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di Gianluigi Coppola*
Neet è un acronimo inglese che sta per Not in Education, Employment or Training, e indica “I ragazzi e le ragazze in età scolastica totalmente inattivi”: non studiano, non lavorano e non seguono un corso di formazione professionale. Lo scorso 6 febbraio il Corriere del Mezzogiorno ha pubblicato la mappa dei Neet relativa a 20 quartieri di Napoli (Dati Openpolis). Da essa appaiono subito evidenti due dati preoccupanti. Il primo è l’alta percentuale dei Neet a Napoli, pari al 22,8%: più di un ragazzo su cinque non fa nulla, non studia e non lavora. Il secondo dato è che tale percentuale è più elevata nei quartieri periferici che in quelli centrali. A Ponticelli la quota dei Neet è il 31% (un giovane su 3 non lavora), più del triplo rispetto al Vomero (9%). In questo articolo è stato svolto un ulteriore esercizio. Sono stati messi a confronto i dati sui Neet, appena citati, con i valori medi degli appartamenti dei singoli quartieri pubblicati dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia dell’Entrate. Anche se le zone OMI ed i quartieri di Napoli non sono tra loro perfettamente sovrapponibili, emerge in modo molto chiaro l’esistenza di una correlazione negativa tra il prezzo medio degli appartamenti e la percentuale dei Neet dei singoli quartieri. In altri termini, vi è una relazione inversa tra abbandono scolastico e ricchezza, di cui il prezzo medio di un appartamento è un indicatore: i giovani che non studiano e non fanno nulla appartengono in modo prevalente alle famiglie più povere della città.
Dai Neet alla Didattica a Distanza il passo è breve, perché questa nuova forma di didattica, introdotta con il lockdown, richiede una dotazione di strumenti tecnologici a livello di singola famiglia che è anche essa correlata con la ricchezza delle famiglie. Il primo strumento è una connessione ad Internet, che è mediamente migliore nei quartieri centrali piuttosto che in quelli periferici. Il secondo è un computer, uno per ogni studente che segue le lezioni da casa. Collegarsi con il telefonino, come fanno molti studenti, non è la stessa cosa che collegarsi con un computer. Inoltre, è necessario che la singola famiglia abiti in un appartamento abbastanza ampio da permettere ad ogni figlio di avere una propria stanza, o una propria postazione di studio, dalle quali seguire le lezioni.
Vi sono poi altri aspetti che sono altrettanto rilevanti perché influiscono sui livelli di apprendimento. Il più importante di tutti sono i genitori. È fondamentale, soprattutto per gli studenti delle scuole elementari e delle medie inferiori, avere in casa un genitore presente durante l’orario delle lezioni che aiuti lo studente a risolvere i frequenti problemi di connessione ed a controllare altresì che lo stesso segua le lezioni stesse.
La presenza in casa può essere assicurata soltanto da un genitore che non lavora o che lavora in Smart working ma, come attesta un recente studio della Banca d’Italia, hanno lavorato a distanza durante la pandemia, soprattutto le donne con un alto livello di istruzione che occupano posizioni medio alte all’interno delle imprese. Quindi sono soprattutto le madri più istruite e preparate ad aver avuto la possibilità di seguire i propri figli nella didattica a distanza.
Anche il Presidente del Consiglio Mario Draghi durante il suo discorso programmatico che ha tenuto al Senato lo scorso 15 febbraio, ha espressamente menzionato i problemi inerenti alla Didattica a Distanza ponendo in particolare l’accento sull’elevata percentuale degli studenti che non hanno avuto assicurato il servizio (38,8%), e sulle difficoltà che hanno riscontrato soprattutto gli studenti del Mezzogiorno
In sintesi, la Didattica a Distanza non è didattica, è un’altra cosa. Essa penalizza soprattutto gli studenti delle famiglie meno abbienti, e pertanto essa condanna alla povertà soprattutto chi è già povero.
*Ricercatore in Economia-Dipartimento di Scienze Statistiche Economiche, Centro di Economia del Lavoro e di Politica Economica-Università degli Studi di Salerno.

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