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I numeri dell'economia »

Il World Happiness Report è una pubblicazione annuale realizzata dal 2012 con il sostegno dell’Onu.
Il Pil? Non fa la felicità
L’analisi contenuta nel “World Happiness Report 2017”. Italia distanziata da tutti i grandi Paesi. Dopo la recessione ha preso forma una nuova mappa globale. La Norvegia in testa alla graduatoria.

diAlfonso Schiavino

Primo interrogativo: la felicità può essere un fondamento dello sviluppo economico? Secondo: quanto sono felici gli italiani? Terzo: lavoriamo con piacere? Va bene, basta domande, anche perché sono impegnative. Le risposte, però, sono contenute in un solo documento, il World Happiness Report 2017. Il testo – magari verboso e poco invitante – contiene alcuni elementi interessanti di valutazione politica. Per esempio, ecco le risposte alle 3 domande: sì, poco, molto poco.
La classifica mondiale della felicità
Il World Happiness Report è una pubblicazione annuale, fondata nel 2012 da alcuni economisti di Vancouver, Londra e New York con il sostegno dell’Onu e qualche contributo privato. L’elemento di maggior richiamo è la classifica dei Paesi graduati per livello di felicità. I curatori utilizzano dati statistici pubblici e sondaggi della Gallup, una società di ricerca che intervista circa mille persone l’anno in ogni Stato. Le informazioni vengono assemblate, corrette con una formula statistica e attribuite ad ogni Stato con un punteggio medio. I risultati sono accorpati per trienni.
Happiness ranking 2017
L’edizione 2017 del Rapporto considera il periodo 2014-16. In premessa, gli autori rilevano che «nel giugno 2016 l’Ocse si è impegnata a ridefinire la letteratura sulla crescita (growth narrative) per porre il benessere delle persone al centro degli sforzi governativi». L’Ocse è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Conta 35 membri, dei quali 19 occupano le prime 20 posizioni di questo ranking 2014-16.
I temi indagati sono 6: reddito (pil pro-capite), salute (speranza concreta di una vita sana), solidarietà (appoggi nei momenti di difficoltà), generosità (donazioni alle fondazioni), libertà (possibilità di fare scelte di vita), fiducia (assenza di corruzione negli affari e nel governo). Con queste premesse, quale posizione potrà occupare il nostro Paese?
L’Italia dove si trova?
Su 155 Stati, noi occupiamo la posizione 48 (l’anno scorso eravamo alla 50). Nel resoconto, ogni Paese è “descritto” con una barra multicolore: i segmenti sintetizzano le performance nei 6 indicatori. L’Italia funziona per il pil, che tuttavia non significa ricchezza ben distribuita (ricordate i polli di Trilussa?). Va ancor meglio per la solidarietà: la rete sociale e familiare degli individui è rassicurante. La prospettiva di una vita sana già è un po’ dubbia. La libertà di scelta è carente. La generosità sembra languire (forse lo studio non considera le risorse trasferite con l’8 il 5 per mille). La percezione dell’onestà negli affari pubblici e privati è praticamente invisibile.
Chi sta meglio di noi
Il Paese più felice risulta la Norvegia (punteggio 7,537), balzata dal quarto posto per scalzare la Danimarca, che diventa seconda (7,532) e spinge al terzo posto l’Islanda (7,504). Come si vede, le posizioni ballano entro distanze minime. La top ten comprende Svizzera, Finlandia, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia (7,284).
Le posizioni da 11 a 20 interessano Israele, Costa Rica, Austria, Stati Uniti, Irlanda, Germania, Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna e Cile (6,652). Da 21 a 30 troviamo Emirati Arabi, Brasile, Repubblica Ceca, Argentina, Messico, Singapore, Malta, Uruguay, Guatemala, Panama. Da 31 a 40: Francia, Thailandia, Taiwan, Spagna, Qatar, Colombia, Arabia Saudita, Trinidad & Tobago, Kuwait, Slovacchia. Da 41 a 50: Bahrain, Malaysia, Nicaragua, Ecuador, El Salvador, Polonia, Uzbekistan, Italia, Russia, Belize. Il Giappone è 51°.
Il Rapporto spiega il primato norvegese con la gestione accorta della ricchezza petrolifera, dimenticando la lunga tradizione nordica per i valori comunitari e lo Stato sociale. Una trascuratezza clamorosa, per un rapporto che intende affrancare la misura del ben-essere dal mero dato macro-economico.
Il peso della crisi mondiale
La sensazione di felicità è cambiata durante la recessione globale, come emerge dal raffronto fra i trienni 2005-07 e 2014-16. L’Italia è uno dei 38 Paesi che fanno registrare cambiamenti negativi importanti, anzi uno dei 10 più colpiti. Nello scenario positivo, i progressi maggiori spettano al Nicaragua.
Il coinvolgimento dei lavoratori
Il Report cerca di sondare anche la soddisfazione generata dal lavoro. I risultati sono presentati su scala sub-continentale, quindi soppesiamoli bene. Un quadro interessante riguarda il coinvolgimento dei dipendenti (employee engagement), aspetto sul quale le imprese lungimiranti si stanno concentrando per migliorare il rendimento collettivo e l’immagine aziendale. Il sondaggio rileva che i lavoratori più attivamente coinvolti sono i latino-americani (circa 25%), i nord-americani (24%) e quelli del Commonwealth inglese (23%). Gli altri europei oscillano fra il 10 e il 18%.
Questo dato non stupisce tanto, se per esempio consideriamo il pazzesco mercato del lavoro italiano: poche offerte, spesso circoscritte a bacini amicali e territoriali, annunci basati più sui titoli che sulle capacità. Si può fare meglio? Molti Paesi già lo fanno.

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La felicità non sembra solo una questione di reddito pro capite
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