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I numeri dell'economia »

Come si articola il lessico pubblico in questi mesi di cambiamenti e di notizie a ritmo serrato.
Tra difesa (sanitaria) e costruzione dello sviluppo (non solo)
Le parole-chiave, secondo la scansione da vocabolario, che circolano nella scena della comunicazione, i nodi da sciogliere e qualche interrogativo.

di Mariano Ragusa

Lessico pubblico nella traiettoria di un passaggio dalla “difesa” sanitaria dal virus alla “costruzione” dello sviluppo (non solo) economico. Attraverso le parole-chiave (secondo scansione da vocabolario) circolanti nella scena della comunicazione, i nodi da sciogliere e qualche interrogativo.

Assembramenti. Necessario, ancora, evitarli. Come necessarie saranno mascherine e distanziamenti. Controlli allentati e sanzioni solo ipotetiche. Tutto è nelle mani della responsabilità di ciascuno. A volte funziona.

Bonus. Erogati a pioggia dal governo nella terra di mezzo tra i due ultimi lockdown, hanno spinto la vendita di biciclette e monopattini. Tonico psicologico più che significativa spinta alla pur celebrata “ripresina”. Parola e misura scomparsa nel nuovo corso. Sopravvive la terminologia aumentata e vira sul concreto la finalità: super bonus del 110% per le ristrutturazioni degli edifici. Una mano alla transizione ecologica e l’altra alla ripresa del settore delle costruzioni. Altro che monopattini….

Concertazione. Come dire: lo stesso spartito suonato da diversi strumenti senza stonature o cacofonie. Concertativo era il metodo del lontano governo di Carlo Azeglio Ciampi. Concordia nazionale contro una pesante crisi finanziaria. Oggi è tempo di concertazione? Se ne intravede la trama e gli effetti in relazione al Recovery plan. Finora ha dato frutti apprezzabili perché imposto e accolto come vincolo esterno al sistema dei partiti titolari di sovranità devoluta al supertecnico premier e alla sua squadra. L’assetto che Draghi sta imprimendo alla organizzazione gestionale del Pnrr è di conio centralistico con aperture collaborative (gli enti territoriali): più forte il primo delle seconde. Una gabbia d’acciaio. Quanto vincolante per il dopo-Draghi? I partiti non saranno né dovranno essere automatici esecutori di carte già scritte. E’ la democrazia. Campo aperto che rende necessario e urgente il coerente disegno dei profili dei competitors.

Debito. Il premier Draghi ci ha spiegato che c’è quello buono e quello cattivo. Troppo stretto lo spazio di una voce di vocabolario per esaminarlo. Allora, mettiamola così. Di fronte ad un malato grave, ma potenzialmente guaribile, cattivo è il debito che si contrae per farmaci palliativi; buono è invece il debito stipulato per cure costose ma prevedibilmente efficaci. Il report, recentemente pubblicato, sull’indebitamento siderale dei Comuni italiani anima il sospetto che la classe dirigente, segnatamente locale, tra le due declinazioni del debito, innanzi indicate, abbia storicamente adottato una terza opzione. Ovvero: facciamo debito perchè prima o poi qualche salvataggio arriverà.

Serietà vorrebbe che si rimettesse sotto controllo questo disastro selezionando nel mare dei bilanci pubblici il debito davvero buono e su di esso si ricostruisse una serio piano di rientro. Occorrerà che la classe dirigente amministrativa compia una operazione verità sulle ragioni del tendenziale default. E che dal doveroso gesto di trasparenza i cittadini/contribuenti ricavino strumenti per giudicare e, se del caso, mettere alla porta che li ha amministrati. Un conto è l’algebra coniugata con la politica, ben altro la tombola di fine anno.

Elezioni. L’anomalia Draghi ha messo la sordina, o diversamente canalizzato, il gioco e il conflitto politico. Che naturalmente (e giustamente) si è già risvegliato ed infiammato in vista della imminente tornata delle elezioni amministrative che riguarda anche grandi città. Le urne daranno inevitabilmente un segnale ai partiti ed allo stesso governo. La variabile Covid, soprattutto la valutazione delle azioni adottate per contrastarlo oltre alla vaccinazione e per ripartire, rende politico il voto per i sindaci. Tutti avvisati. Queste elezioni maturano su un percorso in convulsa transizione politica e in assenza di una definita e strutturata geografia di coalizione all’interno delle macro-aree del centrosinistra e del centrodestra. Il voto suggerirà la strada.

