I numeri dell'economia »
di Alfonso Schiavino
Se avete oltre 45 anni ricordate sicuramente l’11 luglio 1982. Quel giorno eravamo tutti emozionati, ma non per il caldo. Aspettavamo con ansia le decisioni di un brasiliano, ammassando nell’attesa parecchie riserve mentali. Il calcio è così. Perché di pallone parliamo. I preconcetti sfumarono quando nel “Bernabeu” il signor Coelho ci assegnò un rigore, che purtroppo Cabrini fallì. Gol sbagliato gol subìto? Anche questo luogo comune svanì, quando gli azzurri segnarono uno, due e tre gol alla Germania Ovest, che poi riuscì a farne almeno uno. Gli italiani trionfarono innestando una variabile tedesca sulla storica strategia “salernitana”: così vendicarono i poveri algerini e scatenarono la più grande festa popolare italiana di sempre. Allora cominciarono gli anni Ottanta: divertenti per tanti, discutibili per le scelte economiche.
Ormai si è capito che stiamo ricordando il Mondiale spagnolo. L’Italia si presentò con il gruppo generazionale emerso nel 1978 in Argentina, un gruppo tanto sfrontato da battere i padroni di casa sotto lo sguardo arcigno dei generali golpisti. Purtroppo due sviste di Zoff penalizzarono gli azzurri in semifinale e nella finalina. In Spagna arrivammo sottotono, per lo scandalo del Calcioscommesse, che aveva fermato uno dei protagonisti, il centravanti vicentino juventino Rossi, condizionando anche il deludente Europeo in Italia.
Nel fresco di Vigo gli azzurri giocarono il girone iniziale, con l’obiettivo di acquisire uno dei due posti utili per andare avanti. Di fronte avevano la Polonia, il Perù e l’esordiente potente Camerun, destinato a vincere presto le sue prime coppe continentali (1984, 1988).
L’avventura cominciò con tre pareggi consecutivi: Polonia (0-0), Perù (1-1) e Camerun (1-1). La terza partita, giocata il 23 giugno, venne poi esaminata con l’attenzione degli entomologi, per il sospetto di una combine. In effetti le prime due giornate del girone videro soltanto pareggi, quindi tutte le squadre si trovavano a due punti. Nella terza giornata la Polonia ruppe l’equilibrio demolendo il Perù 5-1. L’indomani Italia e Camerun scesero in campo, sapendo che solo una poteva proseguire. Gli europei segnarono al 60’, gli africani pareggiarono al 61’. Così l’Italia si accodò alla Polonia, sopravanzando il Camerun non per i punti (3/3), non per la differenza reti (0/0) ma per una rete segnata in più (2/1). Il banditismo nel calcio è sempre esistito, ma i camerunensi avrebbero venduto la partita rinunciando a un traguardo storico? Invece un “biscotto” sicuro venne fatto in un altro girone: Austria e Germania Ovest “giocarono” 10 minuti, fin quando gli onesti tedeschi segnarono il golletto che qualificava entrambe. La successiva maxi melina danneggiò l’Algeria, che all’esordio aveva surclassato la Germania Ovest.
Le cose azzurre cambiarono radicalmente con la seconda fase. Nel gironcino di ferro, a Barcellona, l’Italia superò i campioni uscenti dell’Argentina e i temibili giocolieri del Brasile. La riscossa può essere ascritta a un fattore psicologico (il silenzio stampa e la saldezza del gruppo contro gli scalmanati giornalisti e soprattutto al risveglio del centravanti inamovibile. Rossi segnò i 3 gol che sconfissero un Brasile bello, fortissimo a centrocampo, discutibile negli altri reparti, ma ancora troppo carioca di mentalità: i verdeoro si trovarono sul 2-2, sufficiente per la qualificazione, ma continuarono a giocare per vincere. E così tornarono a casa.
Superata di slancio la semifinale (2-0 alla Polonia), in finalissima gli azzurri beffarono i tedeschi adattando a sprazzi la loro poderosa tattica degli anni Settanta, quando tutta la squadra accompagnava le proiezioni offensive. Nella fattispecie i difensori italiani potevano spingersi nell’area avversaria, potendo contare sulla copertura dei compagni. Questa era una variazione fulminea sull’impianto roccioso del gioco all’italiana, che, ricordiamolo, venne sperimentato dalla Salernitana nell’immediato secondo dopoguerra. In Spagna l’Italia vinse il primo titolo mondiale con lo schema italiano (negli anni Trenta copiavamo i moduli inglesi). Perciò l’affermazione azzurra è un po’ anche granata.
Il trionfo madrileno sturò la voglia di festa. E così la sera dell’11 luglio facemmo qualcosa di memorabile, incoraggiati dal grande presidente Pertini. Era comprensibile. Venivamo dai faticosi anni Settanta, il decennio delle aperture mentali e delle riforme emancipatrici, contrappuntate dalla violenza politica e comune, con il suggello del terremoto in Irpinia e Basilicata, che pure ispirò la nascita della Protezione civile.
In realtà dai Settanta stavamo già uscendo gradualmente, per effetto di fatti nazionali e internazionali: “La febbre del sabato sera” (1977), il Riflusso (1978), il thatcherismo (1979), i Quarantamila di Torino (1980) e il reaganismo (1981). Il successo azzurro diede la sterzata conclusiva verso i nuovi tempi, segnatamente gli anni Ottanta. Il Tricolore divenne onnipresente, entrò perfino nelle pubblicità. L’immaginario dei campioni creò un’onda lunga culturale. L’ottimismo divenne doveroso, come il rampantismo e l’edonismo. La classe governante sfruttò il vento, ma non si rivelò all’altezza.
Fra il 1980 e il 1990 il Pil nominale continuò a crescere, da 209.712 a 729.200 milioni di euro. Però nell’arco del decennio oscillarono e infine peggiorarono altri parametri macroeconomici, in rapporto al Prodotto interno lordo. Il tasso di crescita reale decrebbe da 3,1% a 2% (0,7% nel 1992). Il deficit aumentò da -6,65% a -10,95%. La spesa per interessi lievitò dal 4,2% al 9,7%. Il debito passò da 55,7% a 94%. Il debito in valuta domestica schizzò da 55,2% a 88,5%. Il debito in valuta estera salì da 0,5% a 5,5% (6,2% nel 1992). Il deficit primario (spesa pubblica senza gli interessi) oscillò notevolmente in termini assoluti ma diminuì in percentuale da -2,4% a -1,3%; e divenne avanzo nel 1992, mentre il peso del debito e degli interessi continuava ad opprimerci.
I dati estratti dall’Osservatorio “Conti pubblici italiani” dell’Università Cattolica sembrano suggerire qualcosa: nel decennio spensierato qualcuno vinse, ma stavolta tradendo l’Italia.

Foto storica
