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di Giuseppe Ferrantino
Sushruta, medico indiano che gli studiosi ritengono sia vissuto in un periodo compreso tra il VII e XI secolo a.C., è stato l’autore del trattato di chirurgia Hindù (1) Sushruta Samhita (Compendio di Sushruta), in cui viene descritto un intervento di ricostruzione nasale che gli diede la fama di ideatore della chirurgia plastica. (2) Erwin Heinz Ackerknecht (n. 1906 – m. 1988) professore di storia della medicina (3) ha ritenuto che la chirurgia plastica che fiorì nell’Italia medioevale sia derivata dalla chirurgia classica indiana. (4) Aulo Cornelio Celso, scrittore romano del I secolo d.C., è l’autore di un trattato enciclopedico intitolato Artes diviso in quattro parti, la seconda parte il De medicina, è divisa a sua volta in otto libri e nel VII (5) tra i vari tipi di interventi praticabili menziona anche quello sul naso. (6) Il De medicina secondo il filologo tedesco Friedrich Marx (n. 1859 – m. 1941) (7) è probabilmente la traduzione di un’opera di Tito Aufidio Siculo. (8)
Il metodo di Celso verrà ripreso da Antillo, (9) medico greco vissuto probabilmente a cavallo tra il III e IV secolo d.C., le sue opere sono andate perdute ma di esse ci sono pervenuti frammenti riportati da vari autori antichi, in particolare da medici bizantini quali Oribasio (10) (n. 325 – m. 403) (11), Ezio di Amida (12) (n. 527 – m. 565) (13) e Paolo d’Egina (14) (n. 625 – m. 690). (15) Il tema della ricostruzione nasale non sarà trattato da altri autori per molti secoli, per diventare dal Trecento in poi una storia quasi esclusivamente italiana. (16)
Relativamente alla Scuola Medica Salernitana Ruggiero Frugardo che visse ed esercitò l’arte medica nel XII secolo, nel suo Post mundi fabricam compilato intorno al 1170, (17) nei capitoli XXXI – Escrescenze che nascono nel naso, XXXII – Il polipo e XXXIII – Cancro delle narici, descrive trattamenti chirurgici sul naso ma non fa riferimento a metodi ricostruttivi. (18)
Nel suo trattato Chirurgia Enrico di Mondeville (n. 1260 ca. – m. 1320 ca.) (19), chirurgo del re di Francia Filippo IV detto “il Bello”, accenna ad interventi chirurgici che è possibile effettuare sul naso per ripararne forma e funzione. (20)
La necessità di interventi di rinoplastica era legata al fatto che, nell’Italia meridionale fino a rinascimento inoltrato, la pena prevista dalla legge bizantina per adulteri e stupratori, colti in fragranza di reato, era l’amputazione del naso. Anche le leggi normanne e sveve in vigore in Sicilia prevedevano l’amputazione del naso per la donna colpevole di adulterio e del reato di aver prostituito la figlia. Altre ferite erano quelle da duello, nonché le lesioni dovute alla sifilide o alla lebbra. (21)
Il primo autore che va citato in relazione alla rinoplastica è Lanfranco da Milano (n. 1245 ca. – m. 1306 ca. o 1315 ca.) (22) che nel Cap. II del suo trattato Cyrurgia Parva descrive il reimpianto di un naso. (23) Lanfranco fu medico e chirurgo a Milano, città da cui fu esiliato verosimilmente nel 1290. Si stabilì prima a Lione poi in altre città della Francia, giunse a Parigi nel 1295 e vi insegnò forse privatamente. (24)
