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I numeri dell'economia »

Il dibattito (in primis all’interno della maggioranza di governo) si muove per frammentazione di punti di vista.
La politica e le competenze, il gioco delle distanze
“L’esito triste che potrebbe accadere alla breve e luminosa stagione della task force è il suo trasformarsi nel motore delle consulenze per ritagliare spazi ed incarichi agli esperti assurti a gloria nel tempo della post-pandemia, senza avere ridisegnato un modello di intreccio sistematico tra le istituzioni e la rete organizzata dei saperi”.

di Mariano Ragusa

Non è difficile prevedere cosa resterà del Piano Colao dopo il solenne bagno mediatico degli Stati generali. Indirizzi e opzioni, suggeriti dagli esperti della task force, scivoleranno morbidamente nei principi generali che faranno da cornice alle “Tavole” della ripartenza italiana che il governo s’appresta a scolpire. Operazione indolore, anzi assai agevole per la politica degli annunci e delle enunciazioni che occupa la scena altrimenti destinata all’azione ed alla tangibilità degli interventi imposti dalla incipiente pandemia economica.

Sposare il pacchetto-Colao non è in via teorica difficile. Le prospettazioni della task force di esperti hanno semplicemente trasfuso contenuti presenti nelle agende di tutti i governi dei Paesi avanzati impegnati nei cambiamenti imposti dalla pandemia.

Questa circostanza assicura un potere simbolico e narrativo ancora spendibile nei confronti delle opinioni pubbliche sebbene con tempi di scadenza assai ravvicinati. Finita la festa (leggi: Stati generali) ci si può trovare di fronte a due possibilità: ramazzare le cartacce e i cocci eventualmente prodotti nell’esuberanza dei festeggiamenti, oppure far tesoro dei regali ricevuti e provare ad utilizzarli al meglio.

Il tempo delle scelte.

Imboccare la seconda virtuosa via implica la traduzione del pacchetto-Colao nella situazione del Paese reale, sui suoi bisogni impellenti, nella connessione tra le risposte immediate e di prospettiva, significa stabilire priorità e conseguenti esclusioni. E qui la perfezione del modello tecnico-scientifico delineato dalla task force nessuna pretesa ha, e né può accampare, di fronte ad una decisione che è esclusivamente riservata alla politica. Tanto per dire: si fa presto ad evocare la “svolta Green” se poi non si ha chiaro in testa cosa farsene del manifatturiero a cominciare da vertenze pericolose come l’Arcelor Mittal.

Il dibattito politico (in primis all’interno della maggioranza di governo) si muove per frammentazione di punti di vista che annegano nella cacofonia delle dichiarazioni. La rivendicazione di bandiere identitarie, le dichiarazioni di intenti e di volontà soverchiano la cura delle azioni concrete, l’argomentazione connessa alle realizzazioni. Il che accade non per capriccio bensì per ragioni individuabili nella mai pienamente compiuta sintesi programmatica tra i partner di governo e per il persistente semi-lockdown in cui si trova il Parlamento, luogo sovrano di confronto e decisione in ogni sistema democratico.

Il tecnico taumaturgo.

Di fronte a questo spettacolo, l’ingenuo osservatore avvertirà che il potere taumaturgico affidato alla task force non è riuscito nell’impresa di dotare il Paese di un modello perfetto da applicare per scacciare le ombre della decrescita infelice.

L’ingenuità di quell’osservatore è figlia della narrazione pubblica che intorno al Piano Colao è stata intessuta per accoglierlo esattamente come il tocco miracolistico contro il baratro della crisi. Il piccolo capolavoro del premier è consistito in questa capacità narrativa, agevolata sia dallo spiazzamento del primo partner di maggioranza (il Pd) sia dalla necessità, da quest’ultimo avvertita, di evitare strappi nell’equilibrio di governo.

Le cose, come logico che fosse, sono andate in diversa direzione. E il modello perfetto elaborato dalla task force è diventato un riferimento, al massimo la cornice della discussione tra i partiti (di governo e di opposizione) preoccupati di guardare al merito delle questioni. Con quali effetti, lo si vedrà nelle prossime settimane.

Una qualche riflessione, sin da ora, appare interessante sviluppare sul rapporto politica-competenze posto in luce dalla vicenda del piano Colao. Accantonati i tatticismi politicisti che pure ne hanno accompagnato la nascita, la costituzione di una task force di esperti ai quali affidare la redazione del grande progetto di rilancio del Paese, ha suscitato l’impressione di una politica non solo impotente ma incapace anche a leggere le tendenze sociali ed economiche, innescate dalla pandemia.

Una politica senza autonoma scienza e competenza ha così delegato compiti propri ad un tertium tecnico. Ora, è vero che non si può ritenere la politica sinonimo di onniscienza ma altrettanto vero è che la sua azione nasce dall’analisi e dalla conoscenza della realtà e laddove necessario può e deve rapportarsi, in funzione sussidiaria, agli specialismi. La genesi della task force sembra aver invertito questa ratio.

La politica si è accomodata ai banchi e messo in cattedra i tecnici. La logica avrebbe suggerito un rapporto tra pari: la politica con le sue idee e progetti per lo sviluppo, dall’altro i tecnici con i quali confrontarle, precisarle, migliorarle. La politica, in primis quella governante, non aveva idee oppure ne aveva tante e contraddittorie per cui ha preferito affidarsi a una guida neutra.

La logica rovesciata.

L’anomalia non è solo nel rapporto rovesciato tra politica e competenze. Anomalo appare il ricorso diretto ai saperi, in una Paese che (è storia antica) ha mobilitato le competenze solo nelle situazioni di emergenza e di eccezionalità.

Una espressione del lessico politico è quella che esalta, come virtù dell’ars politica, l’ “ascolto del Paese reale”. Vien da chiedersi se nel cono acustico di questo ascolto rientrino anche le voci di centri studi autorevoli, università, istituti di ricerca che costantemente hanno gli occhi puntati sui cambiamenti del Paese. Se questa ricchezza di saperi e conoscenze, la politica abbia mai pensato e provato a metterla in rete, strutturarla in progetti organizzati, farne persistente fonte di conoscenze alle quali istituzioni e politica attingere per rafforzare senso, efficacia e consapevolezza delle azioni di governo. Probabilmente non è successo, almeno non con questo respiro. Istituzioni-politica e competenze si sono piuttosto mosse lungo binari forse paralleli, certamente separati.

Ora chiariamoci. Non è che il mondo delle competenze somigli alla maltrattata Cenerentola o alla genia degli incompresi. In parte certamente lo è. Ma si adatta ai modi correnti. E cerca, per logica di  lobby e con dinamiche trasversali, di stringere intese con quella classe dirigente pronta e ricettiva se fiuta convenienze immediate. Insomma: meglio una pioggia di incarichi e consulenze e tanto lustro che una grande impegnativa impresa scientifica utile a illuminare i passi del Paese sui processi lunghi del suo sviluppo.

L’esito triste che potrebbe accadere alla breve e luminosa stagione della task force è il suo trasformarsi nel motore delle consulenze per ritagliare spazi ed incarichi agli esperti assurti a gloria nel tempo della post-pandemia, senza avere ridisegnato un modello di intreccio sistematico tra le istituzioni e la rete organizzata dei saperi.

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Lotta contro il tempo
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