I numeri dell'economia »
di Mariano Ragusa
“Parasite”, lo straordinario pluripremiato film del coreano Bon Joon-ho, racconta il conflitto tra opulenza e miseria e il riscatto (fallito) di quest’ultima in una esplosione di sanguinaria violenza al culmine di un percorso di sopravvivenza privo di alternative se non il parassitismo sociale.
Il ricordo cinematografico si sovrappone per suggestione ai contenuti di una intervista all’Huffington Post, del sociologo Luca Ricolfi che avverte: “Ci avviamo verso una società parassita di massa”. La previsione tocca il nostro Paese per effetto delle scelte di politica economica adottate per il post-pandemia. Al comando c’è “il primo governo – spiega lo studioso – risolutamente iperstatalista della storia della Repubblica”. E grazie al quale “i nuovi parassiti vivranno dipendenti dalla mano pubblica”.
La tesi ha innescato discussioni. Chiara Saraceno, in un articolo su “La Stampa”, ha sostenuto come la complessità della situazione economica e sociale, aggravata dall’epidemia, renda invece necessario un ruolo attivo della Stato sia come propulsore della ripresa sia per gli interventi strategici in settori come la Sanità, dove si saldano efficienza delle prestazioni ai cittadini e tutela di diritti costituzionali.
Il neo parassitismo.
Le considerazioni di Ricolfi pongono all’attenzione elementi meritevoli di riflessione da parte in primis dei decisori politici. La tesi, poc’anzi sinteticamente enunciata, sviluppa gli studi del sociologo torinese culminati nel saggio di qualche anno fa sulla “Società signorile di massa”. L’epidemia ne avrebbe indotto una ulteriore, significativa mutazione.
Spiega lo studioso: “Nella società signorile il parassitismo di chi non lavora convive con un notevole benessere, che accomuna la minoranza dei produttori e la maggioranza dei non produttori. Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di Stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti”.
La prospettiva al quale lo scenario ci inchioda è amaro: “I nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della mente servile”.
Le argomentazioni dello studioso toccano aspetti economici, sociali e culturali. Il punto su cui porre attenzione è capire il “da dove” si riparte nel dopo Covid. Se cioè siano, almeno in tendenza, allineabili bisogni e capacità produttive del Paese. Se, con più chiarezza, la curva della disoccupazione annunciata (circa un milione e mezzo di persone) possa, invece, essere smentita e i feriti sul campo ridursi significativamente di numero in modo da rendere più sostenibili le misure di welfare e di assistenza senza che si inabissino nel buco nero dei meri sussidi. La possibilità c’è, secondo Ricolfi, riconoscendo alle imprese la massima libertà di azione.
Tuttavia l’ultima cosa di cui ha bisogno il Paese, che si avvia a registrate il 155% di deficit, è una disputa ideologica sui principi. Più pubblico e meno privato? O viceversa? La questione, con tutta evidenza, non si gioca sui massimi sistemi. Piuttosto sulla ricerca delle soluzioni efficaci all’obiettivo della ripresa, costruendo il più idoneo equilibrio tra gli attori in campo. Che questo si verifichi non può essere frutto di automatismi o spontaneismi socio-economici. Ma di scelte (e leadership) politiche interpreti della situazione reale.
La cassa e il valore.
Due punti, in questa riflessione, che non ambisce a varcare il confine presidiato dagli economisti, pare opportuno evidenziare.
Il primo riguarda la presenza o meno, di una “idea di programma” per il Paese, nei vari pacchetti che il governo sta predisponendo per affrontare la crisi economica figlia della pandemia.