La tecnica di ricostruzione nasale cosiddetta “italiana” la troviamo a Catania nel Quattrocento eseguita da Gustavo Branca e suo figlio Antonio (m. 1450), (25), (26) i quali non divulgavano la tecnica che impiegavano ma la trasmettevano di padre in figlio, infatti le notizie su tale tecnica le dobbiamo a Pietro Ranzano, arcivescovo di Lucera, oggi in provincia di Foggia, che nel 1442 riportò la prima descrizione dell’intervento nel suo libro Annales Mundi. La notizia fu confermata dallo storico Bartolomeo Facio nel suo De viris illustribus liber, (27) composto tra il 1455 ed il 1457, (28) che nelle pagine dedicate ai Branca, padre e figlio, scrive che Antonio applicava sul braccio inciso il moncone del naso e legava il paziente così strettamente che la testa restava immobile per quindici giorni, talvolta venti, poi gradualmente tagliava il lembo di pelle che aveva attaccato al naso fino a staccarlo completamente dal braccio e lo modellava a forma di naso. (29)
Gustavo Branca eseguiva la tecnica descritta da Celso, mentre il figlio Antonio sperimentò la tecnica di prelevare lembi di pelle dall’avambraccio del paziente; e proprio di quest’ultimo potrebbe essere stato allievo Vincenzo Boiano, che svolse la sua attività a Maida, oggi in provincia di Catanzaro, che successivamente si trasferì a Tropea, oggi in provincia di Vibo Valentia, dove continuò a operare. (30)
È durata a lungo la diatriba sul luogo d’origine dei Boiano, detti anche Vianeo. Per Maida si sono schierati: Antonio Francesco Parisi, Filippo Pascuzzi, Gabriele Turchi e Gaetano Pizzuti. Per Tropea: Pasquale Toraldo, Gilberto Toraldo di Francia, Arturo Manna e Michele Mazzitelli. (31)
A prescindere dal paese d’origine dei Vianeo, Maida o Tropea, si deve ricordare che siamo di fronte a tre generazioni di chirurghi calabresi: Vincenzo, nato a Maida, (32) fra il 1410 ed il 1420 (33) che intorno al 1450 era già famoso, suo nipote Bernardino (n. a Maida nel 1464 – morto nel 1538) (34) ed i figli di quest’ultimo Pietro e Paolo che si trasferirono a Tropea. (35) Probabilmente esercitarono la loro arte tra il 1540 e il 1565. (36) Paolo è morto nel 1555 e Pietro nel 1577. (37)
Gilberto Toraldo di Francia (1956) riferisce che Pietro e Paolo siano stati cittadini di Maida che nel 1547 si sono trasferiti a Tropea per esercitare la rinoplastica. Inoltre, cita un Roberto Boyano medico e chirurgo esperto nella rinoplastica morto il 28 gennaio 1609. I Boyani erano conosciuti anche con il cognome di Voyano o Voyani. I giovani della famiglia erano distinti con il diminutivo di Voyanei. Secondo lo stesso autore non si deve parlare di Vianeo, ma Voianus che è lo stesso di Boiano e quindi i Vianeo erano i Boyano. (38)
Dello stesso avviso è Franco Rombolà (1998), infatti ritiene che il cognome Vianeo possa essere derivato dal cognome Boiano, questo per modificazione della B in V, è diventato “Voiano” e successivamente a seguito di ulteriore corruzione ed aggiunta del suffisso “eo” è diventato “Vianeo”. Altra ipotesi è che Vianeo possa essere derivato da Vincenzo, il primo della famiglia Boiano arrivato a Tropea, che sarebbe diventato “Vincenzeo” che per corruzione e sintesi si è trasformato in “Vianeo”. Nei documenti più antichi sono riscontrabili sia il cognome Boiano che Vianeo. Il cognome Boiano apparterrebbe al ramo principale della famiglia, mentre Vianeo sarebbe quello del ramo secondario trasferitosi a Tropea. Ultimo componente della famiglia risulta essere Roberto Voiano deceduto nel 1609. Nel suo attestato di morte è riportato che era “espertissimo nel fare i nasi”. (39)
Ora veniamo al ruolo di Fioravanti nella divulgazione di tale tecnica e come fece per impararla.
