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I sentimenti positivi non sono frutto del caso. Gli scienziati delle neuroscienze ci suggeriscono di governarli, ma anche gli antichi greci insegnavano il come fare. Governare le azioni individuali e collettive per raggiungere le situazioni di benessere? Indirizzare le azioni di governance per generare la felicità degli altri? Ascoltare il Papa su come fare terminare le guerre e le esclusioni degli ultimi? Quelli che potrebbero essere definiti spazi di intervento stanno diventando spazi astratti? L’origine della parola governo può risalire alla radice kabarna, timone, cioè una modalità con cui si indirizzano le rotte, mentre questa parola a cui noi stiamo facendo riferimento, come processo complesso, inizia a diventare un parola lontana, non percepita e spesso sostituita dalla parola governance, anch’essa in svuotamento di efficacia. La capacità dello Stato di prendere decisioni necessarie e bastevoli è diventata una propensione debole, insufficiente.
Il recente disastro di Ischia ci fa allargare il ragionamento alla crisi energetica, alle guerre, alle esclusioni dal vaccino Covid19 e a tanti altri argomenti sulle diseguaglianze. Il concetto di buon governo diventa astratto e le mille voci che appaiono nei nuovi media ci allontanano dalla prospettiva del fare e si cerca l’adesso nelle più svariate forme di consumo o di appropriazione dello spazio. L’umanità insegue le soluzioni individuali, tutte lontane dal dare significato alle parole governance e governare. Ognuno di noi sembra voler diventare isola, e, non a caso, il numero dei cosiddetti singoli è in forte aumento in tutto il mondo. Bisogna, però, trovare il coraggio della ripartenza ed allontanare la credenza antistorica che non ci sono istituzioni credibili.
Ricominciare a contare le comunità di progetto morale, cioè utile agli altri, è un buon metodo per ridare valore alle nuove parole della risorgenza propositiva.
