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Manca il “liquido” e le aziende si fermano. di Ernesto Pappalardo

La questione, per la verità, è stata ampiamente sviscerata. C’è chi la chiama stretta creditizia, chi ricorre ad altri anglismi, ma in sostanza è di chiara evidenza: la crisi di liquidità, la crisi del circolante, la contrazione dell’operatività in conto corrente sta finendo per assestare il colpo di grazia alle imprese. Anche a quelle – è questo il dramma – che da un punto di vista più strettamente produttivo sono in condizioni di avere mercato e di reggere l’impatto della congiuntura negativa. E’ questo il dramma. I mancati pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni o di altri privati a loro volta non pagati attivano un circolo vizioso che paralizza ogni cosa. Né al momento si vedono gli effetti della cura-Draghi sul mercato secondario del credito. Non risultano pervenute, soprattutto da queste parti, iniezioni di liquidità consistenti e con percentuali di rischio non sovradimensionate ma semplicemente sostenibili nel tessuto produttivo. Al contrario: tra i piccoli e i piccolissimi è in pieno svolgimento il dramma della sopravvivenza quotidiana rispetto ad atteggiamenti incredibilmente restrittivi da parte del circuito bancario. In questo contesto il ruolo dei Consorzi di Garanzia Fidi può risultare dirimente nella valutazione della concessione del credito, ma certamente non può bastare. Da qui l’esigenza di lavorare su due livelli: uno più nazionale e normativo – in un interessante convegno a Caserta si è ampiamente discusso di provare a spingere in maniera strutturale la capitalizzazione delle imprese – ed un altro più territoriale, provando a mettere in campo accordi e strumenti tagliati sulla misura del dimensionamento e delle caratteristiche settoriali delle singole aziende. Che cosa significa? Significa che è il momento di prendere l’iniziativa dal basso: categorie, sindacati, banche, consorzi di garanzia. Insomma, non è proprio il caso di attendere la salvezza da qualche tavolo romano o napoletano. Forse – forse – non è soltanto un problema di scarsità di risorse. Il vero nodo da sciogliere è che nessuno vuole metterci la faccia, ma intanto si sta fermando tutto. Non solo per le proteste dei “forconi”.


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