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L'intervista »

Le prospettive di crescita di questo particolare segmento del comparto primario continuano ad essere molto positive.
Agricoltura bio, occasione per il territorio
D’Antonio (Icea Campania): “Gli operatori che hanno coraggiosamente scelto questo metodo di coltivazione hanno bisogno di maggiore sostegno nei processi aggregativi di filiera e di una strategia più sistemica per competere sui mercati internazionali”.

(Er.Pa.)- “Il vero problema – dice Giuliano D’Antonio, agronomo ed esperto di produzioni biologiche, responsabile di Icea Campania (Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale) a salernoeconomy.it – è che occorre ancora fare il cosiddetto salto strutturale. Passare, cioè, dalla fase legata principalmente ai percorsi di imprenditorialità delle singole aziende a quella più organizzata e sostenuta da una politica industriale del comparto. I numeri (vedi *scheda tecnico/analitica) parlano da soli: siamo in presenza di un fenomeno destinato a conquistare sempre più spazio in termini di aree di coltura e di consumi finali. E’ indispensabile, quindi, intervenire per supportare adeguatamente le imprese”. Dal suo osservatorio diretto, D’Antonio segnala “una grande passione ed un grande lavoro da parte di chi sceglie il biologico, il più delle volte chiamato ad operare in piena solitudine perché – al pari, per la verità, quasi sempre di chi adotta il metodo convenzionale – non riesce a rintracciare l’interlocutore istituzionale che dovrebbe occuparsi della manutenzione e della messa in sicurezza del territorio sia dal punto di vista idrogeologico che della compatibilità ambientale”. “Va detto – aggiunge D’Antonio – che l’Italia ha costruito nel tempo un sistema di controlli sulla sicurezza alimentare tra i migliori d’Europa e del mondo: su questo versante siamo all’avanguardia. Ma manca, però, la parte che lo Stato dovrebbe fare per consentire alle aziende di competere ad armi pari sui mercati interni ed esteri sotto il profilo della semplificazione delle filiere e della capacità di promozione e di commercializzazione dei prodotti all’estero”. “Manca un reale coordinamento tra Enti ed Istituzioni – continua D’Antonio – e, soprattutto, la frammentazione del tessuto di aziende produttrici si avverte nel momento della contrattazione con le reti della grande distribuzione organizzata. E’ su questo versante che bisogna agire attraverso processi di incentivazione alle aggregazioni – come si sta facendo con i contratti di rete e le relative premialità fiscali – e con la promozione di azioni congiunte di marketing non solo per i prodotti, ma anche per i territori di origine delle produzioni”. “Resta, poi – rimarca ancora D’Antonio – aperta la partita per la spesa effettiva (e celere) dei fondi europei. Non sono più ammissibili ritardi o inadempienze perché il ciclo di programmazione 2014/2020 è probabilmente l’ultimo che riserva finanziamenti di così ampia dimensione alle regioni del Mezzogiorno. Sarebbe necessario attivare un processo di condivisione delle priorità tra pubblico e privato ancora più forte: è evidente che il settore primario non può continuare a recitare la parte del parente povero in un contesto economico dove, invece, resta l’unico comparto in grado di esprimere potenzialità importanti, in sinergia con settori trainanti per il Sud come le varie tipologie di turismo non ancora offerte al meglio sul mercato interno ed internazionale”.
*La scheda/Bio-Statistiche
(Sinab – Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica; www.sinab.it ).
I trend e le dinamiche di crescita del segmento dell’agricoltura biologica – sia a livello nazionale che nelle aree del Mezzogiorno – rappresentano ormai un riferimento consolidato. Gli ultimi dati consolidati disponibili – al 31 dicembre 2014, forniti al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali dagli Organismi di Controllo operanti in Italia sulla base delle elaborazioni del Sinab (Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica, www.sinab.it) – evidenziano che “in Italia gli operatori certificati sono 55.433 di cui: 42.546 produttori esclusivi; 6.524 preparatori esclusivi (comprese le aziende che effettuano attività di vendita al dettaglio); 6.104 che effettuano sia attività di produzione che di preparazione; 259 operatori che effettuano attività di importazione. Rispetto ai dati riferiti al 2013 si rileva un aumento complessivo del numero di operatori del 5,8%”. La superficie coltivata secondo il metodo biologico in Italia, “risulta pari a 1.387.912 ettari, con un aumento complessivo, rispetto all’anno precedente, superiore al 5,4 %”. In percentuale sul totale della superficie coltivata in Italia “il biologico arriva quindi ad interessare il 10,8% della Sau nazionale”, dato in crescita di circa un punto percentuale. I principali orientamenti produttivi sono i pascoli, il foraggio e i cereali. Segue, in ordine di estensione, la superficie investita ad olivicoltura.
Anche per le produzioni animali, distinte sulla base delle principali specie allevate, i dati configurano “un aumento consistente, in particolare per suini (+15,2%) e pollame (+13,9%); leggera flessione soltanto per bovini ed equini”.
Se si prendono in considerazione, invece, i consumi, “il mercato italiano del bio continua a crescere, confermando la dinamica positiva in atto ormai dal 2005”. I dati Panel Famiglie Ismea-Nielsen “rivelano che gli acquisti domestici di prodotti biologici confezionati (peso fisso) nella distribuzione moderna (iper e supermercati, discount e libero servizio) sono cresciuti in valore dell’11% nel 2014, un risultato in netta controtendenza rispetto al meno 0,2% dell’agroalimentare nel suo complesso”. Tale dinamica “dipende anche da una crescita dell’offerta a scaffale, con il numero di referenze che lo scorso anno ha registrato un incremento del 14%”. L’evoluzione delle vendite bio nel 2014 “è dipesa principalmente dai forti aumenti fatti registrare dai derivati dei cereali (+18,9%) e dagli ortaggi (+14,3%), soprattutto trasformati. Più contenuti gli incrementi per uova (+4,6%), lattiero caseari (+4,1%) e frutta (+1,4%), con il fresco però in contrazione”. Tra i principali prodotti bio, “si segnala il forte incremento rispetto al 2013 degli acquisti di pasta (+21%), con risultati altrettanto soddisfacenti (+8% circa in entrambi i casi) per oli di oliva extravergini e yogurt. Più contenuto (+5%) l’aumento per i succhi di frutta e per il latte fresco (+1,7%), cui si è contrapposto nello stesso segmento un calo del 5,2% per l’Uht”. I consumi di prodotti bio confezionati “restano concentrati su poche categorie: le prime tre (derivati dei cereali, ortofrutta fresca e trasformata, lattiero-caseari) coprono circa il 70% della spesa complessiva sostenuta dalle famiglie italiane presso la Gdo”.
Le prospettive – sempre secondo dati del Sinab – “restano orientate a un’ulteriore crescita nel 2015, con un probabile rafforzamento della tendenza (nel primo semestre si stima un 15-20% di aumento già acquisito rispetto allo stesso periodo del 2014), anche in considerazione di un tendenziale miglioramento del quadro economico generale e di un graduale recupero del potere d’acquisto delle famiglie”.

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Giuliano D'Antonio (Icea Campania)
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