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Ho voluto riassumere, nelle ultime settimane, l’Agenda Draghi per sottolineare che il riferimento al dopo-Keynes consente di giudicare sia i limiti della visione di centrodestra ma anche l’assoluto spaesamento del pensiero socialista (o riformista radicale), che dovrebbe contrapporsi al blocco sociale che sta impedendo ogni serio discorso su dove va l’economia europea. L’argomento nasce dall’impossibilità di capire cosa hanno pensato di fare le due leader – Meloni e la Schlein – a Bruxelles. Ambedue, va detto, non sono riuscite, a proporre un contributo non ideologico al tema dello sviluppo del capitalismo per l’Europa e per l’Italia. Al centro della riflessione di come migliorare o sostituire l’Agenda Draghi rimangono le tre questioni keynesiane: l’efficacia e l’efficienza delle Istituzioni relativamente alla governance della politica economica; la giustizia sociale e l’accesso ai diritti fondamentali; i gradi di libertà concessi alle diverse culture che abitano o vorranno abitare l’Europa.
La strada appare lunga perché per la Meloni – così sembra – significa capovolgere il linguaggio sul concetto di Nazione per allargare i temi della cessione di sovranità necessari a dare la scala di efficacia alla governance europea, per macroaree europee e non per Nazioni, che, però, chiedono una maggiore equità sociale e territoriale, ipotizzando un federalismo d’area vasta di diversa natura da quello ipotizzato e praticato, appunto, dal governo Meloni.
Per la Schlein significa ristudiare l’eclissi della socialdemocrazia europea e del socialismo riformista e dare un linguaggio comprensibile – e non per slogan – sul come fare ripartire lo sviluppo senza ripetere i percorsi che, con la socialdemocrazia ed il socialismo riformista, hanno caratterizzato la storia che ci ha accompagnato dagli anni ’70.
Sì, perché le domande sono semplici: c’è stato un cammino interrotto dalle forze del mercato e della globalizzazione miope a favore di un riformismo strutturante un nuovo modo di fare procedere l’economia? E possiamo aggiungere: la politica tradizionale e le alternanze di governo, durante la crescita impetuosa dell’economia, come mai non anno corretto i differenziali sociali, che si sono allargati a dismisura nei diversi Stati? Perché ci troviamo da un ventennio quasi disarmati, con le forze dei governi che esprimono propositi virtuali, senza veri valori orientativi sul che fare?
Le domande di Keynes hanno ricevuto risposte inadeguate proprio in Gran Bretagna, il capitalismo laburista ha lo stesso grado di inadeguatezza del governo conservatore ad identità nostalgica, mentre le risposte a Keynes, forse, vivono in Europa ancora come elaborazioni in campo di una possibile politica di correzione del capitalismo esistente.
Allora, portiamo nuovamente tutte le domande al centro di un dibattito per l’Europa che verrà, senza slogan contrapposti ma privi di riflessione riconoscibile. L’Era Nuova è arrivata ma parla un linguaggio di guerre in attesa di esplodere e ci sembra che sia facile andare al dopo le guerre per parlare di sviluppo. Ma portare acqua, e non solo, al nuovo Parlamento europeo non è una metafora debole.
