GLOCAL di Ernesto Pappalardo »
L’osservazione, l’analisi, la ricostruzione degli eventi – meglio ancora se questa tipologia di approccio gestionale alla realtà prova ad entrare nel merito dei micro/eventi – restano le diverse articolazioni “operative” che ci consentono di “catalogare” in maniera costante e vigile il “flusso” inestinguibile di fatti, in rapida successione. Quando gli studiosi di storia si sono maggiormente “incanalati” verso ricostruzioni, per così dire, non soltanto legate ai grandi avvenimenti – e cioè a categorie di accadimenti connessi a personalità protagoniste di intere epoche o, comunque, identificate come di assoluto rilievo – ha avuto inizio una nuova “narrazione” che ha preso in esame il cosiddetto “contesto”. E cioè dai “protagonisti”, dagli “attori” rilevanti che compivano le gesta per secoli trasmesse – in varie forme, anche perché proprio il modo di erogare la “narrazione” di fatto identifica il “contesto” – si è passati agli “scenari”, al “racconto”, in qualche modo, di tutto quello che girava e gira esattamente intorno ai “protagonisti”. Diventava, quindi, molto più interessante cogliere, nel suo complesso, l’evoluzione – in senso temporale, sia chiaro – di quanto accaduto (o accadente) rispetto alla “semplice” descrizione di fatti compiuti dai principali protagonisti. Il “resto” della popolazione – considerato rilevantemente il “pubblico” dell’opera recitata dai protagonisti – ha potuto, quindi, rivelare (oltre che rivelarsi) il carattere maggiormente diffuso di un’epoca, fino a mostrare i segni distintivi del percorso storico preso in considerazione.
Se applicassimo queste considerazioni al contesto di questi mesi (e ultimi anni), ci ritroveremmo velocemente al centro della confusione generale che domina – e continuerà a dominare – giornate certamente difficili e complesse, ma fortemente gravate da incompetenze, protagonismi, interessi (soprattutto interessi dominanti).
La sensazione – approcciarsi ai fatti è, ovviamente, molto complicato – è che siamo nel pieno di uno “scontro”, almeno questo aspetto è più nettamente visibile di tanti altri, strutturato sulla base di dinamiche economiche che stanno arrivando (o sono già arrivate) a snodi centrali, rispetto a quanto accadrà nei prossimi anni. Mentre intravediamo il disegno che si avvia a delineare “come saremo”, “che cosa faremo”, ci rendiamo conto che sono in corso i lavori di “recinzione” delle singole parti del mondo che hanno intenzione, naturalmente, non solo di acquisire maggiore potere e competenze, ma (anche) di vivere meglio, per quanto possibile, degli altri. La forza, la predominanza un tempo definita bellica, è senza dubbio importante – molto importante – ma la partita in corso non trascura nulla: tutto è conquistabile e va conquistato.
E in questo processo si alternano momenti di distensione e di affidamento a trattati, statuti, accordi, ma sempre evidenziando il potere e la forza effettivi che ogni Stato – o aggregato di Stati – è oggi in grado di mettere in campo.
E’ in questo contesto che dobbiamo confrontarci, forti di che cosa? Della cultura della “sopravvivenza”, quella forma, cioè, di intelligenza che ci consente – dopo diversi secoli di storia – di ricordare, sempre, le cose che siamo realmente in grado di fare, di mettere in campo, convincendo gli altri, “alleandoci” con gli altri e riuscendo a trovare un punto sostanziale di incontro.
Dire queste cose – così elementari e banali, sia chiaro – è soltanto il segno estremo di come il momento sia complicato e difficile. Ma non c’è altro da fare. Al di là di “ottimismi” e di speranze, che, però, non spostano di una virgola il grande problema di avviarci con un po’ più di concretezza verso il prossimo decennio così denso di cose che accadranno (o non accadranno).
Ernesto Pappalardo

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