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Primo Levi nacque a Torino il 31 gennaio del 1919 e nel corso della sua “avventurosa” vita è stato un partigiano, ma, soprattutto, un antifascista. Il 13 dicembre del ’43, grazie ad una delazione, venne arrestato da alcuni miliziani della Repubblica di Salò a pochi chilometri dal confine Svizzero. Il fatto che fosse ebreo lo portò ad essere internato nel mese di febbraio del ’44 ad Auschwitz dove fu testimone oculare di tutte le nefandezze perpetrate dagli aguzzini nazisti. Levi riuscì a restare in vita, malgrado ogni privazione, e nel gennaio del 1945, quando i tedeschi, sotto l’incalzare dell’armata Rossa, evacuarono il campo, si ammalò e venne lasciato nella sua baracca; questo episodio gli salvò molto probabilmente la vita. Dopo la liberazione tornò in Italia dove spese il resto della sua vita a tenere vivo il ricordo dell’olocausto e dei martiri di quello sterminio. Proprio per questo, nel 1947, pubblicò il libro “Se questo è un uomo”, frutto delle memorie di quanto ha visto e subito ad Auschwitz. Il libro-testimonianza stenterà ad avere una diffusione su vasta scala e solo nel 1958 “Se questo è un uomo” troverà la sua giusta collocazione nel panorama nazionale italiano e, successivamente, anche in quello internazionale. Levi, però, non scrisse il libro per il prestigio ed il successo, ma riportò la sua testimonianza su carta per dare voce a tutte quelle povere anime che hanno conosciuto l’inferno sulla Terra. Il suo obbiettivo fu di farci interrogare su come sia possibile essere crudele e malvagi contro un essere umano, come sia possibile torturare, uccidere uomini, donne e bambini nel nome di un’ ideologia, quella di ritenersi “razza superiore”. Levi voleva che ricordassimo le sofferenze dei campi di sterminio perché sapeva che:” chi dimentica il proprio passato è destinato a ripeterlo”. La forza di “Se questo è un uomo” sta nella speranza che tutto ciò non accada più. Questa speranza resta viva anche nel conservare la dignità, contro ogni sopruso, nutrita dallo spirito di solidarietà tra tutti gli oppressi nei campi dell’orrore. Una solidarietà che va oltre il colore della pelle, della lingua e del proprio credo. Levi si chiese senza risposta perché ciò accadde, ma, attraverso il suo libro, ora e per sempre, ci guarda fisso negli occhi, questo non per farceli abbassare, ma per farci riflettere. Ieri come oggi, nessuno ha diritto di far soffrire un proprio simile, un proprio fratello. “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”.
