GLOCAL di Ernesto Pappalardo »
“Ognuno ha un suo luogo, un paesaggio che si porta dentro come un’immagine impressa in una memoria più profonda di quella dei ricordi. Questo luogo è preciso, e ogni particolare vi assume un valore ed un senso inconfondibile”. Queste righe di Raffaele La Capria – lette qualche giorno fa in “Ciao Raffaele. I cento anni di La Capria. Ricordi e racconti d’autore”, Novanta-Venti, la Repubblica) – ci aiutano a ricostruire la parte sostanziale di ciascuno di noi, quasi sempre alla ricerca non tanto del tempo perduto, ma più semplicemente di quello che siamo stati, per provare a capire cosa, in realtà, siamo, poi, diventati. “Sono queste le immagini madri – spiega La Capria – che fanno parte della memoria immaginativa, quella particolare memoria che è parte essenziale della creatività e dell’ispirazione dello scrittore”. Ma quasi sempre, lo scrittore “non riesce a risalire all’immagine prima che generò tutte le altre”. E La Capria aggiunge: “(…) Io ci sono riuscito. La mia immagine prima è nata in un palazzo che sorge sul mare di Posillipo, ed è il geroglifico disegnato sulla parete bianca della mia stanza dalla luce filtrante dalle imposte delle finestra, quel geroglifico tremante che mi annunciava – là fuori – la bella giornata”.
La ricerca del paesaggio, del luogo dominante che portiamo dentro, resta per molti di noi un infinito senza approdo, in tanti non hanno davanti a sé nessun itinerario da rincorrere, da abbracciare, da osservare. E nemmeno sono apparentemente consapevoli di questa prospettiva, che, invece, è ben delineata per tutti quanti. Senza eccezione. Soltanto che se non si ha coscienza del “problema”, non si tenta affatto di affrontarlo. Non per “risolverlo” (è impossibile), ma soltanto per avere più chiara l’immagine di quello che, in realtà, rappresentiamo agli occhi degli altri o, più strutturalmente, di noi stessi.
Avere bene in mente la foto, il quadro, la figura, l’immagine, la casa, la persona che prende posto nel nostro ricordo “primordiale”, apre le porte a comprendere bene – senza la fretta dell’auto/racconto – che cosa volevamo essere o siamo stati, o siamo diventati. Oppure a capire perché non è accaduto, nelle nostre vite, quello che tante volte abbiamo immaginato, inseguito, forse sognato o più semplicemente auspicato.
E’, insomma, una chiave magica che non ha aperto nessuna porta o, al contrario, ha aperto proprio quella svolta, ha spinto, in fondo, tutte le sorprese di quel cambiamento che, pure, all’inizio, ci era parso impossibile, inattuabile.
Ognuno ha in testa, sebbene continui a negarlo a se stesso e a tutto il resto del mondo, il momento che non c’è mai stato o che – invece – si è verificato, portando, poi, a tutto quello che avevamo in mente noi, per diventare qualcuno o qualcosa di quel racconto che avevamo, in silenzio, immaginato.
A volte, ancora compare una scala un po’ stretta, che arrivava a una porta con i vetri come un balcone. Affacciata su una piazza e sul mare incantato di inverno che faceva quasi sempre ascoltare le onde. Io che salivo, bambino, cercando di non cadere, perché mi aspettava qualcuno per abbracciarmi. Poi, il ricordo si ferma.
Ma, in silenzio, in fondo, continua senza fermarsi e racconta, la bella giornata.
Ernesto Pappalardo

Raffaele La Capria