Leonardo Fioravanti, di origine bolognese, (n. 1517 – m. 1588) (40) si recò a Tropea per imparare la tecnica utilizzata dai Vianeo. Spiegò loro che un suo paziente aveva bisogno urgentemente di un intervento al naso e che avrebbe atteso il suo arrivo da Bologna. Fioravanti nascose la sua vera identità ed assistette ad alcuni interventi chirurgici effettuati dai fratelli Vianeo. Era l’autunno del 1549. Bisogna precisare che sia i Branca che i Vianeo tramandavano la tecnica nell’ambito familiare ossia di padre in figlio. L’intenzione di Fioravanti di divulgare il procedimento utilizzato dai Vianeo è dimostrata dalla pubblicazione della sua raccolta di precetti intitolata “Il tesoro della vita humana” stampato a Venezia nel 1570 descrisse minuziosamente la loro tecnica nel Libro II, cap. 27 alle pp. 47 – 48. (41, 42, 43) Fioravanti se avesse voluto apprendere tale tecnica solo per un tornaconto personale non l’avrebbe resa fruibile da tutti pubblicandola. Probabilmente Fioravanti era da tempo informato sull’attività svolta dai Vianeo e la sua visita a Tropea fu fruttuosa anche grazie ai buoni rapporti esistenti tra Bologna e la località calabrese. Secondo Massimo Rizzardini il contributo dato da Fioravanti allo sviluppo della rinoplastica è stato essenzialmente divulgativo ed il suo intento di entrare in possesso del segreto dei Vianeo era legato alla volontà di svelarlo. (44) Egli fa da tramite dall’arte empirica dei Vianeo alla chirurgia accademica di Gaspare Tagliacozzi che forse ha attinto all’esperienza acquisita a Tropea da Fioravanti, dopo che quest’ultimo rientrò a Bologna. (45) D’altro canto è comprensibile la discrezione dei Vianeo che utilizzavano una tecnica malvista sia dai medici ufficiali, che ne contestavano l’utilità, sia dal clero, che la riteneva sacrilega. Singolare poi il destino toccato sia alle sepolture dei Vianeo che a quella di Tagliacozzi. I Vianeo erano sepolti nella cappella di San Domenico, di cui godevano il diritto di patronato, ma scomparve ogni traccia della loro sepoltura dopo il catastrofico terremoto del 1783, mentre, la salma di Tagliacozzi fu dissotterrata e poi deposta in una fossa sconsacrata, in quanto esecutore di operazioni “magiche”. (46) Dopo quella di Fioravanti vi furono altre testimonianze relative ai Vianeo ed al “mirabile segreto che hanno ritrovato di ristorare i nasi tagliati”. Come la lettera del 9 luglio 1561 dello storico napoletano Camillo Porzio che scrisse al Cardinale Seripando, che si trovava a Trento per il Concilio, riferendogli che si era recato a Tropea per sottoporsi all’intervento di ricostruzione del suo naso e dopo aver descritto l’operazione riferisce dell’ottimo risultato ottenuto. Inoltre, propone di pubblicare ed insegnare tale tecnica, che si esegue solo a Tropea, al fine di farne beneficiare tutti coloro che ne hanno bisogno. (47) Va ricordato che Camillo Porzio era stato privato del naso a causa di un colpo di spada infertogli da un marito geloso. (48) Successivamente sposò la donna causa dell’amputazione del naso che nel frattempo era rimasta vedova. (49)
I fratelli Pietro e Paolo Vianeo effettuarono la maggior parte dei loro interventi chirurgici tra il 1540 ed il 1560 ed in questo periodo furono i soli in tutta Italia ad esercitare la rinoplastica in quanto Antonio Branca di Catania era già scomparso da tempo e Gaspare Tagliacozzi di Bologna era un adolescente. Secondo Arturo Manna (1947) i fratelli Vianeo hanno avuto il merito di essere stati l’anello di congiunzione tra i Branca e Gaspare Tagliacozzi. Anche quest’ultimo ha un merito quello della divulgazione in veste scientifica della tecnica di rinoplastica dei Vianeo (50), che probabilmente sarebbe andata perduta, se non avesse lasciato una documentazione metodologicamente precisa, in cui ha usato una terminologia medica corretta, ed arricchita da numerose illustrazioni, (51) ma ha anche il torto di aver avocato a sé una tecnica non sua. (52) Pubblicò un capolavoro illustrato il De Curtorum Chirurgia per Insitione (Chirurgia plastica per innesto), che fu stampato a Venezia nel 1597, considerato il primo vero trattato di chirurgia plastica ricostruttiva. (53) Il merito maggiore dei Vianeo è di aver applicato alla chirurgia plastica il metodo autoplastico “che consiste nel prelevare un lembo di pelle da un braccio mantenendolo a questo unito per un peduncolo fino al suo attecchimento al viso”. (54)
