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L'intervista »

La vera fabbrica diventa il territorio Persico: “Lo sviluppo possibile ha bisogno di visioni in area vasta”

L’approfondimento. Il documento dell’Università degli Studi di Salerno “La vera fabbrica diventa il territorio” Persico: “Lo sviluppo possibile ha bisogno di visioni in area vasta” “E’ il momento di recuperare il concetto di manifatturiero virtuoso” Professore, non è il solito documento “accademico”. Questa volta l’Università di Salerno esprime posizioni molto chiare, delinea una strategia operativa. Partendo da cosa? “Siamo in un momento di trasformazione. La crisi finanziaria ed economica internazionale sta travolgendo modelli e riferimenti istituzionali e produttivi. Occorrono risposte chiare. Che nel Mezzogiorno ed in Campania non arrivano. Per esempio: che cosa devono fare le aree vaste e le città intermedie? Non è un compito facile, bisogna impegnarsi per trovare nuovi “dispositivi” istituzionali, politici, economici e sociali che colgano le nuove opportunità che ogni metamorfosi contiene e per eliminare i timori (quelli che sentiamo da tempo ed ogni giorno) di non avere la capacità di uscire dalle difficoltà”. Da dove iniziare? “Prima di tutto partiamo da un approccio ancorato ad una base sociale di riferimento che si deve prendere carico della trasformazione possibile. Se dalla città per progetti si riesce a passare al concetto di città rigenerativa, automaticamente si identifica una nuova base sociale che si assume l’onere di una ritessitura territoriale. Insomma, non basta insistere e cercare il consenso attraverso il valore economico, ma occorre, invece, lavorare su un forte coinvolgimento identitario sul progetto di rinascita della Campania e del Sud”. Proviamo ad entrare un po’ più nel merito del ragionamento. “Spesso, l’accesso, attraverso una molteplicità di reti economiche (chiare o scure), tecnologiche e sociali, istituzionali o informali, per inserirsi nei processi di globalizzazione, ha prodotto ruoli urbani subordinati o fortemente dipendenti. Il territorio si è destrutturato e in alcuni casi frammentato, la rete dei servizi al consumo l’ha fatta da padrone, mentre la deindustrializzazione ha proposto vuoti e problemi sociali ancora non risolti. In questo modo il valore del territorio ha subito un decrescita dovuta alla perdita di identità produttiva e sociale”. Perché è accaduto tutto questo? “Perché il valore reale di un territorio dovrebbe essere incarnato dalle persone e dalle istituzioni che scelgono di riconoscerlo come il vero ed unico potenziale su cui costruire tutto il futuro possibile. Molte storie campane possono essere, invece, raccontate come vicende in cui il valore del territorio è stato distrutto o compromesso con un processo di metamorfosi da Campania Felix a Campania Infelix. Ora occorre ripristinare al più presto la fertilità perduta: è l’unica competizione possibile nell’era della seconda globalizzazione”. Nella pratica delle scelte istituzionali e politiche che cosa a suo giudizio è indispensabile mettere al centro dell’attenzione? “Occorre immediatamente riprogrammare i fondi strutturali, prevedendo una congrua copertura di eventuali sforamenti dal Patto di Stabilità. La Svimez ci dice che da qui al 2015 ci sono ancora circa 40 miliardi di euro da spendere e suggerisce di farlo evitando gli aiuti a pioggia ma puntando su pochi obiettivi fattibili che possano funzionare da volano di crescita per l’intera regione. Resta, poi, centrale l’investimento sul capitale umano: ci sono molti giovani laureati, un patrimonio di risorse sul quale bisognerà fare in modo di convogliare gli interessi di eventuali investitori, anche stranieri”. E, poi, c’è il nodo della politica industriale. “Credo che su questo si sia detto anche troppo, ma resta il fatto che occorre subito un mutamento di rotta: il modello di competitività sul quale puntare – nel contesto europeo, oltre che nazionale e meridionale – parte dall’abbandono delle politiche di autoregolazione dei mercati. La rinascita del modello federalista europeo poggia sul valore dei territori e non sul valore finanziario delle banche. E’ in questo modo che ritorna centrale una politica di coesione coerente con i temi dell’occupazione e dell’equità fiscale; con la facilitazione dell’accesso al credito finalizzata alla crescita degli investimenti e della produttività.”. E’ d’accordo con l’indispensabilità del rilancio del manifatturiero? “Certamente. Solo così cresceranno le possibilità di creare valore e ricchezza in ambiti territoriali allargati, non tanto nella visione dei distretti industriali ma in quella di aree vaste di programma, rompendo la dicotomia urbanizzazione come città e campagna come altro dallo sviluppo ed affidando al concetto di città-paesaggio il compito di investire in una nuova forma di fabbrica territoriale . Il territorio, quindi, come modello di “fabbrica” della manifattura basata su saperi sempre più evoluti ed innovativi”. Ernesto Pappalardo

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