GLOCAL di Ernesto Pappalardo »
Si ha sempre la sensazione – alla fine di un’epoca – che non stia accadendo nulla, che tutto, ogni cosa, continui ad andare avanti, magari peggiorando di giorno in giorno, ma rimanendo all’interno di un chiaro contesto socio/economico e politico, declinante va bene (forse), ma sempre nettamente identificabile. In altre parole, la forza di una narrazione particolarmente diffusa e dominante, in qualche modo “ufficiale” (quasi istituzionale perché identificata e identificabile), permane nel descrivere le azioni e i “risultati” – oltre che le guerre, i dissidi e i conflitti con vincitori e vinti – facendo riferimento a variabili “sempre” identiche. Ma è proprio così? E’ veramente inesistente il cambiamento che, invece, tante volte ha pervaso la storia reale senza che fosse possibile appurarne, direttamente, la sua supremazia? Quante cose – capiremo con ritardi effettivi decennali o ventennali e trentennali – sono, in realtà, già entrate negli archivi condivisi, pubblici e privati e stanno segnando una nuova rotta che prenderà meglio forma, progressivamente, nel tempo breve o più strutturalmente esteso? Sarà un tempo realmente nostro o, invece, di quanti prenderanno definitivamente il nostro posto: giovani, ragazzi, bambini?
Questa riflessione va fatta, anche con una certa superficialità, perché è davvero difficile immaginare quale piega prenderanno gli eventi – che si stanno aggregando in maniera così intensa da qualche anno a questa parte – anche se sono in molti a intravedere una vera e propria cesura temporale nella surreale vicenda della pandemia. E’ lì che, in effetti, ha preso forma il vero e proprio “taglio” della storia, che ci ha messo tutti quanti in “castigo” a vagare per le nostre case, fermando larga parte del mondo e delle cose, facendoci riflettere su quello che siamo, intanto, diventati, senza più troppe finzioni.
Ma, pur di fronte a questo miracolo – la presa di coscienza (più o meno) dell’inutilità collettiva rispetto a poche e ancora fondate variabili sostanziali – alla fine, hanno vinto le “bugie” nel nome dell’“interesse generale” e noi siamo rimasti quelli di prima. O forse no, peggio di prima. Perché abbiamo scelto la rimozione coatta di tutto quello che non solo ci è capitato di vivere nei mesi “forti” dell’epidemia, ma anche di quello che abbiamo pensato, inseguito, rincorso e non trovato.
Abbiamo semplicemente fatto un passo indietro per ritornare esattamente dove eravamo.
Abbiamo, cioè, riacquistato tutto quello che pensavamo di avere perso, come se avessimo scelto di dire: è tutto a posto, tutto va come deve andare, non è successo, in fondo, niente.
Peccato che scegliere di andare contro il tempo è sempre un vincolo perdente.
Ma non importa: basta credere che non sia così, che tutto funziona.
In fondo, chi sceglierà, invece, di raccontarci con fermezza e coerenza il contrario?
Ernesto Pappalardo

E, poi, non cambiò nulla . . .