Più in dettaglio la tecnica consisteva: “Nel sollevare con delle pinze alcuni lembi di pelle abbastanza spessi dalla parte interna del braccio sinistro del paziente, tra spalla e gomito, per poi applicarli da un lato sul naso mutilo, precedentemente ripulito e preparato. Con l’ausilio di alcune fasce il paziente veniva poi immobilizzato per il tempo necessario a far cicatrizzare la pelle sul naso, mantenendola vascolarizzata dal lato del braccio. [L’intervento] … si concludeva con il distaccamento del lembo di pelle dal braccio dopo una quindicina di giorni. Infine, questo lembo di pelle veniva ricucito, nella sua parte inferiore, alla base del naso ormai ricostruito mediante un’altra incisione sulla congiuntura tra naso e labbro.” (55)
La differenza tra la procedura utilizzata da Antonio Branca e quella dei Vianeo e, successivamente, di Leonardo Fioravanti era nel prelievo o meno di muscolo oltre la cute. Infatti, mentre Antonio Branca utilizzava cute e muscolo sottostante i Vianeo si fermavano alla cute. (56)
Gaspare Tagliacozzi (n. 1545 – m- 1599) (57) anatomista e chirurgo bolognese è ricordato soprattutto per i suoi interventi di rinoplastica. Usava il metodo che era stato prima di Antonio Branca di Catania fin dal 1442, probabilmente conosciuto grazie a qualche chirurgo arabo. (58) A sostegno di tale ipotesi, proposta da Michele Mazzitelli (1947), va ricordato che nell’VIII secolo d.C. il citato Sushruta Samhita (Compendio di Sushruta) fu tradotto in arabo come Kitab-Shaw Shoon-a-Hindi e Kitab-i-Susrud (59) e che gli arabi nell’827 iniziarono la conquista della Sicilia che sarà completata nel 903. Nonostante l’arrivo dei normanni tra il 1040 ed il 1050, chiamati come mercenari e la conseguente completa conquista dell’isola nel 1091 da parte loro, la cultura islamica caratterizzerà la Sicilia fino alla prima metà del XIII secolo. (60) Mentre, Arturo Castiglioni (n. 1874 – m. 1953), docente di Storia della Medicina nell’Università di Padova, sosteneva che la famiglia di chirurghi siciliani di Catania a cui apparteneva Antonio Branca, il quale per primo aveva praticato operazioni plastiche sul naso mediante la pelle del braccio, aveva cognizioni derivate probabilmente da tradizioni bizantine. (61)
Altra ipotesi, proposta da Paolo Santoni Rogiu, è che Gustavo Branca forse proveniva dalla Provenza e prima di stabilirsi in Sicilia sembra fosse stato in Persia dove verosimilmente avrebbe appreso questa tecnica di chirurgia ricostruttiva, considerato che la cultura Hindù sembra fosse giunta fino in Persia. (62)
Antonio Francesco Parisi (n. 1918 – m. 1994) sostiene che i chirurghi calabresi avevano acquisito la tecnica autoplastica dalla tradizione bizantina grazie al fatto che a Maida nel XV secolo era ancora in uso la lingua greca e vi erano due monasteri basiliani ed altri nelle vicinanze che verosimilmente avevano continuato ad intrattenere rapporti con l’Oriente e la sua medicina. Probabilmente sono stati i monaci basiliani a far da tramite tra i precetti di rinoplastica contenuti nel Sushruta Samhita (Compendio di Sushruta) ed i Vianeo. (63)
Castiglioni scrive “Sembra che per mezzo di scolari del Branca l’arte della Chirurgia plastica sia poi passata alla famiglia Vianeo di Tropea. Perciò essa ebbe il nome di Magia Tropaeensium. Fino alla metà del Secolo XVI gli Italiani furono i soli a conoscere il segreto della plastica”. (64) Ma Silvia Marinozzi (1999) esclude l’ipotesi della diffusione e trasmissione del segreto dei Branca ad altri medici. (65)
Quindi, verosimilmente i siciliani avevano ereditato i principi di tale tecnica dalla chirurgia classica indiana, o per il tramite dei bizantini o degli arabi, mentre i calabresi per il tramite dei monaci basiliani di tradizione bizantina.
