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di Pasquale Persico
Gilles Clément nel bel libro Il Giardiniere Planetario, immagina di poter rispondere alla domanda: Il capitalismo è un albero? Il suo racconto immaginario è poggiato su i suoi ricordi di formazione a l’E’cole National d’Horticulture di Versailles, nel 1968. Con l’America e la Francia, poi, in rivolta, lui dava inizio al suo erbario e si faceva la stessa domanda sotto altra forma: l’albero , le erbe ed i fiori sono capitalisti? La terra, vista come territorio riservato alla vita naturale ed alla specie umana, è uno spazio chiuso, limitato dalle frontiere varie (biosfera); in questa definizione, per lui la terra è un giardino planetario, la cui mente è la complessità (il giardiniere) degli ecosistemi in evoluzione. Allora, questa ipotesi non c’era nei libri ed il suo viaggio di formazione lo porta a notare che la natura si esprime come terzo paesaggio proprio dove il capitalismo esprime le sue grandi contraddizioni: nel costruire le città metropolitane si generano periferie, lasciando alla natura la possibilità di esprimersi appena all’1%. Il ministero dell’ecologia nel mondo era già allora immerso nel gasolio. La cittadinanza del giardino era in cerca di un concetto condiviso come salvagente per nuotare nei mari della conoscenza e della ricerca. La parola “paesaggio” appartenente all’arte pittorica poteva, finalmente, essere concettualizzata per diventare programma di risalita del giardinaggio urbano. Il manifesto del terzo paesaggio capovolgeva l’approccio alla pianificazione prevedendo, appunto, la risalita del terzo paesaggio verso percentuali capaci di contrastare la visione miope dell’accumulazione delle rendite, in tutte le loro forme, moltiplicate nei processi di globalizzazione. L’estensione del concetto di giardino all’intero pianeta pone il problema di come riconoscere la regia illuminata del giardiniere planetario; Il come, poi , la regia possa diventare controtendenza globale, giardinaggio planetario in alternativa alle rendite distruttive dell’ecologia vitale, è il tema che oggi si pone come questione politica per tutti i continenti. Trump sembra incarnare il “cavaliere nero” orientato a contrastare ogni idea di copione per il futuro regista dell’ecologia vitale. I suoi seguaci lo applaudono ma sono incapaci di capire il perché.
Per fortuna la sua tecnostruttura di riferimento fa troppo affidamento alle correlazioni spurie dei Big data e le sconnessioni sono evidenti, la comunicazione sul che fare è fuori dalla storia, ed il cavallo bianco del giardiniere planetario appare più affidabile, seguito dalla sapienza degli asini di pace del vangelo di Luca, ben dipinti da Giotto. La biodiversità diventa il vangelo da predicare e la risalita dal terso paesaggio presuppone che il concetto di paesaggio abbia misure di valutazione sulla efficacia degli ecosistemi, intese come nuovi equilibri tra città costruita e rete ecologica a vitalità complessa. L’ecologia non può diventare un paravento elastico del teatro retorico; la politica, a differenza degli Indios dell’America Latina, ha difficoltà a considerare l’albero ed il puma titolari degli stessi diritti dell’uomo. Le nuove mappe sugli ecosistemi complessi allargano la mente rompendo i sistemi definiti dai confini amministrativi delle città e degli Stati, e per Clément il giardiniere planetario sta assumendo nuovi progettisti, strutturalmente “nemici” invisibili del Modello-Trump. I nuovi sistemi culturali si intersecano e vanno più veloci degli autocrati incapaci di dialogare con se stessi. A questo nuovo sistema complesso eco-etno a varietà moltiplicata, Gilles Clèment ha dato una prospettiva di ricerca e programmazione: essere giardiniere coordinato alla visione nuova del giardiniere planetario, con le mani occupate dal lavoro da fare e con lo spirito libero. Il Giardino in movimento pubblicato nel 1991 anticipa i temi della convenzione di Rio sulla biodiversità del 1992; la soggettività della natura, che impone la nuova transizione ecologica, diventa regista ed attore del pensiero-programma del giardiniere planetario, capace di produrre nuova conoscenza e confronto, ed invita a condividere le nuove rotte dei saperi e delle decisioni. Riscoprire la natura diventa l’alternativa alla galleria del buio delle terre rare. Allora, la nuova scenografia del fare ha mille luci. L’architettura diventa umile e lo spazio allarga il concetto di potenziale e le mappe non sono più il territorio, ma luoghi di ripartenza. Il giardino in movimento diventa paesaggio dei saperi: la diversità va coltivata e le libertà vanno moltiplicate dentro una visione che allarga le opportunità; tutti in viaggio di apprendimento e l’uscita dalle Università non è più un disagio esistenziale. Trump non ha capito, forse, che il giardiniere planetario esiste; la ricerca e la conoscenza confermano la sua esistenza, in questa prospettiva il suo balbettare confuso , con minacce senza senso che spesso fanno paura , sono un sintomo di mancanza di orientamento.
Vi è pertanto l’emersione dell’ipotesi di una politica capace di dare voce a più luoghi del mondo che, riconoscendosi come nuova voce politica da coordinare, apre il futuro ad una risalita dei paesaggi verso nuove urbanità, piene di umanesimi a civiltà plurale. La fondazione Dioguardi, da anni, non a caso, prevede la possibilità di concepire nuove alleanza tra città metropolitane, periferie urbane e altre città (aree interne) per il terzo millennio, (le aree interne del mondo si sono moltiplicate ma sono ancora piene di paesaggi maestri della cattura di CO2 e di costruzione di reti ecologiche a funzionalità moltiplicata). Il tempo della fertilità è sopraggiunto anche nell’apparente crisi dei vinti, Levi Montalcini docet. E la sua candela è sempre accesa.

Pasquale Persico
