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di Pasquale Persico
Le città sono state, fin dalla loro nascita, un canale insostituibile di comunicazione tra passato e futuro. Le storie degli organismi urbani sono sempre storie di uomini e di donne che vivono la città; anche le città possono essere raccontate come storie di organizzazioni fatte di reti fisiche ed immateriali che nascono, vivono e muoiono. Spesso l’apparenza inganna, città che sembrano vivaci, brillanti e piene di persone sono in realtà morte e città morte e sepolte, una volta ritrovate, si fanno percepire come città che continuavano a vivere, perché sanno emozionarci e si fanno amare.
“If you love Venice, let Her die”, è l’appello apparso su “ Times on Line” scritto da Rachel Campel Johnston qualche anno fa ed io, in occasione del piano strategico di Ferrara, ho esplorato questa ipotesi, fino in fondo. Anziché accanirsi per continuare ad investire per sostenere la vita virtuale, turistica, di un organismo urbano senza struttura “vitale”, ho pensato che programmare per Venezia una “apparente morte lenta”, potrebbe essere più vantaggioso per i veneziani e per l’umanità.
L’ipotesi riguarda anche il grande tema delle città metropolitane ed il tentativo di rivitalizzarle con il turismo o con le mille ipotesi di nuove industrie innovative a tecnologia accessibile ai giovani. L’ipotesi che Venezia deve avere la possibilità di “morire” con dignità “costruttiva” per “scivolare verso una nuova vita” è del tutto attuale e persistente – come memoria miraggio-immaginario-storia attuale – in uno scenario più o meno realistico (in quanto esiste), ma, giustamente, viene contrastata dal collega economista, anch’egli visionario, Carlo Bagnoli, direttore scientifico di Venice, sustenibily innovation accelerator, meglio sintetizzato con VeniSIA. Lui, economista aziendale alla Ca’ Foscari, ha condiviso l’idea rigenerativa con il Ceo di Microsoft, Santya Nadella, e in collaborazione con Eni e la sua scuola aziendale, Atlantia, Cisco, Snam, e altri partner industriali di indubbia fama. Ha selezionato tra 4000 candidature un certo numero di esse che, dopo una permanenza a Venezia, avranno un premio di ripartenza di 20000 euro.
Ecco la cronaca di un ennesimo approccio tecnologico ai temi dello sviluppo delle città, da me criticato nel 1987 (già allora), perché lo ritengo “lontano” dai più recenti approcci di geo-antropologia. In sintesi: per “entrare” nelle ripartenze delle città e dei territori – in una visione di nuova riglobalizzazione – bisogna tenere al centro dell’attenzione il clima e la transizione ecologica (modelli di co-evoluzione complessi).
Ma la mia critica potrebbe essere anche meno larga e partire dallo reale storia dello sviluppo dei territori urbani e non urbani (vedi, per esempio, l’area veneziana e la Val D’Agri).
Il discorso si fa più semplice restringendo la riflessione al problema di come attrarre start up guidate da giovani. La metafora che ci viene in aiuto è il modello di riproduzione delle anguille nella grande area della laguna veneta. Si parte dall’analisi della popolazione di anguille esistenti per distinguere il destino delle anguille che diventeranno grandi anguille (per aver nel proprio Dna il rifiuto dell’esperienza della riproduzione ) e l’anguilla che invece decide di fare il viaggio per rinnovare il tessuto abitativo, il ritorno nell’habitat (associabile al viaggio di Marco Polo).
Ebbene, il comportamento delle anguille è più radicale dell’approccio-Marco Polo ed ancor più di quello prescelto da modelli che pur intendono privilegiare l’afflusso di giovani. Le anguille affrontano il viaggio esperienziale pieno di pericoli ed arrivate al luogo nel tempo giusto, fanno nascere miliardi di nuove anguille, per, poi, morire, e dare alle giovani anguille la possibilità di attuare nuove esperienze vissute e rigenerare i luoghi con un Dna trasmesso e legato all’antico genius loci.
La grande sfida di come affrontare per le città il tema del clima e della transizione ecologica è tutta in campo, ma guai a fidarsi troppo di un approccio tecnologico lontano dalla storia sperimentale transdisciplinare e territoriale. Molti altri scienziati ci potrebbero ricordare che non siamo soli sul pianeta e le dinamiche sullo sviluppo delle città del passato sono quasi tutte “obsolete”, specie quelle che hanno fatto largo uso delle risorse non rinnovabili.
Allora? Allora, la critica profonda al modello di apprendimento – che la crisi energetica in campo segnala – deve emergere con forza.
Siamo sicuri che la grande anguilla può tentare di riprodursi e, anzi, di continuare ancora crescere (senza dire il come e il perché)?

Pasquale Persico
