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La globalizzazione rompe gli schemi tradizionali sulla pianificazione strategica di area vasta ed assegna alla città metropolitana un nuovo ruolo di moltiplicazione delle reti infrastrutturali, materiali (e non) anche oltre i confini metropolitani. L’Europa è obbligata a programmare nuove reti per soddisfare le esigenze di mobilità di persone, merci ed informazioni; queste componenti della mobilità chiedono di cambiare scala di governance, non più localistica ma capace di moltiplicare le economie di scala, di scopo e di diversità delle macro regioni europee. Sono le città capoluogo a doversi assume la soggettività politica di cucitura, rammendo e sarcitura del potenziale di area vasta, ripartendo da una nuova configurazione della mobilità, accesso ai diritti del welfare riconoscibile come strategico e sussidiario. La pianificazione non è più lineare, specie per i capoluoghi che devono essere protagonisti della idea nuova di città metropolitana, e dell’arcipelago di nuova urbanità diffuso. L’integrazione richiede approcci dove la componente di reazione al cambiamento è orientata al non fragile, ma ad una pianificazione strategica reattiva, resiliente e sostenibile. La nuova pianificazione dovrà emergere dal nuovo approccio, connesso alla transizione ecologica, e a quella energetica, coglie questa esigenza e prefigura la possibilità di integrare progetti sciogliendo definitivamente il nodo dell’integrazione tra settori; infrastrutture di mobilità via terra, infrastrutture di mobilità via mare e infrastrutture di mobilità via cielo devono stare in una visione di politica economica a spettro plurale.
In Europa la politica economica delle infrastrutture è poggiata sulle aree metropolitane che dovranno essere protagoniste della ristrutturazione dei temi dello sviluppo fino a prendersi la responsabilità dell’altra città, le aree esterne all’area metropolitana; queste sono le uniche che ancora assorbono CO2, proxy di tante altre variabili spia del ritardo di funzionalità della rete ecologica della macroarea. Le città sono anche esse infrastrutture complesse, hanno bisogno di reti multiple, e quelle ecologiche vanno molto oltre i confini dell’area metropolitana, o delle città capoluogo di provincia. La terza ecologia di cui bisognerà prendere nota ha urgente bisogno di essere efficace nei dialoghi che portano contratti di cooperazione tra aree metropolitane e territori altri, specie sui temi dei rischi multipli (terremoti, dissesti, sicurezza, e fragilità degli ecosistemi di biodiversità, etc…). Lo stesso ragionamento vale per molte altre reti: formazione, ricerca e beni culturali; ecco che l’Europa avrebbe bisogno di nuovi Stati nazionali capaci di perdere alcune competenze e guadagnare scala di governance su altre competenze (è il rompicapo di Draghi sui temi della nuova competitività).
La revisione delle competenze tra Stato, regioni ed Enti locali va inquadrato dentro uno schema multi scalare di politica economica territoriale dove le città hanno un ruolo-cerniera e le città metropolitane un ruolo-ponte nella moltiplicazione delle economie di scala, di scopo e di diversità. Nella nuova pianificazione strategica delle città metropolitane, i progetti sono nodi di reti? Essi utilizzano dialoghi di integrazione capaci di mischiare competenze e scale di progettazione fino a scogliere posizioni di rendita settoriale? Finalmente le città metropolitane potranno sviluppare progetti di città a governance di area vasta plurale? La pianificazione strategica introduce elementi di discontinuità che diventano nodi politici da sciogliere nella prospettiva di un cambiamento antropologico necessario? Le ragioni di un’appartenenza ad una Europa a civiltà plurale sono interpretate e rivisitate da cento città metropolitane e sono bastevoli? Come nuove protagoniste dello sviluppo di area vasta (oltre il confine delle città stesse) sapranno, le città capoluogo e quelle metropolitane, farsi carico del riposizionamento necessario del ruolo dell’altra città arcipelago, insediata sull’Appennino? Questa altra città arcipelago montano, che scorre da Nord a Sud e che ben interpreta culturalmente il paradigma “identità e diversità” come ricchezza storica dell’Italia e perché no dell’Europa che verrà, quando sarà ascoltata?
