GLOCAL di Ernesto Pappalardo »
Guardare la televisione per “informarsi” – o almeno, in origine, quella restava l’aspirazione iniziale o meglio ancora primordiale nell’uomo contemporaneo sopravvissuto, per caso, alle mille tempeste mediatiche che si sono succedute in così pochissimo tempo – resta ancora un riflesso automatico che ci porta a vedere ed ascoltare quello che sembra manifestarsi da una specie di altro mondo intorno a noi. Sì, perché è proprio un altro mondo che si ostina a conservare attori che trasmettono e ripetono solo se stessi. Anche se tutto quanto accade è purtroppo vero (come dice e dimostra la tivvù …), si ha l’impressione che siamo di fronte a racconti distonici e lontani dal mondo reale, quello che va avanti (o indietro) ogni mattina, riportando e comunicando il nulla, travestito dal nuovo che è, ormai, solo un fatto meramente temporale, ma forse anche troppo vecchio. La sensazione – cari amici che avverto l’esigenza di salutare con affetto perché, mi hanno spiegato, senza ombra di possibile smentita, mi seguite attraverso la lettura di salernoeconomy.it da qualcosa come oltre dieci anni, undici per la precisione – è che ci siamo di fatto allontanati e rintanati dentro le nostre cose, i nostri pensieri, le nostre fantasie, le nostre involuzioni che inseguiamo senza interessarci troppo di tutto il resto. Un pensiero concreto sul quale dovremmo riflettere? Per esempio, l’universo, che ha mantenuto intatto o quasi il suo valore, di quelli che addirittura vanno a votare, qui da noi è pari più o meno al 40 per cento. Un dato che si commenta sa solo, ma che appare gigantesco per chi ne fa una ragione di vita, per chi crede ancora nelle belle idee della politica. Figurarsi che anche per me, ormai più che sessantenne, è un dato che fa riflettere e che apre le porte a un’altra costellazione: non abbiamo capito proprio niente, mai niente, con tutta la presunzione di sentirsi a venti, trenta, quaranta e anche cinquanta i veri padroni del mondo. E, poi, una domanda: ma chi, giovane o vecchio, crede, oggi, alla politica? La politica, mi spiegano senza perdere troppo tempo quelli che si considerano (e considero, almeno anagraficamente) giovani, è un mestiere come tanti altri.
E pensare che noi abbiamo vissuto un tempo – neanche lontanissimo ci appare oggi – durante il quale ci abbiamo addirittura creduto. Ecco, mi torna in mente un’antica campagna elettorale in un paesino della Costiera Amalfitana, Minori, dove abitava mia nonna paterna e che io andavo a trovare. Avrò avuto al massimo otto o nove anni e assistevo a quella che mio padre mi aveva descritto come la “campagna elettorale”. Sapete cosa mi ricordo ancora, chissà perché? I mille manifesti che ogni mattino erano lì in paese: Partito Liberale, Partito Comunista Italiano, Democrazia Cristiana, Partito Socialdemocratico, Movimento Sociale Italiano. Me li ricordo tutti quei manifesti. Tutti bellissimi. Sapevano di libertà. Sì, libertà. Che bella e grande parola. Ma, in verità, c’è qualcuno che politicamente la pronuncia più?

La libertà