Altra testimonianza sulla perizia dei fratelli Vianeo ci viene data da Giovanni Battista Cortesi (n. 1553 o 1554 – m. 1633 o 1634). (66) Nel 1599 Cortesi si recò a Tropea e come scrive nella sua opera Miscellaneorum medicinalium decades denae del 1625 non vi trovò i fratelli Vianeo, ma potette esaminare lo strumentario da essi usato e lo ritenne rudimentale ed inadatto per le operazioni che essi eseguivano, pertanto, se ne deduce che tali operatori avessero particolari capacità tecniche considerato lo strumentario chirurgico che avevano a disposizione. (67) Non si è ancora potuto stabilire se i fratelli Vianeo fossero laureati in medicina ed esercitassero con autorizzazione vescovile o se fossero autorizzati dal protomedico ad esercitare la professione di chirurghi. (68)
Alessandro Benedetti (n. 1450 ca. – 1512), chirurgo, fondatore della Scuola anatomica di Padova, eseguì interventi di rinoplastica, (69) descrisse la tecnica eseguita da Antonio Branca (70) nel suo Anatomia sive historia corporis Humani, anche se vi sono dubbi sul fatto che l’avesse effettivamente messa in pratica. Un altro autore che descrive tale tecnica è il medico militare tedesco Heinrich von Pfalsprundt nel 1460. (71)
Anche i chirurghi calabresi saranno ricordati a lungo nei testi di medicina. Lo farà il medico e anatomista Gabriele Falloppio (o Falloppia) (n. 1523 – m. 1562) (72) alla fine del Cinquecento. Descriverà il metodo di rinoplastica usato in Calabria, ma ne darà un parere negativo in quanto la riteneva una operazione così dolorosa tanto che in caso di bisogno avrebbe preferito vivere senza naso o con uno posticcio, come si può leggere nel Cap. X intitolato De Nasi regeneratione, labiorum, atque aurium a p. 119 verso del De Decoratione del III tomo dell’Opera genuina omnia pubblicata a Venezia nel 1606. (73) Anche Andrea Vesalio, forma italiana del nome del medico fiammingo André Vésale, latinizzato in Andreas Vesalius (n. 1514 – m. 1564), considerato il fondatore dell’anatomia moderna, (74) darà un giudizio negativo su tale metodo. (75) Ambroise Parè (n. 1510 ca. – m. 1590), considerato il fondatore della chirurgia francese, (76) scrive che un suo paziente stanco di andare in giro con il suo naso d’argento si recò a Tropea e se ne tornò con un naso ricostruito. (77) Questo tema lo tratterà anche Tommaso Campanella, filosofo e teologo nato a Stilo in Calabria, (n. 1568 – m. 1639) (78) che definisce l’operazione di rinoplastica “magia tropiensum”. (79) L’eccezionalità dell’operazione effettuata dai chirurghi di Tropea è testimoniata non solo dai testi scientifici, ma talvolta anche da viaggiatori. Infatti, la lettera di un viaggiatore tedesco di nome Samuel Kiechel attesta che nella primavera del 1587 vi fosse a Tropea un “fabbricatore di nasi” e un anonimo viaggiatore, probabilmente un ricco borghese d’Orléans, nella seconda metà del Cinquecento, tra il 1588 ed il 1589, scrive della tecnica di rinoplastica sviluppata in Calabria e prosegue affermando che proprio a Tropea c’è chi è capace di fare un nuovo naso a chi lo ha perso per malattia o per altri motivi. (80)
Dopo la morte di Gaspare Tagliacozzi, la pratica della rinoplastica fu abbandonata per circa due secoli.
Bisognerà attendere il 1724 anno in cui René Jacques Croissant de Garengeot (n. 1688 – m. 1759) (81) chirurgo francese illustrò un intervento che era la replica della procedura che Leonardo Fioravanti aveva descritto nella sua opera “Il tesoro della vita humana”, ma, trattandosi di una tecnica dimenticata ed osteggiata dalla medicina canonica ebbe scarsa attenzione. (82)
Joseph Constantine Carpue (n. 1764 – m. 1846), chirurgo londinese, (83) il 23 ottobre 1814, eseguì la prima fase di un intervento di ricostruzione nasale, senza alcuna anestesia, che durò 15 minuti. Era l’iniziò di uno studio osservazionale prospettico che culminò nella pubblicazione nel 1816 di una monografia intitolata “Un resoconto di due operazioni riuscite per ripristinare un naso perduto con i tegumenti della fronte nei casi di due ufficiali dell’esercito di Sua Maestà, in cui sono incluse osservazioni storiche e fisiologiche sull’operazione nasale, comprese descrizioni dei metodi indiano e italiano”. Questa monografia accese l’interesse per la chirurgia ricostruttiva in tutta Europa. (84)
Nel 1818 Carl Ferdinand von Graefe (n. 1787 – m. 1840) (85) pubblicò il suo libro sulla ricostruzione nasale intitolato in latino de Rhinoplastice ed in tedesco der Rhinoplastik. Questa è la prima volta che la radice plastik è stata utilizzata per descrivere la specialità chirurgica che sarebbe stata chiamata da Eduard Zeis (n. 1807 – m. 1868) (86) “chirurgia plastica”. (87) Tale denominazione la utilizzò per la prima volta per il titolo del suo libro Handbuch der plastischen Chirurgie (Manuale di Chirurgia plastica) pubblicato nel 1838. (88)
Quella che brevemente è stata tracciata è una storia prevalentemente italiana caratterizzata da intraprendenza e maestria dei suoi protagonisti i Boiano, detti anche Vianeo, la cui tecnica chirurgica per quei tempi straordinaria fu definita magia.
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Sitografia e Bibliografia
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Foto Ferrantino-Speculum nasale
