L'intervista »
L’analisi di Giuliano D’Antonio (Icea) sulle criticità del settore primario “Poco gioco di squadra, così l’agroindustria resta indietro” “Peccato non capitalizzare al meglio le potenzialità del made in Salerno” “Nessun coordinamento, in ordine sparso si indebolisce la competitività” “La verità è che fino a questo momento non esiste nemmeno l’idea di un coordinamento effettivo delle politiche di valorizzazione della filiera agricola ed alimentare a livello provinciale. In tanti si affannano a richiamare l’attenzione sulle potenzialità di questo settore fondamentale per le sorti del nostro territorio, ma a livello di iniziative istituzionali e categoriali – le uniche sedi dove è possibile prendere decisioni effettivamente operative – continuano a prevalere logiche riduttive, in alcuni casi francamente desolanti. Eppure, con questa crisi così grave, che colpisce le parti più deboli della filiera – i piccoli e piccolissimi produttori che sono la stragrande maggioranza – sarebbe il caso di decidere una volta e per tutte di lavorare insieme per cogliere i risultati che sono alla portata del made in Salerno”. Giuliano D’Antonio, responsabile di Icea Campania (Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale) e componente del consiglio nazionale dell’Ordine degli Agronomi, è convinto che si sia perso tempo prezioso e che “almeno fino ad oggi – dice a salernoeconomy.it – non si muova niente di concreto”. “Dispiace constatare – continua D’Antonio – come si insista nel parlare di un comparto sottovalutato, addirittura snobbato, senza che, però, si proceda a mettere in campo almeno qualche esperimento o tentativo per testimoniare la volontà di uscire da una fase di estrema frammentazione dell’offerta sui mercati e, soprattutto, di mancate sinergie tra quei poli produttivi virtuosi che non sono pochi nella nostra provincia e nell’intera Campania”. D’Antonio dall’osservatorio dell’Icea – che è uno dei principali organismi di certificazione a livello nazionale ed europeo, con oltre 13mila aziende controllate, trecento tecnici, venti strutture territoriali in Italia e dieci uffici distaccati all’estero (per statuto si pone l’obiettivo di “favorire uno sviluppo equo e socialmente sostenibile che dall’agricoltura biologica si estende agli altri settori del bioecologico”) – delinea, quindi, uno scenario nel quale prevalgono “difetti tipici della nostra realtà locale – sottolinea – che si estendono, purtroppo, ben al di là dell’agricoltura e dell’agroindustria”. Su quali punti critici dovrebbe concentrarsi un ipotetico organismo di coordinamento pubblico-privato in provincia di Salerno? “In tutti questi mesi – spiega D’Antonio – è emerso con chiarezza che nella nostra regione è del tutto assente una politica industriale chiara, basata su una precisa strategia. Il crollo dei consumi interni ha indubbiamente colpito in maniera pesante tutte le componenti che si ritrovano lungo il percorso che dalla terra conduce alla tavola del consumatore. Ebbene, nessuno ha lavorato in maniera organica per creare una “rete” strutturata capace di favorire l’acquisizione di nuovi spazi di mercato che sono a portata di mano. Per esempio: nell’ambito del biologico da quanto tempo si parla di favorire l’ingresso di queste produzioni nelle mense scolastiche ed ospedaliere? Per restare nella stessa tipologia di interventi che potrebbero essere attuati senza sforzi particolari: perché non si prova ad avviare un programma funzionale alla promozione delle tipicità locali nei circuiti della ristorazione, soprattutto nell’ambito di una riqualificazione dell’offerta turistica? Non si tratterebbe di azioni intelligenti di marketing territoriale?”. Ma le questioni di più ampia portata per D’Antonio risiedono nella mancata pianificazione dei processi di aggregazione dell’offerta nel momento della commercializzazione. “Sono pochi – rimarca – i soggetti operativi che sono riusciti a capitalizzare il valore della qualità delle produzioni nel momento della contrattazione con i grandi canali della distribuzione. Se vogliamo parlare del “made in Salerno” o di un marchio “Salerno” bisogna creare le condizioni preliminari per individuare il percorso di collaborazione tra tutte le componenti della filiera che dovrà poi sfociare nella condivisione di azioni di marketing e di promozione. I contratti di rete da questo punto di vista offrono grandi opportunità, ma non si rintracciano segnali e fermenti dinamici da questo punto di vista. Prevale sempre uno sconsiderato fai da te”. Che fare? “Come Icea siamo in campo da tempo nella valorizzazione dei processi di crescita virtuosa non solo delle singole aziende, ma di veri e propri “cluster” produttivi di qualità. Il problema è che manca una visione strategica complessiva da parte di tutti quei soggetti che possono realmente incidere nelle politiche di sviluppo del territorio. La mia personale valutazione è che senza una ripartenza dal basso, mettendo insieme l’associazionismo e soprattutto la Camera di Commercio – che rimane il riferimento principale per queste azioni di sistema almeno a livello provinciale, per poi approdare con qualche possibilità di successo sui tavoli regionali e ministeriali – non si andrà da nessuna parte. Come sempre non bisogna attendere processi salvifici esogeni, occorre darsi da fare in piena autonomia territoriale. Ma è lecito essere scettici. Superfluo aggiungere che dal versante della politica e delle istituzioni fino a questo momento, a parte lodevoli e singole eccezioni, non si è assolutamente mosso niente di significativo”. Ernesto Pappalardo

