GLOCAL di Ernesto Pappalardo »
Scomodare il riferimento al “giansenismo” per individuare tutti coloro che possono interpretare la “giusta missione politica” in questo momento a dir poco complesso, sulla base di valori indiscutibili (rigorismo morale prima di ogni cosa), per tenere sempre vive le Istituzioni fondanti, apre più che un dibattito, una riflessione che vale la pena indirizzare su questo movimento “teologico, religioso e politico” di grande interesse storico e culturale. In premessa va ricordato l’origine del nome attribuito a questa tendenza filosofica che influenzò non poco l’evolversi della storia religiosa. Il giansenismo deriva da Giansenio (Cornelius Otto Jansen, 1585-1638), “teologo olandese, il cui trattato Augustinus, uscito postumo, fu condannato con un decreto dell’Inquisizione nel 1641, quindi da Urbano VIII (1642) e da Innocenzo X”. In particolare, la bolla “Cum occasione”, (1653), riteneva “ereticali le sue posizioni sulla grazia e sul libero arbitrio, sul peccato universale e sulla redenzione”, (https://www.treccani.it/enciclopedia/giansenismo/).
Se proviamo a scendere, per quanto possibile, nel dettaglio dei principi di questo movimento, ci appare chiaro che Giansenio enfatizzava la riflessione agostiniana dedicata all’impossibilità per l’uomo – dopo il peccato originale – di compiere il bene ricorrendo solo alle sue forze. Il punto centrale è il rapporto tra la “salvezza” e la “grazia”, concessa da Dio e “senza la quale l’uomo non sarebbe in grado di avere neppure il movimento iniziale verso il bene”, (Treccani). Ma il riferimento più importante sul quale riflettere è un altro: “All’uomo peccatore Dio non è tenuto, in giustizia, a concedere la grazia: questa è data soltanto a coloro che Dio, nella sua volontà imperscrutabile, ha predestinato, indipendentemente e prima di ogni previsione dei meriti. Tale predestinazione non è concessa neppure a tutti i battezzati, ma soltanto a coloro che Dio ha scelto particolarmente”, (Treccani). In estrema sintesi: “Senza la grazia, l’uomo non può volere e fare altro che male; con essa, invece, non può volere e fare altro che bene”, (op. cit.).
Il riferimento costante alla “predestinazione” predispone a prendere in considerazione il “calvinismo”, ma non è questo l’argomento in questione. Il punto principale resta il rigorismo morale, che, in questi anni di pieno allontanamento di quasi ogni forma di esercizio politico dal rispetto dei valori principali, nei fatti (non nelle parole), ha determinato il deserto dei “buoni propositi”.
E, quindi, ritornando al punto di partenza, la scelta preliminare e preventiva di “concedere la grazia”, senza la “previsione dei meriti”, prende la forma, in termini a noi contemporanei, dei passaggi ai quali la “politica” (o meglio, di quanto ne resta, a guardare come si vanno sviluppando le cose) si è andata inconsapevolmente sottoponendo. Come? In qualche modo chiedendo – senza valutare bene fino a che punto stava abdicando – l’intervento “salvifico” del presidente della Repubblica, che, pur senza previsione dei nuovi meriti (auspicabili, ma non del tutto prevedibili), ha “predestinato” alla guida del governo – e, quindi, del Paese – Mario Draghi, traghettatore di ciò che resta verso il porto sicuro (?) dell’Europa.
Giansenio, eretico secondo la Chiesa di Roma, in realtà pone la questione sugli uomini nuovi, ben consapevoli che da soli non raggiungeranno la “salvezza”, e che insieme con gli altri possono, invece, farcela. E forse, a questo punto, proprio nella predestinazione occorre fino in fondo credere, per non allontanarci ancora di più da quel traguardo che non possiamo, come Paese, fallire.
Ernesto Pappalardo

Sant'Agostino e l'Augustinus
