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Salerno Economy XII.08 – 10.03.2023

La sfera privata ha preso il sopravvento su tutto il resto. Si sono - forse - perse per strada le ragioni dell’impegno che fu.

Tutti verso il “cambiamento”, ma è davvero così?

Autori importanti hanno già pensato e scritto che è stato molto più rapido e indolore azzerare i “sogni”, le prospettive, le aspirazioni, rifugiandosi, in fondo, in quello che nel frattempo siamo - arrogantemente - diventati.
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Mutamenti
E’ passato già del tempo, ormai. Né poco, né molto in verità. Ma molte previsioni, accettazioni, ipotesi, fino anche a determinati accenni di convinzioni - derivanti, probabilmente, anche dal periodo appena trascorso (pandemia, lockdown, ripresa tra strappi, bugie, attese eccetera) - appaiono adesso irrilevanti o fuori traccia. Mentre il mondo, bene o male, ha messo tutto da parte e ha ripreso, più o meno, a camminare, ci stiamo rendendo conto, solo adesso, di quanto (e come) siamo cambiati, fino a immaginare le stesse cose, ma, in realtà, a non inseguirle più come prima. Come se avessimo perso per strada, al momento senza eccessivi rimpianti, quella forza e quella determinazione che pure ci regalava l’idea che stavamo correndo per arrivare a quei pochi traguardi che avevamo messo nella lista delle cose che veramente contano.
E, invece, adesso è tutto così relativo, così collegato a quello che sembrava tanto lontano da noi. C’è stata - proviamo a ragionare anche per giustificarci - una profonda rivisitazione di paesaggi e percorsi che, alla fine, ha generato un mutamento, per così dire, esistenziale: è come se avessimo azzerato tutto il resto per provare a fare due conti con quello che resta. La sensazione è che il mondo sia ripartito così. Dopo esserci resi conto che ci eravamo davvero persi a inseguire cose che, abbiamo constatato, non sono così sostanziali, abbiamo piano piano ripreso i nostri percorsi. Senza più niente da rincorrere. Era, cioè, il momento di aggrapparsi a quelle due o tre cose nelle quali continuiamo, incredibilmente, a credere.
(continua)
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Presentato il 6° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale.

Giovani occupati? “Una rarità, -7,6% in dieci anni”

“Nei primi nove mesi del 2022 ogni giorno in media 8.500 italiani si sono dimessi: il 30,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2019, prima della pandemia. Nello stesso periodo, ogni giorno in media in 49.500 hanno iniziato un nuovo lavoro: il 6,2% in più rispetto al 2019”.
La ricerca di un’occupazione migliore “è la bussola che orienta le decisioni e i comportamenti”.
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Mobilità
“Un mercato del lavoro mobile e con sempre meno giovani. I lavoratori giovani in Italia sono diventati una rarità. Nel decennio 2012-2022 gli occupati 15-34enni sono diminuiti del 7,6% e quelli con 35-49 anni del 14,8%, mentre i 50-64enni sono aumentati del 40,8% e quelli con 65 anni e oltre del 68,9%. I lavoratori invecchiano e in futuro ce ne saranno sempre meno: si stima che nel 2040 le forze di lavoro nel complesso saranno diminuite dell’1,6%, come esito della radicale transizione demografica che il Paese sta vivendo”. È questo il quadro descritto dal 6° Rapporto Censis-Eudaimon sul tema del welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon (www.eudaimon.it) e con il contributo di Credem, Edison e Michelin.
Va detto che “nei primi nove mesi del 2022 ogni giorno in media 8.500 italiani si sono dimessi dal lavoro: il 30,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2019, prima della pandemia. Nello stesso periodo, ogni giorno in media 49.500 italiani hanno iniziato un nuovo lavoro: il 6,2% in più rispetto al 2019”. Sono questi i numeri “che fotografano un mercato del lavoro molto dinamico, in cui la ricerca di una occupazione migliore (che per i giovani significa meno precaria) è la bussola che orienta le decisioni e i comportamenti”.
Si delinea che “la fascia della precarietà è ancora ampia: complessivamente, il 21,3% dei lavoratori è occupato con forme contrattuali non standard (tempo determinato, part-time, collaborazioni). La percentuale oscilla dal 27,9% delle lavoratrici donne (rispetto al 16,5% degli uomini) al 39,3% dei lavoratori 15-34enni. Tra gli occupati giovani, la percentuale dei contratti non standard raggiunge il 46,3% tra le femmine, rispetto al 34,2% dei maschi. Il part-time involontario, con meno ore lavorate e quindi retribuzioni più basse, coinvolge il 10,3% dei lavoratori italiani: il 16,7% delle donne (rispetto al 5,7% degli uomini) e il 13,9% dei 15-34enni. Tra gli occupati giovani, la percentuale del part-time involontario raggiunge il 20,9% tra le femmine e si ferma al 9,0% tra i maschi. La precarietà è giovane e ancor più donna, e alimenta una parte significativa della mobilità nel mercato del lavoro”.
(Fonte: censis.it/01.03.2023)
(continua)
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A proposito del problema di individuare le città come infrastrutture complesse ed inclusive, che diventano entità a garanzia della partecipazione.

