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di Pasquale Persico
C’è un affollamento di candidature nei due schieramenti per prenotare un ruolo nella intermediazione
politica delle poche risorse destinate alle cosiddette Aree Interne, che interne non sono. La necessità di uno sviluppo che non avvantaggi soltanto i Comuni capoluogo fu annunciata dal POR 2000-2007 che, grazie al lavoro di assistenza tecnica del Formez, ho avuto la possibilità di influenzare nella
direzione giusta, con lo slogan quattro piazze per non morire. L’idea che Piazza Plebiscito a Napoli dovesse cedere la scena a ben quattro piazze sulle montagne ai confini delle altre province era misurabile dalle risorse appostate per l’Ambiente e per le tipologie di Programmi urbani integrati per le città medio piccole. Anche la ricerca scientifica ed il ruolo dei centri di competenza metteva un forte accento sui temi delle aree lontane dalla concentrazione tradizionale dei luoghi della ricerca applicata. Basterebbe citare “BIOGEM” che, però, è anche una storia nazionale.
Ma la storia della governance regionale da quel periodo ha preso altre direzioni per più ragioni: tra esse, il nuovo patto di alleanza tra sinistra tradizionale e centro sinistra democristiano, le ragioni della nascita dell’Euro, la mancanza dell’onore di cui parla Camus, nel mantenere le promesse di governance strategica. Come sappiamo alla Regione l’alternanza c’è stata ma c’è stato anche una accumulo ingiustificato di residui strategici dei fondi di coesione, dispersi in usi “non strategici”.
Le ragioni a cui ho accennato sono scomode per molti protagonisti delle passate legislature, basterebbe misurare l’inefficacia delle politiche per l’agricoltura e per la tutela della biodiversità. Dai satelliti arrivano, oggi, notizie drammatiche sul mancato assorbimento di CO2 per non aver saputo sottrarre comportamenti incoerenti sia nel settore agricolo che nella gestione dei parchi nazionali e regionali. Per queste politiche, una rivoluzione culturale è necessaria ed una nuova visione di azioni strategiche deve ripartire da una revisione radicale del ruolo dei Gal e delle Comunità Montane. Sul tema del nuovo ruolo delle PMI nelle aree periferiche il buio è totale, vi è scarsissima conoscenza sulla propensione alla transizione ecologica delle PMI, isolate ma pur sempre nelle reti lunghe del valore e del manifatturiero strategico. Basterebbe citare il settore vitivinicolo che attraversa una nuova fase di riposizionamento e il Made in Italy. Ma il tema è più largo e la crisi delle associazioni e della Camere di Commercio lascia al solo credito la responsabilità di indirizzo. Ma proprio il settore del credito ha grossi ritardi nel bilanciare, e nel definire il suo ruolo strategico nel suggerire il tipo di fondi di cui ha bisogno l’impresa manifatturiera in evoluzione strategica (mi riferisco alle PMI ed alle strategie di equità da integrare negli altri strumenti di finanza). Il ruolo cooperativo e relazionale con il territorio non può essere delle sole BCC cooperative, è necessaria una massa critica di risorse più specializzate in strumenti diversi, fino all’equity strategica dei fondi specializzati (ROE e ROI non divergenti, cioè il rendimento del capitale d’impresa e quello sugli investimenti strategici).
Allora, già quantificare i residui non spesi per ridarli alle aree interne sarebbe un segno bipartisan da
condividere la strategia che risarcisce le aree interne della mancanza delle passate legislature regionali. Non mi avventuro nell’elenco delle promesse di cui sono stato attento osservatore ma non posso non specificare che tutte le ipotesi di Anticipatory Governance dei fondi strutturali hanno perso sostanza nella gestione operativa. Come suggeritore, poi, messa da parte la cronaca dei mancati obiettivi nei PIT dei Parchi e del PIT delle città medio grandi, spiega bene l’assenza di un amor proprio istituzionale nel fare crescere le aggregazioni strategiche tra comuni, rinunciando ad un approccio federativo della governance orizzontale. Le economie di reciprocità erano e sono incompatibili con la riproduzione della classe dirigente delle organizzazioni politiche, ma la stessa classe dirigente subisce un destino lento di scomparsa in termini di soggettività. Per l’uscita dal buio del dopoguerra, nel 1951, A. Camus scrisse le dieci parole da tenere sotto riflessione per vincere la povertà e gli squilibri territoriali: il mondo, il dolore, la terra, le madri, l’umanità, la miseria, i deserti, i governi, il mare, l’onore.
Ecco allora che tornano in campo le promesse-programma e l’etica sull’uso delle risorse, per ogni parola occorrerebbe scrivere una promessa riequilibrante dei divari tra aree, e rimettere in ordine morale le promesse fatte. Per Camus, la dignità rimane nel fare bene la politica con onore, e sapere giustificare il perché del non-poter fare. L’onore si contrappone al non fare rispetto alle promesse, L’empatia di Camus per gli ostinati ci ricorda il legame tra onore e coerenza. Basterebbe analizzare le incoerenze gestionali dei progetti messi a terra, dove la parola integrazione avrebbe dovuto avere un risalto specifico rispetto al tema del programma territoriale. L’assegnazione delle responsabilità gestionali ha prodotto asimmetrie non raccontabili nell’efficacia del coordinamento.
L’accumulo scoordinato tra residui diversi rende chiara la mia affermazione. Vorremmo ammirare i nuovi amministratori per la loro fedeltà alle promesse ed all’impegno radicale, avere da loro un racconto pedagogico sul saper fare governance; non vorremmo assistere alla loro caduta culturale qualche mese dopo il loro insediamento, senza mettersi in gioco fino in fondo. La raccomandazione mi viene suggerita dalla poesia di Kili Dimulà, greca (1931- 2016). Attenzione: Quando Apparecchi la tavola/prima di sederti/controlla scrupolosamente la sedia di fronte a te/se è solida o scricchiola/…. perché colui che non si siede diventa ogni giorno più pesante.

Pasquale Persico
