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Il Punto di Arpocrate di Pasquale Persico/Il “decolonialismo” tra Caggiano, Grumento e Tramutola.

Oltre sessant’anni fa, in quello che viene ricordato come “l’anno dell’Africa”, vi furono ben 17  colonie africane che ottennero finalmente l’indipendenza. Dopo decenni passati sotto il controllo dei più potenti Paesi europei, la cui attività di colonizzazione era iniziata tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, cosa portò, in un periodo così breve, a un’accelerazione della storia così marcata? La professoressa Elena Calandri, del Dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’Università di Padova, potrebbe indicare la traccia di una ricerca giornalistica – sponsorizzata da Salerno Economy – a favore di una giovane o di un giovane giornalista da ospitare tra Caggiano e Grumento (Val D’Agri).  Lo scopo potrebbe essere quello di  guardare negli archivi della biblioteca di Caggiano e ricomporre pensieri sparsi (dall’intera rassegna stampa delle opinioni a favore o contro il pensiero di Mattei che parlava di Africa per l’Africa ) e congiungerli agli archivi del Comune di Tramutola (Val D’Agri) che raccontano la storia delle cinquanta (e oltre) perforazioni nel  Comune; storia che dura da quasi un secolo e che  accompagna tutti  i pensieri dell’Italia sulle colonizzazioni e concessioni, (vedi anche il  delitto Matteotti) e ampia il ventaglio di  idee sulla decolonizzazione sincera fino al Nuovo Piano Mattei da correggere e migliorare. Servirà approfondire, poi, il periodo della  guerra fredda, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, in cui il tema del colonialismo era stato politicizzato enormemente e che, soprattutto dopo l’arrivo al potere di Kruscëv in Unione Sovietica, diventò uno dei terreni su cui si è giocato  il futuro delle relazioni Est-Ovest e la rivalità tra mondo occidentale e mondo comunista. Kruscëv ebbe la formidabile intuizione che, al di là delle divergenze ideologiche, le ex colonie fossero degli alleati naturali contro le potenze occidentali e contro il mondo capitalista (attuale pensiero anche di Putin e non solo). La decolonizzazione, comunque, era già iniziata in Asia più di 10 anni prima. L’India, per esempio, diventò indipendente nel 1947, e negli anni successivi lo stesso avvenne per la gran parte delle colonie dell’Asia meridionale e del Sud-Est asiatico.
I movimenti indipendentisti in Africa hanno una lunga altra storia, e Camus fu protagonista non  secondario di diverse ipotesi di federalismo dal basso prima e subito dopo la seconda guerra mondiale (vedi volume in italiano, ma soprattutto la nuova edizione in francese di Alessandro Bresolin, “L’Union delle differences”, ed Presse Fédéraliste). Prima di allora, nessuno immaginava che gli Stati africani potessero essere indipendenti, ma si pensava, stupidamente, che, al massimo, potessero sviluppare forme di rappresentatività della popolazione, di autogoverno e di autonomia, dentro confini molto circoscritti. Un errore storico bene annunciato da Mattei, ancor prima da Camus, ed oggi appare chiaro il ritardo culturale nel riparlare di Piano Mattei senza questo approfondimento. Basterebbe analizzare il rapporto stretto e gli incontri tra Camus e Spinelli per vedere le convergenze sulla visione federalista dal basso, per associare, sopratutto, i Paesi colonizzati di lingua francese; il tutto per capire e mettere a fuoco il significato lungimirante dei due amici, che, da Parigi  si univano poi ai pensieri profondi di Enrico Mattei, richiamati  nella sintesi concettuale l’Africa per l’Africa.

Si può studiare la conferenza di Bandung del 1955 per aprire un grande dibattito storico e politico su chi abbia avuto la principale responsabilità della decolonizzazione non sincera.
Come spiega la professoressa Calandri, “nei libri di una volta, si scriveva che a decolonizzazione fosse stata concessa ai Paesi africani dalle potenze coloniali europee, le quali ritenevano che la colonizzazione avesse fatto il suo tempo e che fosse più vantaggioso, da un punto di vista politico ed economico, riconoscere loro l’indipendenza. La storiografia africana dei primi anni dell’indipendenza, invece, scrive che tale conquista fu strappata dalle nascenti  potenze coloniali.
Le colonie africane, oltre ad essere mercati garantiti verso cui indirizzare la macchina industriale europea, erano  grosse fonti di materie prime,  indispensabili sia per l’industria, e queste materie prime,  dal punto di vista monetario,  potevano essere vendute sul mercato internazionale. Inoltre, la forza demografica di quei Paesi era utile per fare funzionare l’apparato industriale europeo.

Per tutte queste ragioni, le colonie sono ancora oggi considerate indispensabili, il che è dimostrato anche dal fatto che mai prima di allora c’era stata una migrazione, così consistente che, dai Paesi europei,  desiderasse  trasferirsi  nelle ex colonie africane.

Ma le domande,  sia  di Camus che  di Mattei, prima di morire per cause diverse, sono  ancora senza risposte: si cominciò veramente a lavorare per la creazione di istituzioni politiche che potessero avere come orizzonte teorico l’autogoverno da associare all’idea di una Europa contemporanea? Era possibile pensare ad un’Europa, poco nazionalista, molto orientata a federare dal basso per evitare guerre anche nell’area mediterranea ex coloniale?
Lo sviluppo della  realtà politica , nella visione degli europei, è  servita, invece, semplicemente a rafforzare delle forme di rappresentanza all’interno di un quadro in cui la decisione ultima rimane, anche, in maniera illusoria,  nelle  mani degli ex colonizzatori

Nell’Africa francese, ad esempio, erano decisamente predominanti coloro che pensavano che mantenere un solido legame politico ed economico con la Francia fosse la soluzione migliore per un processo di sviluppo politico ed economico. Ma come ha  precisato la professoressa Calandri in diverse conferenze, “l’ammirazione francese,  per la sua cultura, con le sue parole d’ordine come democrazia e fratellanza, aveva un richiamo molto forte in gran parte delle élite politiche dell’impero (francese), ma le soluzioni sono state molto lontane dai pensieri di Camus  Ecco, l’ipotesi che dovrebbe essere fatta rispetto all’approfondimento giornalistico, anche sui pensieri gemelli di Mattei:  lo sforzo francese e anche quello italiano a scala minore, rimase e rimane quello di  negoziare degli accodi economici e militari che garantiscano  una continuità dei legami personali e commerciali con i leader politici dell’Africa?
L’opinione miope presuppone che sia  più efficace consolidare un rapporto con l’autorità politica esistente, piuttosto che dare voce al tema dell’unità delle differenze con soggettività sussidiarie riconoscibili e paritetiche, perché federate.

Ad esempio, allora come adesso, per l’Africa, ma anche per il Mezzogiorno, vi è  una grossa sottovalutazione del ruolo dell’agricoltura, considerata un settore “vecchio” in cui non vale la pena di investire, a differenza di quello industriale. Inoltre, la crescita economica non è stata mai in grado di essere messa in un sentiero superiore a quello demografico. Oggi il cambiamento del clima, la transizione energetica capovolgono tutto.
La  crisi finanziaria complessiva che vive l’Europa e vive l’Africa, le guerre in campo, troveranno delle risposte interessanti ? E il viaggio di apprendimento sarà  da promuovere? Ed in  a Val D’Agri  rivive  il  Nero Lucano della scrittrice Piera Carlomagno,  o emergono, come speranza,  i  colori  del giallo e del verde, della nuova comunicazione visiva del Cane a sei Zampe?

 

 

 


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