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Le espulsioni dai vari settori si moltiplicano, a differenza dell’epoca keynesiana, non ideale, quando il produrre e distribuire era una regola partecipativa.
Lo spazio esistenziale dell’arte, il secolo dell’esclusione
A Caggiano un presidio a rete di milieux creativi, per artisti in transito, ispirato alle “comunità del possibile” di Poul Goodmann.

di Pasquale Persico

Il bel libro “Lo spazio esistenziale. Definizioni e corollari” – Ediz. italiana e inglese (Vol. 1), Lucrezia Longobardi (curatore), Emma Catherine Gainsforth (traduttore),  Iemme Edizioni, 2021 – racconta di più esperienze di mostre in luoghi diversificati, dove l’intersezione dell’artista e del curatore può produrre nuove declinazioni del confine creativo e comunicativo, facendo crescere la massa critica esperienziale, appunto, congiunta. L’idea della ricerca è quella  di  allargare la storiografia potenziale sul ruolo dell’arte come bene relazionale a spettro largo; viene raccontato un laboratorio di produzione in cui il luogo ridiventa nodo di un milieu creativo a più voci; i beni pubblici e quelli privati prodotti dal milieu esperienziale citato, non sono più distinguibili con il linguaggio tradizionale. Tutto il libro diventa un racconto sul perché occorrerebbe moltiplicare queste tipologie di azioni quasi a voler presagire un sviluppo possibile dello spazio e del tempo per l’artista ed il curatore. Questi, specie nei processi di rigenerazione urbana, possono dare  frecce e voci contemporanee alla transizione ecologica evocata dalle politiche di sviluppo. Ma a partire dalla pandemia e dal rallentamento della globalizzazione si sono manifestate accelerazioni dei processi di esclusione, di disuguaglianza e di povertà che rendono obsoleti tutti i modelli di inclusione protagonisti del secolo precedente; in maniera inattesa, l’Europa  è diventata anch’essa protagonista dei processi di “ espulsione” che riguardano quasi tutte le categorie sociali.  Le misure di austerità, a favore dell’equilibrio finanziari,  devastano i territori e favoriscono le formazioni predatorie dove il ruolo delle grandi corporation diventa egemone. Questo processo fa si che proprio i settori che richiedono interventi per i diritti negati finiscono per trovarsi nel margine del sistema più vicino alle espulsioni. La geografia mondiale subisce una concentrazione dei poteri di estrazione del valore, non solo finanziario,  fino a rendere obsolete, o marginali,  tutte le organizzazioni di cooperazione allo sviluppo ed all’inclusione. Lo spazio di esclusione si allarga, le espulsioni dai settori si moltiplicano, a differenza dell’epoca keynesiana, non ideale, come affermava lo stesso Keynes, dove, però,  il produrre e distribuire era una regola partecipativa.

Ma gli spazi degli esclusi in ampliamento riguardano anche il mondo dell’arte? Tali spazi sfuggono alle misure tradizionali degli Stati moderni ma possono essere percepiti leggendo le pagine critiche  sui settori.  Nelle pagine della Cultura de Il Sole 24ore di domenica scorsa la presentazione critica di MI Art a Milano per il principio di aprile, coglieva più di un aspetto della crisi delle gallerie e degli artisti associati alle stesse. La partecipazione alle fiere non risulta più uno spazio strategico se non per le concentrazioni d’arte omogenee alla logica della concentrazione di ricchezza finanziaria globale. Basterebbe analizzare il dettaglio dello stand di Intesa S. Paolo sui temi della fiscalità e del collezionismo per capirne di più sulla  direzione di cui parlo. La crisi di cui parlo, cioè  i progetti di espulsione, non riguarderà in maniera drammatica gli artisti con la A maiuscola, che spesso non fanno itinerari nelle accademie e nei licei d’arte (ma anche questi , come Van Gogh, rischiano di non poter comunicare il loro valore). Il processo  della disoccupazione diffusa o emarginazione diffusa, espellerà dal settore non poche persone che dovranno risalire la scala sociale delle nuove strade, non dell’arte. Rimane l’appello generale presente nelle pagine d’arte citate: moltiplicare le energie , fare reti di reciprocità innovative, fare sistema con le città e gli arcipelaghi di urbanità (diffusa) nelle cosiddette aree marginali. Istituzioni, curatori, artisti, partner innovativi, università ed accademie devono “approfittare” di Mi Art, ma  non solo per una riflessione profonda su un mondo che potrebbe svuotarsi come comunità commerciale a spettro inclusivo; vi è una tendenza  a favore di un nuovo modo di selezionare iniziative in luoghi di crescita concentrati e ben gerarchizzati, a favore di classi specifiche dello sviluppo globale del sistema arte. Sarà difficile, in futuro,  raccontare di cento anni di arte sotto lo stesso tetto o nello stesso luogo, le combinazioni e le concentrazioni tendono ad inseguire le tendenza alla coagulazione finanziaria che è bene più complesso e difficile da indagare . Non è facile, pertanto, prevedere che lo spazio degli espulsi non potrà non riguardare anche il mondo dell’arte e dei suoi addetti. Occorre una concettualizzazione nuova dello spazio esperienziale possibile, come già ha  annunciato la ricerca della Longobardi, ma questa ricerca deve uscire dal solo ambito dell’arte e del suo sviluppo settoriale. Le forme tossiche di sviluppo, nel secolo nuovo, si stanno moltiplicando e diversificando. Sono aree sotterranee che devono essere rivelate; portarle alla luce rilancia la riflessione sul ruolo degli artisti e dei curatori e ripropone un macroscopio della mente da costruire con occhi nuovi e pensieri di ricerca assolutamente eretici, rispetto al coro dominante. Il libro di Paul Goodman , “Individuo e Comunità”, fornisce un carnet di ipotesi non solo per l’anarchia possibile, ma per una gamma larga di movimenti a sussidiarietà e reciprocità organizzativa ad efficacia misurabile. Un presidio Goodman a Caggiano da tempo recupera la cultura americana del dissidio,  ben rappresentata sui temi della decolonizzazione della società e del suo immaginario.

 

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Pasquale Persico
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