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Il Punto di Arpocrate di Pasquale Persico/Il grido di Daniel Barenboim per un “nuovo umanesimo”.

E adesso? Si chiede Daniel Barenboim; ci arrendiamo a questa terribile violenza che pervade il mondo? Il suo pensiero ci aiuta a moltiplicare anche il nostro pensiero sulla ricerca di nuove possibilità. Del  resto  i musicisti della sua The West-Eastern Divan Orchestra and the Barenboim-Said Akademie, pur essendo emotivamente coinvolti, non rinunceranno alla strada maestra della cultura del limite e dell’incontro; essi desiderano offrire un’altra prospettiva a coloro che sono attratti dallo scontro definitivo; la sofferenza di persone innocenti, da entrambi le parti in guerra, è insopportabile e ci porta indietro nella storia. Due popoli, come altri popoli, che hanno conosciuto secoli di sofferenze e di persecuzione trovano mille giustificazioni nella vendetta. Per Daniel Barenboim, può sembrare poco che musicisti arabi ed israeliani condividano podio e pensieri ad ogni concerto, ma in realtà è solo un passo da reiterare sempre. Nel libro a sei mani già citato altre volte, “Il sogno di una civiltà plurale” (di Amedeo Trezza, Pasquale Persico  e Maria Cristina Treu), nella quarta di copertina, si presenta la metodologia di Barenbboim  moltiplicata all’ennesima  potenza; nella “Partitura di Asolo” (di Hermann Nitsch) viene esplicitata l’energia del flusso necessario a generare la rivoluzione culturale; il pensiero e l’azione (necessari) prevedono  l’entrata in campo di un coro di bambini che eseguono canzoni infantili, un coro di fanciulli per canti mariani, un coro misto per canti di primavera, un altro coro misto per canti luterani, un coro parlato,  per non escludere nessuno, recita di continuo l’Ave Maria, un’orchestra di fiati suona landler, un’altra orchestra di fiati suona le marce dei pompieri, ed ancora un’orchestra di fiati suona canti popolari di tutto il mondo, un coro misto alterna canti culturali ebraici, poi, luddisti, poi induisti, ma anche islamici e di opere liriche, un’orchestra di 60 flauti di musicisti (da tutto il mondo) esegue lunghi suoni, alternati ad altre orchestre di 10 clarinetti, 65 corni, e si continua…

Il coro include l’inverosimile per introdurre il tema della complessità da vivere come nuova condizione aperta. Il libro appena citato introduce la città bastevole come ricerca di un limite comportamentale, filosofico, per non perdere, come umanità, la possibilità di avere un futuro nella storia che verrà. Questa moltiplicazione della nostra inquietudine deve stimolare la ricerca da  fare per passare dalla prima modernità dell’umanesimo che ci ha fatto crescere, alla seconda modernità dell’umanesimo che ancora non conosciamo, ma che ci serve per camminare , ipotizzando di saper volare lungo strade che portano a costruire città “Cosmopolis” (Stephen Toulmin, ed. italiana 2022); si tratta di  coprire il divario culturale e scientifico, per operare in una direzione plurale, complessa e  transdisciplinare. Torna il concetto di Michel Serres: siamo pieni di incolti che sono diventati solo istruiti e di sapienti che non sanno come operare.

Le guerre moltiplicate a pezzettini, appartengono ad una globalità che ci sfugge e non riusciamo a sviluppare un buon senso, che sappia, poi, aiutarci a pensare ed agire nella complessità che ci circonda. Una nuova umanità, nel libro citato, è definita come inizio di una quinta urbanità da esplorare con lo sguardo sulla cura dell’altro, dove l’altro non è solo identificabile nella specie umana. La transizione climatica, quella ambientale, quella energetica e quella della reciprocità istituzionale devono trovare una eco-antropo-geo-politica fatta di mille laboratori membrana, capaci di entrare nella mente e nei comportamenti degli uomini di pace.

I  nuovi   costruttori di città-cosmopolis a largo spettro devono impersonare un esercito, con una saggezza del limite oggi non coltivata, né praticata (vedi anche Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, “Umanizzare la modernità”, Raffaello Cortina Editore) .

Da dove ripartire allora? La grande crisi morale che ci avvolge, e ci spinge verso una malinconia civile immobilizzante, non deve farci dimenticare di appartenere alla storia e che, per entrare nella storia e nel nuovo mondo desiderabile, dobbiamo investire in consapevolezza del sacro, come rapporto con gli altri esseri viventi, non solo la specie Homo sapiens. Questa nuova consapevolezza ci spingerà ad indagare sul nostro tempo e sul nostro spazio, fino  a percepire il nostro contesto di appartenenza, per poi desiderare una città in evoluzione, verso la quinta urbanità.

 


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