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Il Punto di Arpocrate di Pasquale Persico/Il pensiero di Enrico Mattei. Italia, Europa e Eni in Africa.

Lapo Pistelli, direttore Public Affairs Eni, ha pubblicato di recente, un articolo nella rivista  Aspenia, dove vengono ribadite le ragioni della presenza dell’Italia, dell’Europa e dell’ENI in Africa. Egli afferma che “malgrado la dimensione dei problemi e delle fragilità dell’Africa – anzi, delle diverse Afriche – possa sembrare soverchiante, per l’Europa il rapporto con quel continente è scritto nel destino, nella geografia e nella demografia. E l’Italia ha buone carte da giocare – anche grazie all’esperienza e competenza di Eni – nella costruzione della partnership con l’Africa”. Egli sottolinea che “le contraddizioni politiche fra buone intenzioni e povertà dei risultati raggiunti fino a oggi devono indurre a prudenza e cautela; i numeri, la dimensione dei problemi, possono scoraggiare anche il più visionario dei decisori politici. E’ avvisato il lettore di queste regole del gioco, proviamoci comunque”.

“Nel 1950, l’Europa aveva un numero di abitanti doppio di quello dell’Africa; nei primi anni di questo secolo, le due popolazioni erano equivalenti; nel 2050 l’Africa avrà una popolazione tripla rispetto all’Europa, oltre 2 miliardi di persone. Tutto ciò è accaduto e accadrà in cento anni. Nel 2050 la Nigeria avrà circa 500 milioni di abitanti, un numero di persone largamente superiore a quello degli Stati Uniti. Europa e Africa sono inoltre ‘una casa di riposo affacciata su un giardino di infanzia’, per citare l’icastica definizione data da Emma Bonino, un continente che declina e invecchia davanti a un continente che cresce. Per dirla tutta, la nostra ‘casa di riposo’ è meno anziana di quanto sarebbe naturalmente grazie a un flusso costante di immigrazione che si è riversata negli ultimi 30 anni sul nostro continente (per i paesi con una tradizione coloniale anche prima). Proprio questo contingente di ‘nuovi europei’ ha fatto detonare più volte il dibattito politico: da un lato i fenomeni di paura, razzismo, xenofobia sono stati spesso sollecitati e poi cavalcati da una certa politica, trovando maggiore ascolto negli strati sociali più fragili economicamente e culturalmente, che si sono sentiti risucchiati in una guerra fra poveri; dall’altro il nostro modello economico e di welfare, per interi settori che condizionano i nostri consumi quotidiani e le nostre abitudini (i prodotti di agricoltura e allevamento, l’edilizia, l’industria pesante, il terziario alberghiero, i servizi domestici e la cura delle persone anziane), non potrebbe andare avanti un solo giorno senza questa presenza. Non mi riferisco dunque ai richiedenti asilo, alle persone sotto protezione speciale, ma proprio ai migranti economici”.

Per il dirigente dell’ENI, la fragilità africana è anzitutto politica; è la fragilità delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni. Serve – come si dice con termini eleganti – un grande investimento in capacity building, quel capitale umano che permette a un paese di progettare il proprio futuro e accedere ai finanziamenti delle banche multilaterali, di tenere in ordine e in trasparenza i conti pubblici e di costruire un sistema sanitario e scolastico adeguato e via esemplificando. Inutile dire che nel concetto di Africa/Afriche è implicito che non vi siano enormi differenze fra una regione e un’altra, fra un paese e il suo vicino.

Questo tipo di fragilità ha però per lungo tempo scoraggiato gli investimenti necessari, sia pubblici che privati. Finito il tempo della retorica politica, infatti, nessuna banca, nessun azionista si sente, oggi, veramente tranquillo quando deve scegliere questa destinazione per i propri capitali rispetto a mercati più strutturati e maturi. Così, fra punti interrogativi sulla trasparenza delle regole e la possibilità di protezione degli investimenti, e diti alzati sullo scarso rispetto dei diritti umani, lo spazio “occidentale” è  severamente ridimensionato a vantaggio dei nuovi protagonisti della scena mondiale: Cina anzitutto, ma anche Turchia, Russia e le diverse monarchie del Golfo.

Tutti questi argomenti sembrano ben introdurre il mio concetto di ripartenza con l’espressione  decolonizzazione sincera: questa decolonizzazione, come affermato in altre occasioni, deve riparare a tante altre azioni dell’Europa e dell’Italia in cui la sincerità delle azioni e la retorica erano in contrapposizione.

Allora, la mia proposta politica di ritornare in Val D’Agri per scoprire l’originario pensiero di Enrico Mattei dovrebbe mettere nuova luce su quello che il governo chiama Piano Mattei e l’articolo completo del dirigente ENI è un pensiero ispiratore per un cambio di paradigma assolutamente necessario. De-colonizzazione implica un riconoscimento delle nuove autonomie di quelle regioni che chiedono reciprocità sincera nel definire i temi dello sviluppo, in piena sintonia con l’affermazione l’Africa per l’Africa dell’originario Piano Mattei, quello del 1957. La  sostenibilità, local content, knowledge transfer fu intuitivamente la scelta di Mattei: privilegiare la creazione di valore di lungo termine rispetto al profitto di breve durata, offrire accordi di co-sviluppo e partnership rispetto al tradizionale pagamento di royalties in cambio della mano libera sulle risorse del paese ospitante.

E, quindi, esattamente il contrario di quanto avvenuto in Val D’Agri.

Ripartiamo insieme dalla sincerità dell’ENI?

 


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