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Sono trascorsi 97 anni da quando Martin Haidegger, grande filosofo tedesco, pose sul tavolo della conoscenza umana “Essere il tempo”. Questo saggio, lo diciamo subito, è incompiuto, e poggia le sue considerazioni sulle questioni sollevate e mai risolte da Platone ed Aristotele. L’“Essere il tempo” prova ad indicare all’uomo la strada per la ricerca di sé stesso; questo percorrendo i meandri dell’intelletto dove si rincorrono i bagliori di una esistenza ora felice, ora triste. Il tempo che scorre sulla terra così come nel cosmo sino al limite del “bordo degli eventi”, è il trascinatore di ogni cosa, e, quindi, anche dell’uomo. In effetti, comprendere “L’Essere il tempo”, e dare una lettura definitiva al pensiero di Heidegger sembra un’impresa ardua; Fromm cercò l’essere partendo da pensieri un po’ più materiali; quello, invece, del filosofo tedesco resta un punto da cui non trascendere, una domanda che, sicuramente, non troverà una risposta né adesso e né, probabilmente mai. Questo ha, forse, una sua ovvia ragione, anche nel fatto che siamo indirizzati sempre di più in un mondo banalmente materiale, dove è forte il carpe diem; l’“Essere il tempo” perde di forza, di significato perché viene meno il nocciolo centrale: “l’ontologia dell’esistenza”.
