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Il libro di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella parla, con competenza, dell’inadempienza del sistema di governance delle istituzioni.
Ma come si riesce a governare la “fragilità” in Italia?
Dei 194 miliardi disponibili del programma PNRR (2021-2024) solo 18 sono diventati spesa-rendiconto dell’efficacia e dell’efficienza. Le strutture di governance della Commissione europea, dello Stato, delle Regioni, oltre che dei Comuni, non sono andate incontro alle esigenze amministrative dell’Italia.

di Pasquale Persico

Il libro di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella – “Governare le fragilità” – parla, con competenza e anche, se il termine è giusto, di ingenuità della fragilità del sistema di governance delle istituzioni, e spiega indirettamente perché rinunciare alla proroga totale dei fondi del PNRR è anche un’opportunità. Ad oggi dei 194 miliardi disponibili del programma PNRR dal 2021 al 2024 solo 18 sono stati messi a terra, cioè sono miliardi diventati spesa-rendiconto dell’efficacia e dell’efficienza. Sembrerebbe allora che le strutture di governance  della Commissione europea, dello Stato, delle Regioni , e dei Comuni non sono andate incontro alle esigenze dell’Italia,  con strutture amministrative adeguate. La crescita ipotizzata al principio del PNRR  non ci ha fatto conquistare che poche parti del benessere annunciato. Il dettaglio della spesa, di appena 18,2 miliardi per anno, ci dice che avremmo bisogno di almeno altri sei anni, invece di due, per raggiungere il completamento del programma.

La lettura del libro fa molta luce sulla fragilità del sistema Italia, questa fragilità, se viene approfondita, ci offre molte spiegazioni sulla domanda: faremo in tempo a fare uscire l’Italia dalla fragilità che ci sta portando fuori dall’efficacia e dall’efficienza della governance strategica? Ho usato la parola ingenuità non per dare un giudizio negativo al lavoro dei due studiosi non estranei ai processi amministrativi descritti, ma perché la loro analisi sulle sovrapposizioni di competenze delle diverse istituzioni richiamate, pur auspicando una razionalizzazione dei beni posizionali esistenti, non ribadiscono il ruolo di  queste sovrapposizioni; esse possono essere considerate le modalità con cui i partiti hanno provato a occupare le istituzioni, invece di produrre i beni relazionali decisivi per moltiplicare la sussidiarietà e la reciprocità necessaria per dare l’impulso alla cura della fragilità delle stesse. La sicurezza nazionale, come concetto di base, non riguarda solo la politica estera, dove il ruolo della diplomazia è sparso in più istituzioni concorrenti, ma riguarda anche la sanità, la sicurezza idrica, la difesa dell’ambiente, gli standard d’istruzione e della ricerca, i trasporti e la sostenibilità del welfare.

Le voci della rendicontazione del PNRR sono invece espressione di una direzione incerta: quasi la metà sono crediti fiscali, ad esempio quelli del superbonus, altri per gli incentivi energetici e la competitività delle imprese, mentre in forte ritardo è la spesa per le infrastrutture strategiche e la rigenerazione urbana delle città metropolitane.

Se questo è lo stato dell’arte, allora la fragilità estesa di cui parla il libro,  non è riparabile per le modalità con le quali le maggioranze moltiplicano i beni posizionali, cioè gli avamposti di controllo del consenso. La deduzione operativa ed efficace, visto il mio racconto di valutazione, è la seguente: come ho più volte ribadito, il PNRR aveva come ragionamento iniziale, delle avvertenze di valutazione, che dovevano tenere in conto che una parte consistente dei finanziamenti sono a fondo perduto, mentre l’altra parte è a debito da restituire tenendo conto del debito pubblico enorme da reperire sul mercato.

Il tema della fragilità, allora, poteva essere affrontato tenendo conto dei risultati da raggiungere; le risorse a fondo perduto sarebbero dovute andare proprio nella direzione dove i benefici finanziari  avevano aspettative di lungo termine, mentre il cosiddetto debito buono doveva essere il criterio da usare per la spesa capace di generare processi di efficacia e di efficienza più vicini ai temi della crescita del Pil probabile.

La conclusione è facilmente annunciabile: la mancanza del criterio di valutazione di cui ho parlato implica che le rate che arriverebbero con la proroga breve, dovranno essere caricate su debito insostenibile per eccesso di fragilità delle istituzioni-chiave per la spesa in beni pubblici strategici  elencati con competenza nel libro. E allora?

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Pasquale Persico
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