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I numeri dell'economia »

“L’orgoglio del cacicchismo ha sostituito la ricerca di un carattere collettivo”.
Il viaggio dell’identità, su un treno che torna indietro
Lo sviluppo edilizio selvaggio del secondo dopoguerra, come un cannone puntato sul futuro.

di Alfonso Schiavino

Chi è stato adolescente a Salerno negli anni Settanta possiede oggi il “bagaglio” giusto per valutare se quella città era bella da vivere. Forse no. In un certo senso si sentiva forte l’odore del cemento, gettato a profusione fino a una decina di anni prima, per allargare la città ovunque e in particolare verso oriente, oltre la stazione e il fiume Irno. Con il fervore spensierato del secondo dopoguerra italiano, centinaia di palazzi vennero edificati nelle campagne che verdeggiavano lungo una storica strada, già nobilitata dai granturisti di Paestum. Da Torrione a Mercatello i costruttori della “modernità”, finanziati anche con i risparmi dell’emigrazione e dei paesi interni, non si preoccuparono di raddrizzare una sola curva né di lasciare un angolo verde. Invece sfruttarono ogni centimetro per alzare l’ennesimo palazzo. Le case servivano per le famiglie dell’inurbamento locale. Infatti i 90mila residenti del 1951 erano diventati 155mila nel 1971: una crescita sostanziosa, tanto più se consideriamo l’emigrazione.

Nella stagione del boom economico, Salerno si sentiva la Milano del Sud. Lo scrittore Piovene, passandoci nel suo “Viaggio in Italia”, visitò un ristorante panoramico che gli ricordava le metropoli settentrionali. Ma il locale si trovava nella zona di epoca moderna. Niente a che vedere con la parte contemporanea, costruita all’insegna del laissez faire assoluto. Il viluppo disurbanistico privato appare addirittura peggiore se raffrontato ai piccoli quartieri pubblici coevi, edificati dopo l’alluvione. Anche Mariconda rivela una sua geometria: tuttavia gli abitanti, trasferiti dal lontano centro storico, popolarono un quartiere predestinato all’isolamento.

La somma di cattiva ingegneria sociale e urbana era un cannone puntato contro il futuro. La zona orientale squaderna tuttora un singolare miscuglio architettonico, con alti palazzi anonimi contornati da manufatti rurali, testimonianze di borgate ritrovatesi città. Ma il problema principale era umano. Le migliaia di persone che arricchirono la città non trovarono spazi sociali e aggregativi amalgamanti, se escludiamo le spiagge o le chiese e qualche sezione di partito. San Matteo e la Salernitana non potevano bastare, sia perché i loro riti erano propri della zona centrale sia perché l’immaginario dei nuovi salernitani conteneva altre icone. La Scuola medica era una nozione dotta.

Ancora negli anni Settanta, spostarsi dalla periferia in centro significava “andare a Salerno”. Il senso di identità era prossimo allo zero.

Le cose cominciarono a cambiare un po’ sul finire degli anni Settanta, forse per l’effetto di due fattori componibili nell’intelligenza collettiva: la crescita culturale della giovane università e, nei partiti di sinistra, la maturazione di una generazione interessata alla cultura e alle professioni tecniche. Ma era troppo poco per sprovincializzare Salerno e darle un carattere peculiare, distinguibile rispetto alle terre forti circostanti.

Il processo trovò sbocchi istituzionali negli anni Ottanta. I primi segni vennero dai fermenti culturali (la Salerno democristiana seppe recepire anche gli stimoli altrui, così Salerno vantò una delle migliori programmazioni estive nella stagione nazionale dell’Effimero). La quadratura avvenne con le giunte laiche e di sinistra, iniziate nel 1987, quando il Partito socialista portò a governare il Partito comunista, i Verdi e qualche pezzo di centro. Al netto di qualsiasi valutazione politica, le forze politiche svilupparono finalmente un’idea di città. La cultura restò un punto fermo. Alcune infrastrutture pensate allora sono state realizzate successivamente, in modo fedele (il Trincerone) o difforme (la Cittadella giudiziaria e la metropolitana, che nel progetto originale serviva anche il centro storico). Nello stesso decennio, peraltro, l’università uscì da Salerno.

All’inizio degli anni Novanta il Comune riprese e ampliò, fra le progettualità degli anni Ottanta, l’idea di festeggiare “Salerno Capitale”. Infatti in pochi mesi del 1994 vennero in città il Capo dello Stato (Scalfaro), il presidente di Montecitorio (Napolitano), alcuni ministri di Berlusconi (Mastella e Previti), il presidente di Confindustria (Abete), l’editore Einaudi, un giornalista come Zavoli, i politici Ingrao e Occhetto, la Duke Ellington Orchestra e due grandi squadre di calcio. Nelle stesse settimane riaprì il teatro Verdi (che dal terremoto era solo un capolinea dei pullman), venne inaugurata la mostra sui Territori del sole e uscirono vari libri di storia. Per chi le ama, arrivarono anche le Frecce tricolori. Tutto serviva per celebrare l’Italia post-fascista, cominciata nel 1944 con la “Svolta di Salerno”.

Considerata la portata dell’evento, è plausibile immaginare che il Comune intendesse rendere popolare un momento centrale della storia nazionale e, così, gettare le basi di un’identità salernitana. E scalfire qualche elemento di plebeismo.

A distanza di tempo accadde un fatto inquietante: una Fontana artistica di Marano venne collocata, vandalizzata, riparata, nuovamente danneggiata e quindi trasformata in aiuola. È impossibile dire se l’episodio suggerì qualcosa di simbolico agli amministratori comunali.

Certo è che Salerno stava seguendo la china di un Paese sempre più fluido, individualista e americanizzato. Ed è certo che un’esperienza come quella del 1994 non è stata ripetuta. Per abbozzare una “salernitanità” il Comune ha scelto l’edilizia, il consumo e il campanilismo. Ciò è bastato? Un dato di fatto è la campagna comunale anti-cafoni, condotta nei primi anni duemila, probabilmente dopo alcuni reportage del “Mattino”. Un altro indizio viaggia nella cosiddetta metropolitana che dal 2013 attraversa la zona orientale: le stazioni periferiche portano i nomi dei quartieri, mentre la centrale è denominata “Salerno” tout court. Ricordate? “Andare a Salerno”.

Insomma, forse abbiamo preso un treno che ci ha portato indietro di qualche decennio. L’orgoglio del cacicchismo ha sostituito la ricerca di un carattere collettivo.

Wikipedia-Prima riunione del gabinetto Badoglio a Salerno-220px-Insediamento_governo_Badoglio_a_Salerno_(1944)
"Salerno capitale"
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