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di Pasquale Persico
La difficoltà di formare un governo autorevole, con una visione di lungo periodo, non euclidea, capace di affrontare la burrasca della pandemia e aprire la prospettiva di una possibile rotta, può essere confrontata con le strategie del velista costretto ad incrociare una burrasca; egli deve decidere se attraversarla o cercare di fuggire, oppure scegliere lo stallo. Non a caso tutti i gruppi parlamentari chiedono di cominciare da capo, ma per che cosa? L’esperienza maturata – ad esempio sul Recovery Plan – ci dice che il documento è composto da pezzi di vecchi ragionamenti, basterebbe citare la richiesta di Renzi sul ponte di Messina, o le ipotesi che arrivano da Napoli sul progetto Bagnoli, e, in parte, quelle da Taranto per l’Ilva. Vi è una richiesta di Pubblica amministrazione commissariata per realizzare progetti i cui effetti non ricadono tra le risoluzioni dei problemi posti dalla nuova politica economica europea: riduzione del debito ecologico; riduzione del debito di efficacia ed efficienza della Pubblica amministrazione; diminuzione del debito pubblico; diminuzione del debito di accesso a diritti fondamentali (lavoro, istruzione, sanità e mobilità) in condizioni di equità in tutti i territori. Dobbiamo accontentarci di procedere a piccoli passi ed un po’ a tentoni solo perché abbiamo paura di andare oltre la crisi e cambiare il paradigma di riferimento? Dobbiamo rinunciare ad una rivoluzione dell’assetto istituzionale di governance, a cui ci ha abituato la politica delle mediazioni senza progetto, orientata dalla sola sopravvivenza?
L’economia italiana appare sempre in ritardo, da molti anni, rispetto alla prospettiva di diventare una nazione allineata con altre nazioni europee che sono entrate nella contemporaneità industriale manifatturiera e dei servizi, almeno cent’anni prima. E’ come se l’Italia vedesse il mondo trasformarsi e si stupisse che questo mondo non tiene conto della sua storia, difficile da riposizionare. Per l’Italia il peso del passato è stato sempre un ostacolo invece che una opportunità da cui spiccare un altro volo. Anche oggi un possibile modello utopico, non essendo in campo, non può nemmeno essere perseguito.
Manca l’Utopia? No, manca la capacità di analizzare qual è il modello sociale che abbiamo a disposizione, e come la società che abita il territorio italiano possa approfittare dei vantaggi competitivi localizzati nel territorio stesso; questi vantaggi sono anche il potenziale per il nuovo attraversamento richiesto dalla storia e dalla crisi globale in campo. Noè scelse la strada di far salire tutti sulla barca ed aspettare: in attesa di un armistizio che arrivò con il messaggio arcobaleno. E questa, sembra, anche per l’Italia, la proposta che arriva da più parti, salire sulla barca di un governo istituzionale ed aspettare che passi la bufera, magari ancorandosi sul come stare nel luogo dove si è, il Parlamento. Questa scelta non sarebbe mai la scelta del velista. Con la pandemia abbiamo anche scoperto che la scienza non darà il senso alla vita, occorre un progetto di vita che si faccia aiutare dalle scienze e dalla conoscenza acquisita, ma che sappia camminare nell’immaginario di senso.
Vi è poi la strana idea che entrare nel caos della burrasca non sia una buona idea; si fa solo l’elogio della fuga, sviluppando il tema del sostegno a chi ha perduto fatturato, dimenticando di dover conservare le forze per attraversare la burrasca nel tempo minimo possibile. Se pensiamo solo a come dovremmo affrontare la metamorfosi delle città e dei territori, possiamo capire che questo attraversamento non può essere fatto nel tempo lunghissimo (come per Bagnoli, ad esempio) e occorre cercare la rotta che accorcia il tempo dell’entrata nel nuovo paradigma: città bastevole e sviluppo integrale. La società si trasforma a vista d’occhio e noi non abbiamo il tempo di “difenderci”, in modo da coordinare le azioni necessarie al cambiamento.
Allora, dobbiamo avere il coraggio di abbandonare le certezze ideologiche settarie e rigide, connesse alla strategia dello stallo, e andare incontro ai processi evolutivi; questo significa acquisire la consapevolezza che solo l’attraversamento coraggioso della burrasca ci allontana dall’elogio della fuga, perché ci consente di minimizzare il tempo dell’entropia non percepita.
La fuga dal caos, e la rinuncia all’“attraversamento” – non trasformatosi in vita esperienziale per moltiplicare i beni relazionali che strutturano le società in cammino – è un lusso non consentito dalla storia. Stiamo parlando di “rivoluzione”? Si di “rivoluzione”, ma non di quelle raccontate dalle ideologie, ma di quelle emerse dalle storie delle persone, delle tante persone che durante la pandemia hanno deciso di attraversare la burrasca senza la paura di morire; un società in rete è emersa, senza un’“appartenenza”, ma solo per ritrovare nella salvezza dell’altro l’immagine del proprio cambiamento; un’immagine-specchio, orientata verso una società bastevole, dove il progetto morale comporta l’abbraccio di tutta la popolazione di rifermento per condurla verso una nuova civiltà plurale. Attraversamenti plurali, è l’unica traccia d’ordine per creare ponti verso l’utopia del possibile, collezionando azioni dove l’ibridazione culturale dia luogo a nuovi fiori arcobaleno, una prospettiva di armistizio strategico, opposta alla fuga e allo stallo.

Pasquale Persico
