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L’intervento del presidente della Svimez Adriano Giannola esprime una serie di preoccupazioni da tenere sempre presenti.
Autonomia delle Regioni? Lontano da vecchi compromessi politici
Costruire la nuova identità europea, allontanandosi velocemente dalle “nostalgie” del passato e mettendo da parte definitivamente la strategia delle “miopie crescenti”.

di Pasquale Persico

Per l’economista Prof. Adriano Giannola (la Repubblica di lunedì scorso) sono in molti (On. Piero Fassino, i presidenti delle Regioni della Lega, Salvini e altri leader, non solo del centrodestra) a riproporre l’idea di una più accentuata autonomia, appunto, delle Regioni. Certo – dice Giannola – l’autonomia è prevista dalla Costituzione, ma senza onestà intellettuale e visione politica dentro la storia, gli articoli 116 e 117 della stessa Costituzione verranno traditi e travisati. Perché per l’amico economista un’ulteriore separazione tra Nord e Sud è quanto di più antistorico si possa proporre. Il ragionamento del presidente della Fondazione Svimez esprime tutte le preoccupazioni anche per il Nord; questa parte di territorio, infatti, è in crisi strutturale ed ha bisogno di non perdere coesione con le regioni del Sud, come previsto dall’elenco di obiettivi contenuti nel Pnrr. Giannola richiama poi l’articolo 119 della Costituzione e la legge Calderoli di attuazione del 2009, perché  introducono il tema della uniformità dei diritti di accesso all’Istruzione, alla Sanità ed ad ogni altro servizio o funzione operativa trasferita dallo Stato alle Regioni.

Vorrei, però, provare ad estendere la critica di Giannola – che rimprovera a tutti i presidenti delle Regioni ed ai partiti la mancanza di una riflessione specifica sulla esperienza della Conferenza Stato-Regioni durante il Covid 19 – allargando l’approfondimento sul potenziale ruolo attribuito alla Conferenza.

Il ragionamento si allarga, per esempio, alla Sanità durante le emergenze e ad altri problemi che ci avvolgono oggi, a partire dal clima e dalla transizione ecologica. Questi temi non sono separabili da quello più grande che è, senza dubbio, il benessere della popolazione.

Ebbene, la riflessione da fare è sui confini amministrativi e sulle competenze delle Regioni; la dimensione delle infrastrutture strategiche da connettere – per dare efficace ed efficienza alle risorse del Pnrr –  incrocia il concetto di “macroaree europee”. Il modo in cui ha lavorato e lavora la Conferenza Stato-Regioni ha fatto emergere l’assoluta incapacità delle Regioni (e dello Stato) di raggiungere i minimi di coordinamento, per dare efficacia a gli investimenti strategici da realizzare (energia, ecosistemi di innovazione, infrastrutture e logistica, sicurezza ambientale, istruzione, etc.).

Si apre così un capitolo sostanzialmente ignorato dalla politica, un impegno indifferibile di “riaccorpamento” delle competenze delle Regioni in base alle macroregioni già di fatto esistenti. Non sono istanze nuove, ma devono essere riproposte, se vogliamo riaprire il “fronte” della efficacia delle politica economica in una prospettiva “larga”, cioè coerente con le nuove economie dei continenti. Le mappe disponibili delle eco-regioni – che delineano le omogeneità geomorfologiche e climatiche, che l’Istat ha messo a disposizione dal 2018 – sono ignorate dai 10000 assessori all’Ambiente coinvolti direttamente o indirettamente nella conferenza Stato-Regioni, compresi i ministri che si sono occupati e si occupano di clima e di transizione ecologica, argomento chiave, quest’ultimo, per parlare di molti assi portanti della futura economia dei continenti.

Allora è chiaro e drammatico l’appello di Giannola: anche il Nord è in difficoltà e la scorciatoia dell’Autonomia porta ad aggravare la sua crisi strutturale, che nella competizione globale deve ancora credere nella riglobalizzazione, come sta facendo la Germania, correggendo la visione francese di Macron.

L’Italia deve rientrare per essere interlocutore europeo delle scelte sul tema dell’economia della seta e del cotone; il continente asiatico e quello africano a breve aggregheranno l’ottanta per cento della popolazione del globo a cui aggiungere il 15 % di quella americana ed australiana.

L’Italia – Paese che basa la sua forza sul saper essere territorio manifatturiero che esporta e Paese accogliente per il suo stile di vita – deve investire nella visione di Paese europeo poggiato sulle qualità democratiche e civili dell’intera Europa.

L’Italia dovrebbe saper approfittare del progresso scientifico accumulato e della cultura umanistica stratificata durante la sua storia ad identità plurale, continuando ad interpretare una visione plurale di dialogo con il mondo. L’Italia del Sud – sempre dominata ad intervalli da diverse culture non italiche – ha bisogno anch’essa di autonomia in un quadro di nuova vitalità non separata dai diritti costituzionali europei.

Ecco: una nuova autonomia condivisa in un nuovo quadro di macroregioni di nuova identità europea, lontano dalle nostalgie delle vecchie regioni amministrative nate da compromessi politici del passato; esse si stanno mostrando a miopia crescente nel parlare di futuro autonomo non  consapevole della complessità che ci circonda.

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Pasquale Persico
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