L'intervista »
Pietro Andreozzi, titolare di un’impresa edile storicamente legata ai lavori ferroviari mette a fuoco un 2012 davvero critico lo per il segmento delle costruzioni. “Siamo di fronte – dice – ad una situazione paradossale: da un lato lo Stato, le Pubbliche Amministrazioni, non pagano le imprese per i lavori eseguiti da anni, dall’altro chiedono alle stesse imprese di adempiere a tutti gli obblighi, a cominciare da quelli previdenziali che nel caso dell’edilizia sono la condizione preliminare per partecipare ai bandi di gara pubblici (Durc). Né si pensa a mettere mano ad un meccanismo di compensazione in grado di dare respiro alle nostre aziende. E’ evidente – aggiunge – che questo stato di cose penalizza principalmente le imprese regolari, limpide e cristalline. Proprio quelle imprese virtuose che subiscono la concorrenza sleale delle aziende in nero o di quelle che durano sul mercato lo spazio di qualche anno per poi dileguarsi ed apparire in nuove forme e sigle”. Dottore Andreozzi, il quadro descritto sembra davvero drammatico. “Non si tratta di drammatizzare o meno, bisogna prendere atto della realtà che al momento non consente di stare allegri. Quando scarseggia la liquidità, diventa difficile gestire le aziende. Ma le pare possibile che sulla questione del Durc (Documento Unico Regolarità Contributiva) si debba giocare il destino di un’impresa e che addirittura proprio il mancato versamento contributivo sta diventando la causa di istanze di fallimento da parte di organismi e casse previdenziali di categoria?”. Si può spiegare meglio? “E’ semplice: da un lato siamo obbligati a pagare, se vogliamo continuare a lavorare, perché senza il Durc non si può partecipare alle gare di appalto; dall’altro non siamo pagati dalle Pubbliche Amministrazioni per lavori terminati e consegnati da anni. Siamo al paradosso: siamo costretti a pagare prima i contributi e poi gli stipendi. E la mancanza di flessibilità e talvolta di competenze da parte di chi si occupa del Durc fa il resto. Applicare la normativa senza studiare caso per caso le situazioni delle imprese provoca di fatto un vantaggio competitivo per quelle aziende che non emergono o che ricorrono a meccanismi ben noti: cessazioni di attività, nuove iscrizioni, cessioni di rami d’azienda. Insomma, la regolarità ed il rispetto delle norme diventa un vero e proprio handicap”. Da dove provare a ripartire? “Guardi, nonostante tutto, viviamo in un territorio dinamico, dove è possibile lavorare a progetti di finanza facendo rete tra le imprese e collaborando con la parte pubblica che funziona. E’ questa l’unica strada che al momento si può intravedere per uscire dalla crisi. Da questo punto di vista Salerno è una realtà estremamente propositiva”. Le banche? “Il credit crunch non è un’invenzione delle imprese. Esiste e si fa sentire soprattutto sulla pelle delle aziende piccole. Lo sforzo compiuto dalla Bce non si sa quale effetto avrà sulla liquidità che sarà resa disponibile per le imprese. E’ evidente che occorrono interventi celeri ed efficaci nell’immediato. Non c’è più tempo da perdere”.

