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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

Le prospettive di crescita della filiera agroalimentare in provincia di Salerno.
“Un patto tra buoni per combattere il caporalato”
Pugliese (Conad): “E’ venuto il momento di scegliersi in base a valori condivisi ed irrinunciabili. Solo così possiamo sconfiggere lo sfruttamento nelle campagne ed incentivare produzioni ambientalmente sostenibili”.

“Le imprese devono fare fino in fondo la propria parte, ma lo Stato deve presidiare il territorio e fare rispettare le leggi e i diritti delle persone”. Francesco Pugliese, amministratore delegato di Conad, tira le somme della tappa salernitana del grande viaggio attraverso le filiere produttive organizzato dalla catena di distribuzione di cui guida la governance operativa. E non usa giri di parole rispetto al grave problema del caporalato e delle nuove forme di schiavitù nei campi. Un’emergenza che attraversa la provincia di Salerno e intere aree del Sud fino a perimetrare zone di degrado e di vessazione balzate più di una volta agli “onori” della cronaca nazionale.

Come si può incidere su questa piaga in termini effettivi e mettendo da parte le sterili declamazioni di principio?

“Noi siamo molto attenti su questo fronte. Da 14 anni abbiamo introdotto sistemi di capitolato nella fase di acquisto dei prodotti destinati alla vendita nelle strutture con la nostra insegna che escludono la manodopera in nero o minorile. Facciamo meticolosi e capillari controlli per verificare la qualità di ciò che compriamo. Investiamo quasi 7 milioni di euro per le verifiche ispettive nelle imprese nostre fornitrici e nei campi. Abbiamo comminato molte penali perché il prodotto che ci consegnavano non era in linea con gli standard  richiesti. Ma mi sono sempre chiesto come sia stato possibile che solo in rarissimi casi siamo riusciti ad individuare casi di sfruttamento della manodopera o di utilizzo di manodopera in nero. Il problema dell’elusione dei controlli è centrale. Eppure, come nel caso della scandalosa e vergognosa baraccopoli di Foggia, queste situazioni sono sotto gli occhi di tutti”.

Già, com’è possibile?

“Le imprese devono fare quello che stanno facendo, anche in maniera ancora più accentuata, ma c’è bisogno di uno Stato che deve controllare. Il presidio del territorio è di competenza delle forze di polizia non delle imprese. Lo Stato deve controllare ogni minima parte di territorio”.

Non mancano altre problematiche che minano la sana competizione tra imprese e riversano effetti molto negativi sulle dinamiche all’interno della filiera agroalimentare . . .

“Esiste indubbiamente un problema di corrette relazioni tra produttori, trasformatori, distributori e consumatori. Bisogna capire esattamente che cosa conferisce valore complessivo a quello che vendiamo. Non bisogna badare solamente alla costruzione della catena del valore o alla crescita del profitto. Quando si ragiona di filiera dell’alimentazione è in gioco il cuore dell’economia e del lavoro italiano. Occorre, quindi, aumentare il livello di consapevolezza delle responsabilità di cui si è investiti”.

Può entrare più nel merito?

“Dico subito che è necessario fare chiarezza. Nella nostra filiera, ma anche nelle altre, si tende a non rimanere con il cerino acceso in mano. Si tenta sempre di passarlo ad un altro componente della catena produttiva. E, invece, se ci sono cose che non funzionano, ci si dovrebbe interrogare sulle responsabilità collettive che ci sono in ogni caso. In altre parole: non si può dare la colpa soltanto ad un pezzo della filiera perché è tutta la filiera che risente di comportamenti censurabili e scorretti anche di una sola sua componente. Bisogna, quindi, distinguere, sia nella produzione che nella trasformazione e distribuzione, tra operatori onesti e disonesti. Il tema è che gli onesti sono di più dei disonesti e commettono un errore: generalizzare ogni volta fa male agli onesti, non fa male ai disonesti che ne approfittano perché non si riesce più a distinguere dov’è il bene e dov’è il male”.

E come se ne può venire fuori?

“Per quanto riguarda la distribuzione dico da tempo che c’è bisogno di dire con chiarezza chi sono i buoni e chi sono i cattivi. I buoni sono quelle imprese che tengono prioritariamente conto di  fattori come la sostenibilità del lavoro e del prodotto; la ricerca della qualità; la giusta remunerazione dell’agricoltore oltre che dell’industriale. La soluzione che a mio avviso è più praticabile è un patto tra buoni che di per sé isoli e penalizzi i cattivi. Le aste al doppio e al triplo ribasso hanno un nome e cognome, non si può sparare nel mucchio quando si affronta una questione come questa”.

Che cosa intende per “patto dei buoni”?

“Mi spiego meglio. Se ci si sceglie tra quelli buoni, si riesce a difendersi meglio. Anche se si è piccoli (ma buoni) mettendosi insieme si realizza una testuggine che protegge in tante situazioni, sia sotto il profilo della competizione economica che da tanti altri punti di vista. Oggi è difficile fare impresa in Italia, in ogni parte d’Italia. Non c’è più una differenza e chi lo dice è in malafede. I fenomeni peggiori sono diffusi in tutto il Paese ed anche in Europa, anche se a livello comunitario forse non se ne stanno rendendo conto e probabilmente sono anche meno attrezzati di noi per poterli respingere e combattere. Il problema vero è quando all’interno dell’impresa sana ci sono comportamenti non sani: è lì che bisogna intervenire ed avere il coraggio, ripeto, di scegliersi”.

In base a quali criteri identificativi?

“Una volta ci si basava sostanzialmente sul risultato del margine operativo lordo, la perfomance economica. Oggi, oltre il bilancio di sostenibilità – che a mio parere dovrebbe diventare obbligatorio per legge – c’è da mettere in risalto soprattutto il valore della reputazione delle aziende, un valore generato dalle persone che comprano i nostri prodotti e vengono a fare la spesa in un nostro negozio. E’ sulla base della reputazione che si crea il vero vantaggio competitivo. La ricerca del prezzo sempre più basso comporta delle scelte: se costa poco, o non è buono o proviene da percorsi di sfruttamento delle persone e dell’ambiente nel quale si colloca l’azienda produttrice”.

 

Fin fin Francesco Pugliese-AD Conad
Francesco Pugliese
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