Veniamo da un tempo nel quale il discorso pubblico è stato infarcito di parole-chiave capaci di configurare processi concreti e virtuosi. “Fare rete”, “Fare sistema”, “Sistema Paese” e via declinando. Parole-chiave che hanno avuto come sinonimi conseguenziali “coesione”, “logiche di integrazione”, “filiera”, “distretti”. Il tutto traducibile, per dirla in breve, in questo concetto: rendere forte e competitivo il Paese valorizzando ogni sua potenzialità dentro un saldo disegno coesivo spendibile sui mercati. Qualcosa è accaduto (agro-alimentare, moda). Tanto altro sarebbe potuto accadere. E’ possibile riprendere quella strada a partire da oggi? Ragionare e agire con visione progettuale mentre si affronta l’emergenza? Il pericolo è che, invece, la trama del disegno del futuro si smarrisca nella pur urgentissima priorità di salvare quanto più possibile dal crollo finale imprese e posti di lavoro.
E’ proprio incompatibile tenere in un solo gesto, una doppia azione? Salvare e innovare. Arginare il tracollo e muoversi con un nuovo passo. Operazione complessa, è evidente. Ma non impossibile. Ce lo dicono gli esempi di alcune imprese che hanno velocemente riconvertito la propria attività produttiva realizzando mascherine chirurgiche. Non guardiamo solo alla domanda (altissima) di mercato che ha incentivato la scelta imprenditoriale. Guardiamo, piuttosto, all’energia vitale che quelle imprese hanno saputo esprimere in un progetto. Cosa impedisce di estrarre da queste realtà un metodo che potrebbe dare buoni frutti, certo a patto di trovare i giusti contesti (politico, istituzionale, amministrativo, creditizio) per giocare la partita?
Il lavoro e l’immunità.
E qui emerge il secondo dei punti di riflessione. Una “idea di progetto” impone la generale mobilitazione della società. Serve una motivazione avvertita, forte e “trascendente” l’orizzonte della terribile necessità che inevitabilmente sta muovendo il Paese. Serve aver chiari valori di riferimento e la consapevolezza che è indifferibile la riformulazione di un Patto che riannodi il tessuto sfibrato della comunità. Che assuma la ricostruzione post Covid 19 come interesse di tutti e di ognuno.
Sta cercando di insegnarcelo questa epidemia che ha travolto e rovesciato molti paradigmi. Uno su tutti è quello dell’immunità. Siamo stati (lo saremo ancora) al tempo stesso vittime e portatori di contagio. Difenderci è stato (sarà ancora) allo stesso tempo difendere l’altro affinchè il contagio non si diffonda e non torni ad assediare noi stessi. Abbiamo sperimentato una pratica inclusiva, relazionale, consapevole, della immunità. Forse non siamo diventati più buoni, ma più disponibili a praticare una sorta di egoismo temperato, questo è possibile.
Nessuno si salva da solo: mai come in questi tempi, è vero. Tutela della vita e società responsabile sono variabili che il virus ha legato. Il punto in cui queste coordinate si incrociano è e dovrà essere il Lavoro. Nella sua ricchezza di mezzo e anche di valore, di creatività, di intelligenza, di umanità, di generatore di senso e di produttività. Territorio che produce benessere ma nel quale è ospite d’onore la dignità della persona e il riconoscimento dei suoi diritti e doveri.
Nasce da qui il Patto che bisogna sottoscrivere. E che, al di là della combinatoria econometrica (Pubblico o privato? Più o meno mercato o Stato?), richiederà la solida mano di una politica che lo guidi e la maturazione di un sentimento e di una cultura condivisi che riconoscano il lavoro come valore e bene comune. Reciprocità e obbligazione potranno non essere avvertite, in questo clima, come imposizioni esterne ma regole intimamente condivise. Tanto vincolanti da farci ritenere possibile anche una redistribuzione del peso fiscale che revochi le attuali iniquità, chieda più impegno a chi più ha, liberi risorse per investimenti produttivi. Un Patto di reciprocità, infine, che possa rendere davvero efficace una battaglia di prospettiva contro l’evasione fiscale. Il crimine che da anni degrada, sfianca e impoverisce il Paese. Il territorio, questo sì, dei parassiti. Non i miserabili protagonisti del film coreano ma i professionisti della scorciatoia. Inappuntabili nella loro morale off shore.

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