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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

Le conseguenze di una tendenza che ha preso forma nel corso del tempo, fino ad essere del tutto assimilata.
Il lento declino dei partiti e il triste spettacolo teletrasmesso
La lotta quotidiana per rimanere “vescovi di Roma” e conservare le prerogative di soggetti dominanti, senza tenere conto della secca e irrimediabile sconfitta subita negli ultimi trent’anni.

Quello che davvero si stenta a comprendere in questi giorni è il triste spettacolo della politica – di qualsiasi parte in campo – che, pur di fronte alla continua e precisa azione puntuale e coerente del governo (sebbene non distante, a volte, da errori di valutazione e da scelte non del tutto comprensibili), ostenta e ripete la rappresentazione di un potere decisionale francamente minato e non del tutto credibile. In altre parole, mentre un ristretto consesso governativo, guidato, ovviamente, dal presidente del Consiglio, procede sulla complicata strada della ripartenza – mettendo in campo ogni decisione possibile sul Recovery plan e sulla lotta alla pandemia – noi assistiamo, siamo costretti ad assistere, all’incurante (della situazione) “spettacolo” di partiti (piccoli, medi e grandi) o di aspiranti partiti, che “giocano” ad auto-rappresentarsi come i propositori di quanto accade e si decide. La netta – e ben visibile e riscontrabile – “scissione” tra quanti provano a ragionare e ad agire in un contesto alquanto difficile, attraversato da un’interminabile tempesta di competizione internazionale, e quanti, invece, operano in una “geografia” eminentemente nazionale, è diventata la caratteristica principale del susseguirsi degli eventi che attraversano il Paese. Al punto che, con una certa frequenza, prendono forma iniziative e “teatri” dei partiti – di una parte e dell’altra, per essere chiari – che non portano assolutamente a nulla di costruttivo, ma che, pure, contribuiscono a dare l’idea che, in fondo, niente è cambiato o sta cambiando rispetto a  qualche mese fa. Mentre, invece, ha, ormai, già preso forma la traccia del percorso che dovremo seguire e provare a concretizzare a partire dai singoli territori. Una sfida che – se si considera qualsiasi precedente nell’ordine delle ultime decine di anni –  appare molto (molto) difficile vincere, ma anche “pareggiare” o, in qualche modo, non perdere.

Non è questa una previsione  totalmente dominante, aggravata dal pessimismo basato sui fatti e sulle circostanze, ma una “prevalenza culturale” che prende spunto da quanto non è stato mai fatto – a parte, ovviamente, il grande piano di ripartenza del secondo dopoguerra  – all’interno dei nostri confini.

A rileggere qualche libro di storia fondamentale, si ha la sensazione che, in fondo, anche quando si materializzano le condizioni per allargare lo sguardo, per immaginare percorsi di crescita molto bene attrezzati e sostenuti, ritorna, questo sì predominante, il “richiamo” a conquistare “fette” di potere da esercitare in “casa propria”. Non importa – si deduce da tanti “proclami” che vengono ripetutamente esposti in questi giorni – se siamo chiamati a programmare interventi che inevitabilmente devono guardare ben al di là dei contesti nazionali, ritagliamo, invece, ogni cosa in base alle “esigenze” del contesto a noi più vicino e funzionale. Insomma, i partiti di fronte alla non secondaria differenza tra il titolo di “sommo pontefice della Chiesa universale” e quello di “vescovo di Roma”, scelgono la seconda “incoronazione” provando ad arricchire – come, in realtà, nel percorso storico accadde – di significato (e di azioni concrete) la seconda opzione.

Rimanere “vescovi di Roma” significa conservare – dal loro punto di vista – le prerogative di soggetti dominanti, senza tenere conto della secca e irrimediabile sconfitta recentemente subita . Una sconfitta che per l’Italia affonda le radici nel solco lungo dei  trenta-quarant’anni già trascorsi, che hanno segnato il declino e l’arretramento di tante parti di territorio, fino ad emarginarle dai processi di uno sviluppo effettivo e continuo.

Ma, in ogni caso, la strada è ancora lunga per arrivare a capire, con le testimonianze dei fatti (che accadranno o non accadranno), che cosa realmente diventeremo nella nuova fase storica nella quale stiamo entrando.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

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