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La ridefinizione del perimetro delle “aree” politiche diventa strategica anche in Campania
C’era una volta il “centrodestra”
In vista delle prossime elezioni regionali si conferma la grande confusione in entrambi gli schieramenti: non solo nel “polo” di centrosinistra, ma anche nell’aggregazione che dovrà sostenere (molto probabilmente) il governatore uscente Stefano Caldoro.

di Ernesto PappalardoLa questione della “scomposizione e “ricomposizione” delle aree politiche è ormai diventata predominante alla luce dei tumultuosi processi di verticalizzazione decisionale sotto il profilo partitico/istituzionale. La polarizzazione delle leadership – il cosiddetto effetto/Renzi – ha preso il sopravvento proprio perché ha consentito di valicare ampiamente il tradizionale bacino di voti del centrosinistra. In altri termini, il “ciclone” scatenato dal presidente del Consiglio/segretario dei democrat alle ultime elezioni per il parlamento europeo – come confermato da successivi sondaggi di opinione – ha avuto, tra le varie conseguenze, quella non secondaria di rendere estremamente labili i confini di demarcazione tra l’ambito progressista (che, in ogni caso, continua a rimanere a livello Ue all’interno del partito socialista) e quello popolare/moderato (che si riconosce, tra qualche contraddizione, nel Ppe). E’, inoltre, evidente la sempre più consistente emarginazione delle forze che non si ritrovano in questi due maxi/schieramenti. Lo scenario attuale, per restare in Italia, vede il consenso personale del premier sempre molto forte, a dispetto di quello che si può pensare dei contrasti interni al Pd e degli “scontri” in corso con il sindacato più vicino all’area socialista/riformista. Che cosa significa? Sostanzialmente che Renzi catalizza, ormai, elettori da più parti ed, in ogni caso, molto al di là del “recinto” del suo partito. Ed è capace di essere trasversale non solo alle connotazioni “politiche” dell’elettorato, ma anche a quelle anagrafiche.Questo processo crea scompiglio, oltre che tra i democrat (la cui minoranza ha perfettamente compreso di non potere andare oltre alcuni distinguo formali, ma non sostanziali dal punto di vista delle scelte che dovrebbero maturare alla luce del conclamato dissenso su temi cruciali come il lavoro o la politica economica del Governo), anche in quello che fino a pochi mesi fa era a tutti gli effetti il polo contrapposto al centrosinistra. Ora, invece, si fa fatica a comprendere quali siano le differenze sul terreno della proposta politica da parte del centrodestra e, soprattutto, ad identificare con precisione quali siano le “componenti” di un’area che, pure, è stata maggioranza nel Paese per lunghi anni. Insomma, in poco tempo si è verificato un terremoto di proporzioni enormi di cui si stenta a coglierne fino in fondo gli effetti.
Come si riproduce questa situazione nella realtà della Campania? Mentre il Pd è alle prese con il solito correntismo disfattista ed inconcludente (che cosa farà davvero Roma di fronte alla “guerra” interna che si profila senza ombra di dubbio in caso di primarie non confermative o aggreganti su un candidato riconosciuto dalle varie “anime” del partito?), al momento appare molto difficile anche solo arrivare ad immaginare che cosa accadrà dall’altra parte. Quella parte che teoricamente può contare sul presidente uscente della Regione Campania e che – sempre in astratto – dovrebbe fare tesoro del vantaggio di avere in partenza una personalità già riconosciuta in corsa per la riconferma. E, invece, pare di capire che – al di la della ricandidatura di Caldoro (che, pure, non tutte le forze del centrodestra di un tempo danno per scontata) – è ancora da costruire un’alleanza che si possa almeno definire “moderata” e “popolare” (in senso europeo) da contrapporre al centrosinistra di una volta.
E qui ritorna il teorema (che poi teorema non è, ma constatazione delle dinamiche che sono già in corso a livello centrale ed anche in tantissimi territori del Sud) della “scomposizione” dei due ex “poli”. Con una differenza non di poco conto: mentre anche in Campania il Pd potrà giovarsi dell’effetto/Renzi, la coalizione di centrodestra (se si può ancora usare, ripeto, questa terminologia) non avrà a più a disposizione la “rendita” di posizione su cui per anni ha potuto fare affidamento, il carisma mediatico di Silvio Berlusconi. Ed è in questo contesto non facile per lui che il governatore Caldoro da tempo ha ben compreso di dovere lavorare alla ridefinizione non solo del perimetro politico delle liste che lo sosterranno, ma anche all’allargamento della piattaforma programmatica delle nuove alleanze alle quali “obbligatoriamente” dovrà puntare per non farsi trovare impreparato dall’avanzata dei democrat ben oltre i confini del loro tradizionale elettorato (grazie al presidente del Consiglio/segretario). Ci riuscirà? La chiave della partita che si giocherà nella prossima primavera è tutta qui. Anche se gli errori già commessi dal Pd campano lasciano ampi margini di manovra ad un nuovo “centrodestra” civico o di programma.

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Problemi d’identità per il 'centrodestra' campano
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