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di Pasquale Persico
Nel 1854 Il grande capo bianco propone al grande capo indiano Seattle di costruire la sua nuova città in una grande area vasta, una smart city desiderata in termini di adeguatezza al nuovo tempo. Il capo indiano fornisce una risposta articolata la cui sintesi è illuminante per un giudizio sul tema infrastrutture del Recovey Fund. “La vista della vostra città desiderata fa male agli occhi dell’uomo rosso; ciò può dipendere dal fatto che l’uomo rosso è un selvaggio e non comprende; ma l’uomo bianco, quando prende un territorio, lo vede uguale a molti altri e quando arriva la notte prende tutto quello che serve; il suo appetito lascia relitti accanto al deserto”. Questa premessa ci consente di dare un giudizio sul dibattito aperto a proposito della fattibilità dei progetti che faranno parte del Next Generation Ue. Essi, nelle diverse proposizioni programmatiche di Draghi e dei ministri chiave coinvolti, forse, perché siamo in piena pandemia, vengono presentati come pillole polivalenti cioè capaci di curare più mali. Il ministro delle infrastrutture ha voluto, addirittura, cambiare il nome al ministero per rendere esplicita questa ambizione (Ministero per le infrastrutture e la mobilità sostenibile). Il bene infrastruttura per lui e per l’Europa deve avere una polivalenza esplicita valutata in base alla sua capacità di procurare effetti massimi, garantire una completezza del suo ciclo vitale, avere una valutazione di impatto ambientale favorevole, possedere un resilienza al rischio, perfino quello catastrofico naturale (clima), esprimere un valenza sociale riconoscibile e, infine, sprigionare un robusta visione in termini di governance interistituzionale.
I progetti prescelti devono avere un potenziale di azione, di movimento, di disinvoltura sia in ingresso che in uscita, per potere essere inseriti di volta in volta in diversi contesti territoriali. I progetti come generatori sempre più efficienti di strategie risolutive (capacità di problem solving a prescindere, direbbe Totò).
Ma con uno sguardo più attento siamo chiamati a chiederci: il capitale intelligente, che di solito è il protagonista dello sviluppo desiderato, come potrebbe riconoscere il dove investire una volta avuta l’informazione che il Recovery Fund è stato approvato?
La domanda – per non avere la stessa risposta del capo indiano – dovrebbe essere poggiata sul fatto che la nuova infrastruttura ha reso conveniente la localizzazione dell’investimento da fare, sia esso quello dell’abitare che quello della nuova intrapresa.
A molti, però, non è sfuggito che nel dibattito sulle infrastrutture non sono apparsi mai i temi delle città metropolitane ma nemmeno i temi dell’altra città fatta di paesaggi non urbanizzati; nonostante che le principali città metropolitane italiane stiano per affrontare una nuova competizione elettorale che dovrà mettere in evidenza il loro ruolo di infrastruttura sociale complessa, aperta all’inclusione e all’occupazione.
La memoria della politica ha dimenticato la crisi della città per effetto della globalizzazione e della presenza del capitale ignorante, quello a cui ha fatto riferimento il capo indiano quasi due secoli fa?
Anche Letta – che con Bersani nel 2004 volle fare un giro esplorativo nei territori dell’Italia industriale – ha saltato il tema città ed altra città come strumento di ricomposizione dei mille paesaggi dell’Italia competitiva poggiata sul potenziale manifatturiero e artigianale esistente.
La considerazione apre uno scenario di riflessione da fare proprio sul tema degli investimenti nell’infrastruttura complessa, che deve essere connessa al cosiddetto debito buono, evitando di aggiungere prossimi relitti sul territorio del futuro.
Un recente saggio del filosofo Roberto Esposito ci ricorda la necessità di investire ancora per rinnovare il patto tra istituzioni e modelli di vita, (“Istituzione” è il titolo del saggio scritto per Il Mulino). La vitalità generatrice delle popolazioni, a partire dalla componente giovanile, rimane come capacità di rinnovare le istituzioni per rinnovarle e portare i desideri delle popolazioni verso nuovi obiettivi di civiltà (contemporanee e plurali, aggiungerei pensando all’Europa).
Il tessuto delle città e dei piccoli comuni rimane una infrastruttura complessa ma ancora vitale e una valutazione della obsolescenza del capitale infrastruttura può essere fatta solo se è stata fatta uno scenario strategico di riposizionamento.
E’ evidente che da oltre tre decenni il tema della pianificazione territoriale ha subito un periodo oscuro e che dopo i primi piani strategici di successo le città e le aree metropolitane hanno subito metamorfosi non raccontabili come investimenti complementari, ma è anche vero che il problema esiste e, sebbene segnalato come priorità programmata, non è all’ordine del giorno del Recovry Fund.
L’Europa per la prima volta si indebita per un programma di spesa comune, che intreccia i temi di una nuova solidarietà da sviluppare, in piena pandemia ed è, quindi, costretta a decidere in base a parametri di più breve prospettiva.
Questo non implica che i singoli Paesi non possano connettere questa nuova spesa nella direzione strutturale e non solo congiunturale. Ecco, allora, la critica poggiata sulle intuizioni del filosofo: come è possibile continuare a credere di dovere attaccare le istituzioni quando proprio la pandemia avrebbe dovuto allontanare l’idea che le istituzioni hanno bisogno di essere commissariate?
L’idea che le riforme siano più importanti degli investimenti in infrastrutture bricolage deve essere rivitalizzata, perché è illusorio parlare di efficacia degli investimenti in assenza di un quadro di pianificazione strategica in cui le istituzioni svolgano un ruolo decisivo nei processi di governance interistituzionale.
La voce delle città e delle reti di città minori sono due lati di un’unica figura da rigenerare, pertanto la città intesa come infrastruttura sociale complessa deve essere nuovamente riposizionata utilizzando il concetto di sequenza di investimenti progetti-investimenti complementari nella visione strategica di area vasta e non solo come visione valutazione di effetti multipli del singolo progetto.
L’immagine del Recovery Plan appare ancora un non tessuto utile al rammendo da fare, c’è troppo paesaggio lavorato dall’uomo che rischia di essere non valutato come potenziale, e non parlo delle sole aree interne; il concetto di città come infrastruttura-istituzione complessa è ancora utile per la pianificazione strategica. Questa oggi per diverse ragioni non è in campo ed il buon uso del nuovo debito può essere visto come esclusivo strumento necessario ad uscire dalla pandemia e a stabilizzare le istituzioni chiave a diversi livelli; in questa direzione anche le critiche devono tenere alto, investendo in nuova concordia necessaria al buon governo potenziale.

Pasquale Persico
