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di Ernesto PappalardoElezioni regionali. L’attenzione è ormai concentrata sugli esiti del “fumettone” tutto interno al Partito Democratico: come andrà a finire la questione delle primarie? E, soprattutto, come se la caveranno Renzi ed i Renzi/boys alle prese con la patata bollente di auto/candidature come quelle di Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino? Avere fissato la data delle primarie (14 dicembre) non significa, ovviamente, che siano stati risolti tutti i problemi che i democrat hanno in Campania. Anche perché queste “criticità” non nascono da ieri: affondano le radici in un altro mondo. Nell’epoca di dualismi e di contrasti antichi – Bassolino/De Luca; Napoli-Salerno/Salerno-Napoli, solo per citare quelli più mediaticamente roventi) – che ingenuamente gli uomini del “giglio magico” avevano pensato di potere risolvere con una “Leopolda” in salsa partenopea. Alla fine non si è riuscito a “fondere” alcunché e – addirittura – i Renzi/boys sono stati invitati a fare un passo indietro che sa tanto di bocciatura da parte dei vertici romani del partito. A dire la verità, nessuno – e, quindi, neanche giovani, sebbene già temprate, risorse del Pd – oggi può mettere una pezza a decenni di balcanizzazione di quello che resta un partito molto distante dai territori nei quali opera, autoreferenziale e legato a leadership che stentano a trovare una dimensione almeno regionale.
E’ molto probabile che Roma punti a sparigliare il gioco dei territori che si confrontano e si scontrano senza alcuna considerazione della dimensione del tempo: chi mai potrebbe comprendere – nell’anno 2014 – che i blocchi di potere interni al Pd basano ancora la “guerriglia” che si fanno sul concetto di “controllo” politico (clientelare?) delle proprie aree di riferimento? E’ molto triste questo scenario, ma è quello più rispondente alle dinamiche in atto. Ed è condivisibile – in mancanza di alternative in grado di superare questa logica di stampo neofeudale – che Renzi ed i suoi fedelissimi traccheggino, prendano tempo, si guardino intorno. Nessuno fa un passo indietro? Bene – dicono a Roma – si facciano le primarie, ma di coalizione. Concetto – questo – pericoloso per il consolidamento delle auto/candidature già in campo, perché significa esporsi a veti o “non gradimenti” più o meno possibili, riaprendo lo scenario che più insegue il Pd nazionale: nomi ampiamente condivisi e compatibili con il superamento di un target elettorale strettamente legato ai vecchi Pds/Ds/Margherita. In altre parole Renzi sta tentando di scardinare le incrostazioni di un partito che da innumerevoli anni è la controfigura di se stesso e rappresenta – anche se non sempre – la somma di potentati locali tra di loro avversi ed incapaci di ricercare la sintesi se non di un progetto politico, almeno di un conteggio numerico in termini di voti. Non esiste né un’idea programmatica, né almeno un’ipotesi per costruire il percorso di una leadership allargata, in grado di superare la logica del muro contro muro e del correntismo ad oltranza.
La sensazione è che il dialogo tra sordi sia destinato a continuare anche in questo ultimo scorcio di 2014.
Gli elementi che fanno pensare ad un exit strategy del Pd romano pienamente in atto dalle primarie di “contrapposizione” a primarie “confermative/di coalizione” non sono pochi, a cominciare da una considerazione abbastanza banale (ma concreta): in qualche modo vanno dati segnali ad un alleato (Ncd) che rischia di indebolirsi non poco al Sud nella prova amministrativa della prossima primavera. E, poi, proprio il ricorso ad un candidato di area moderata si configura come espediente per tentare di superare il groviglio di veti incrociati interni. Senza contare il riflesso positivo sotto il profilo dell’erosione del consenso naturalmente indirizzato sul governatore uscente Stefano Caldoro.
Fin qui il “ragionamento” politico. Ma è chiaro che non sarà affatto semplice per gli uomini di Renzi (quelli chiamati a sbrogliare il complicato rebus campano) trovare la “quadra”. I rischi di fare deflagrare quella che è una “polveriera” instabile da troppo tempo sono davvero molti. Né la tattica del rinvio in questi casi ha mai portato a qualcosa di buono perché alimenta sempre dietrologie e fomenta animi di per sé inclini alla “rissa” interna, come dimostrato in anni e anni di “battaglie” da dimenticare. Quello che è certo è che fino a questo momento il Pd campano ha confermato la sua “tradizione” di ingovernabilità e di agglomerato di micro/leadership incapaci di proiettarsi in avanti. Insomma, i democrat sono come sempre a buon punto tra le macerie di se stessi. In queste ore e in queste giornate si gioca – è bene ricordarlo – la vera partita. E c’è da scommettere che quale che sia l’esito, tra vincitori e vinti sarà quasi impossibile siglare se non una pax, almeno una tregua politica.

Pd in cerca di soluzione per evitare scontro interno in Campania