Oltre l’Agenda-Draghi, ma ricordiamo (bene) i suoi contenuti?

E, invece, ci allontaniamo dal percorso individuato senza sapere di quale politica economica parliamo e nascondendo il concetto di debito buono.

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Pasquale Persico
di Pasquale Persico

Il dibattito sull’Italia che verrà dipende dall’Europa che verrà, e quindi il vero tema è dimostrare di essere più capaci di Draghi di sostenere, prima di tutto, il profilo dell’integrazione tra le economie: il corollario è la capacità di fare nascere una vera e propria politica economica europea accanto ad una politica industriale - politiche che ancora non sono nate - e rispondere alle critiche forti di Albert Camus sull’Europa in ritardo culturale sui diritti universali da condividere e sullo slancio verso le altre culture a suo tempo colonizzate.
Ma abbiamo il dovere di riscoprire le parole di Draghi (luglio 2022) per capire quanta irresponsabilità vi è stata nella volontà generale di sciogliere le righe di un patto - per l’Italia e l’Europa - che, invece, richiedeva un approfondimento di alto livello, a partire dai nodi dell'immigrazione da legare al problema dello sviluppo, oltre quelli dell'umanità da misurare come civiltà minima. Ambiti di riferimento che oggi abbiamo difficoltà ad affrontare in piena contrapposizione ideologica e politica.
Le parole di Draghi sono state risolute e chiare al Senato: “Le richieste di ulteriore indebitamento si sono fatte più forti proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione sulla sostenibilità del debito. Il desiderio di andare avanti insieme si è progressivamente esaurito e con esso la capacità di agire con efficacia, con tempestività e lungimiranza nell’interesse del Paese. Non votare (o votare e poi rinnegare aggiungo io) la fiducia ad un governo di cui si fa parte, è un gesto politico chiaro, che ha un significato politico chiarissimo. Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che presto questo gesto chiunque può ripeterlo”.
(continua)
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La riflessione. “Piazza delle lavoratrici e dei lavoratori delle aziende tessili salernitane”.

La città, il Monopoli e la memoria storica (smemorata)

“Sarebbe stato possibile far salvi alcuni di quei capannoni (architettonicamente non proprio disprezzabili) facendone tracce di archeologia industriale e finalizzandoli a contenitori di documenti, fotografie e molto altro, quale primo nucleo di uno spazio museale?”.
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Berlino-Nuovo Museo
di Mariano Ragusa

Corso Impero, Viale Augusto, Parco della Vittoria, Viale dei Giardini... Come i toponimi immaginari del Monopoli, storico gioco da tavolo, così ne sta per spuntare un altro, calato però nella realtà viva della nostra città.
È “Piazza delle lavoratrici e dei lavoratori delle aziende tessili salernitane”. Questa, al momento, l’intitolazione valutata in seno alla commissione toponomastica del Comune per dare un nome allo spazio, segnato dalla rotatoria che incrocia via Clark, la litoranea e il cavalcavia che conduce agli svincoli per Tangenziale e Autostrade. Il nome vorrebbe avere un legame evocativo con il luogo. Quell’incrocio di strade e rotatoria lambisce l’area che ha accolto per decenni i capannoni dello storico stabilimento della Marzotto oggi scomparsi per far posto ad un parco residenziale con edifici simil-grattacielo.
Che c'entra il Monopoli con questa iniziativa? C'entra come una suggestione, il riflesso di un immaginario del passato, una metafora di un pezzo di storia che ha attraversato quel luogo.
Al tavolo del Monopoli si giocava imparando a fare gli imprenditori delle costruzioni, gli immobiliaristi, i capitani d'impresa proiettati alla conquista di posizioni di monopolio, appunto, nel mercato. Il gioco racconta qualcosa vicino alla nostra realtà? Con leggerezza la risposta è affermativa. Ma la suggestione finisce - per il momento - qui.
(continua)
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