GLOCAL di Ernesto Pappalardo »
Il contesto che si va delineando in questi giorni dal punto di vista economico è senza dubbio complesso e difficile. I numeri parlano con estrema chiarezza e disegnano il confine di una situazione che è destinata ad avere evoluzioni legate sostanzialmente non solo alla rapidità dei processi di accompagnamento finanziario dei soggetti a rischio, ma all’effettiva capacità di risposta alla domanda reale – in larga parte in via di ulteriore e sedimentata formazione – proveniente dalla base produttiva. In altre parole, si avverte, da vari punti di vista, la presenza di dinamiche radicate nei diversi bacini geografici (e di produzione) che “realizzano” risposte alla variabile domanda di mercato (troppo spesso in via di “evaporazione”) in base alla concreta capacità che hanno conservato o meno. Una domanda che, naturalmente, ha subito e “mantiene” variazioni importanti, che nel giro di ulteriore poco tempo occorrerà verificare per comprendere con maggiore certezza di dati a quali trend si aggancia. Insomma, siamo di fronte ad una serie di stravolgimenti che hanno bisogno di interventi di media e lunga durata con un largo e prevalente impiego di risorse pubbliche che – è presumibile – non abbiano alcuna capacità di ritorno.
Questi parametri interpretativi sono applicabili a sostanziali attività di impresa e trovano uno dei canali maggiormente validi per comprendere l’effettiva risposta del mercato nella filiera distributiva (alimentare a parte). Basta dare uno sguardo, per esempio, ai dati dell’Ufficio Studi Confcommercio per tirare le somme di un quadro complessivo molto complicato. Stiamo parlando di “quasi 270 mila imprese del commercio e dei servizi che rischiano la chiusura definitiva se le condizioni economiche non dovessero migliorare rapidamente, con una riapertura piena ad ottobre”. A conti fatti “su un totale di oltre 2,7 milioni di imprese del commercio al dettaglio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, quasi il 10% è soggetto ad una potenziale chiusura definitiva”.
I settori più in difficoltà? “Ambulanti, negozi di abbigliamento, alberghi, bar e ristoranti e imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona”. Già ben evidente dove si registrano “in assoluto, le perdite più consistenti”: “tra le professioni (-49 mila attività) e la ristorazione (- 45 mila imprese)”. Come pure la dimensione aziendale che paga il maggiore costo di quanto si sta verificando: “il segmento più colpito sarebbe quello delle micro imprese – con 1 solo addetto e senza dipendenti – per le quali basterebbe solo una riduzione del 10% dei ricavi per determinarne la cessazione dell’attività” .
È del tutto evidente, quindi, che gli interventi di carattere finanziario, a sostegno delle varie tipologie di imprese produttive, assumono valore preminente, ma è altrettanto chiaro che ci troviamo di fronte a una prospettiva che richiede capacità programmatoria abbinata con un’attenta valutazione dei rischi legati principalmente alla nuova conformazione del mercato.
La difficile situazione ha già determinato una diversa “scansione” da parte dei consumatori del valore effettivo degli acquisti e della scelta degli interlocutori commerciali. È su questo terreno che si valuteranno già a breve le evoluzioni che questa crisi ha – di fatto – ampiamente determinato.
Ernesto Pappalardo
direttore@salernoeconomy.it

Disorientamento
