciamo intorno agli anni Novanta – le città italiane hanno cominciato a manifestare alcuni problemi strutturali, come la carenza di manodopera e di mantenimento.
Anche i sampietrini salernitani hanno partecipato alla decadenza. I tasselli saltati hanno creato piccoli vuoti, indecorosi e pericolosi, riempiti con il catrame. Il pressappochismo non ha turbato gli amministratori, anche quando il “salotto” è diventato ancor più “buono” con il popolare programma delle Luci.
Lo spiccio rimedio “puntuale” è diventato uno schema, finché, più recentemente, un tratto intero è stato asfaltato, senza alcuna linearità geometrica. Sicché il Corso presenta oggi almeno tre tipi di pavimentazione: i sampietrini, il basolato e il catrame (che dovrebbe essere provvisorio).
Ma i salernitani cosa pensano dei sampietrini? Qualcuno glielo vuol chiedere? Qualcuno ha voglia di dirlo?
