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Il punto di Arpocrate. L’economia ristagna, ma non lo sviluppo dei dati e lo scambio di informazioni.
Trump, gli occhiali scuri e la miopia dell’Europa
“Nuove bandiere di resistenza alle traiettorie che dominano i mercati devono essere sventolate al più presto, accompagnando lo sforzo di Papa Francesco di passare dal G7 o G20 al G200, dando voce a popoli che reclamano egemonie non nazionaliste in merito ai flussi di merci”.

di Pasquale Persico

La maggior parte delle ricette di politica economica hanno come presupposto che lo Stato possa condizionare e regolare qualsiasi mercato. Poi ci sono le “visioni” più marcatamente ideologiche che si propongono di affidare al mercato la possibilità di “correggere” gli squilibri perché si propende, in questo caso, per un intervento dello Stato di carattere minimale. E poi ci si può anche imbattere in qualche economista sprovveduto – spesso in televisione – che addirittura parla di de-globalizzazione pensando alla politica di Trump ed alla necessità di dare agli Stati più poteri di regolamentazione. In realtà le “grida” di Trump e gli inviti a rompere patti – vedi la proposta suggerita alla GB di una Brexit senza accordi – sono una manifestazione di debolezza rispetto ai grandi temi della crescita  del benessere e della sua distribuzione.

E’ evidente che i muscoli di Trump, pur non essendo  di cartone, non tengono conto che gli accordi tra Stati sono l’unico modo per superare le attuali difficoltà e per  regolamentare spazi di monopolio dilaganti, a partire da quelli che hanno il controllo di dati ed informazioni e possono creare condizionamenti importanti inerenti allo sviluppo delle economie. L’economia ristagna, i flussi di merci e persone rallentano, ma non lo sviluppo dei dati e lo scambio di informazioni.

Quando nacque il partito democratico negli USA il maggior successo fu riuscire a fare funzionare l’antitrust e, sulla spinta dei sindacati, il ricorso ad una serie di altri contrappesi consentì l‘affermarsi di istanze morali ed etiche in merito al funzionamento delle istituzioni.

Purtroppo, oggi,  molti altri leader politici hanno messo gli occhiali scuri per non vedere tutti i colori della globalizzazione e parlano per alimentare, come il presidente USA, le paure che portano voti e potere di interdizione rispetto alla necessità di elaborare una politica di maggiore concordia tra Stati ed istituzioni esterne  agli stessi Stati.

L’Europa può ancora cogliere l’occasione di puntare a costruire nuove ipotesi di sviluppo partendo dal presupposto che nemmeno tutta l’Europa unita ha il potere di controllo sui monopoli globali e che solo una larga cooperazione tra Stati può aprire scenari di nuova urbanità e di nuovi diritti per le popolazioni che chiedono di entrare in campo per contribuire allo sviluppo ed ottenere una maggiore equità distributiva.

Proprio gli USA, come altri Stati europei, hanno avuto la possibilità di ottenere incrementi di Pil consistenti, ma hanno peggiorato la distribuzione delle risorse prodotte, perdendo l’occasione di incamerare anche un vantaggio in termini di efficacia ed efficienza dal punto di vista della governance.

Il nodo per il nostro Governo è evidente: l’Europa deve fare un altro salto qualitativo sul piano della cooperazione tra gli Stati dell’Unione e tutti questi, insieme, devono elaborare una strategia comune. Ogni altra strada soffre di negligenza istituzionale e porterà fuori rotta con gradi pericoli rispetto a crisi e conflitti non auspicabili.

Anche il problema del nostro debito pubblico, per quanto già detto, non è nella possibilità di essere risolto soltanto dallo Stato italiano. Si rende necessario un soccorso collaborativo connesso alla nuova visione che l’Europa dovrà sviluppare. Gli aggiustamenti sulla politica fiscale hanno  il fiato corto senza uno sguardo allargato al potenziale da immaginare e creare nell’ambito delle nuove collaborazioni da proporre all’Europa e agli Stati che vorranno cooperare con l’Europa. Abbiamo bisogno di nuove leadership senza occhiali scuri, capaci di guardare lontano come aveva fatto, appena dopo la prima grande e vera globalizzazione, Giordano Bruno, affermando che la centralità dell’Europa era terminata e che le egemonie allora in campo dovevano rallentare la loro voracità. Ciò non avvenne e Giordano Bruno fu bruciato sul rogo ed è probabile che non avvenga nemmeno adesso, e che questa volta, però, bruci il mondo intero; ecco perché nuove bandiere di resistenza alle traiettorie in campo devono essere sventolate al più presto, accompagnando lo sforzo di Papa Francesco di passare dal G7 o G20 al G200, dando voce a popoli che reclamano direzioni non nazionaliste in merito al controllo dei mercati.

I messaggi culturali  inadeguati per capire la crisi dello Stato e dello Stato forte,  a partire da quello che ispira i comportamenti occidentali regressivi, spingono anche grandi Paesi in crescita sul proscenio mondiale a rivendicare la necessità di accompagnare lo sviluppo attraverso l’accelerazione della corsa agli armamenti. E su questo versante si apre un altro inquietante fronte che converrà al più presto disinnescare.

 

Foto Pasquale Persico
Pasquale Persico
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