Formazione. E’ tra le parole-cardine della Ripartenza. Declinata nel suo profilo contenutistico sistemico (Scuola/Università) e dinamico funzionale (l’intreccio con il lavoro anche quando manca). Il lessico pubblico sembra aduso alla modellistica delle rappresentazioni. Non è stato ancora chiarito il “come” dell’attuazione e soprattutto le risorse messe sul tavolo. Il Paese non può ignorare l’analfabetismo funzionale che studi internazionali certificano. E neanche la tentazione di assalto alla diligenza delle lobby della ricerca contro le quali ha di recente scritto su “Repubblica” la scienziata e senatore a vita Elena Cattaneo.

Giovani. E’ la parola ineludibile, e mai elusa, della retorica pubblica. Dalla grande rimozione al presentismo ossessivo della promessa: da dimenticati i giovani diventano la priorità di ogni sforzo e di ogni impegno annunciati. Non guasterebbero da subito azioni e segnali coerenti e credibili: abbattere il tasso di evasione scolastica; favorire il rientro di cervelli fuggiti all’estero; allineare formazione e lavoro nell’area disciplinare delle competenze tecnico-professionali. Tre azioni, tre piccoli segnali. Un allenamento per la battaglia più grande contro le corporazioni che bloccano l’ascensore sociale.

Hotel. Termine sinonimo per significare Turismo. Sul comparto, strategico per il Paese, pende una doppia attesa. La ripresa e la difesa dalle imprevedibilità del contagio. I fatti diranno…

Inchieste. Delle tante sui tavoli delle Procure, una, che eccede questi stessi tavoli, merita che si svolga e che ne sia dato conto ai cittadini. Riguarda la genesi del virus. Torna l’ipotesi del fattore umano (il virus fuggito da un laboratorio di Wuhan) accanto a alla causa generativa naturale del salto di specie. Il presidente Usa Biden la chiede ed ha già mobilitato i suoi servizi segreti. La Cina (campo di caccia delle informazioni essenziali) fa muro. L’Organizzazione mondiale della Sanità ondeggia. Un libro inchiesta (“Una pandemia che si doveva evitare”) di Fabrizio Gatti, inviato dell’Espresso, apre il caso con la forza delle notizie. La virologa Maria Rita Gismondo è scettica sulla possibilità dell’inchiesta per ragioni geopolitiche. La verità virale potrebbe scatenare effetti peggiori del virus sul piano degli equilibri globali. Che sia così è comprensibile. Incomprensibile e impossibile invece la rinuncia alla verità. Servirà anche all’Italia dove tutta da chiarire (se ne occupa la Procura di Bergamo) è la vicenda sulla gestione del piano anti-pandemia.

Lavoro. Protetto nel tempo acuto della pandemia. Tutelato nel cammino della ripresa con le misure ampiamente condivise (dopo modifica) su appalti, subappalti e massimo ribasso. Ma siamo solo ai nastri di partenza. La fine del blocco dei licenziamenti potrebbe aprire scenari drammatici. Li temono i sindacati, li esclude Confindustria. Le reti di protezione a termine vanno ancora tessute.

Ineludibile è tuttavia la postura culturale che il Paese è disposto ad assumere nel guardare al tema-lavoro. Diritti e dignità è sembrato si siano slegati, da un passato recente ad oggi, dal lavoro. Ne sono invece in presupposto e il “capitale” che il lavoro è chiamato a valorizzare. E’ opportuno un salto di visione culturale che superi la chiusura settoriale del tema. In troppi casi la auspicabile stagione dei doveri (dopo anni di lassismi e scorciatoie) passa attraverso una consapevole attestazione di diritti e dignità.

Mezzogiorno. Il governo Draghi giura che nel riparto dei fondi del Recovery tanto e più del prevedibile è stato destinato alle Regioni del Mezzogiorno. I governatori di questo territorio hanno più di una perplessità ma non sembra erigano barricate. La spesa pubblica è linfa del consenso politico. Certo, non solo al Sud. Ma nel Mezzogiorno qualche record negativo lo si è conquistato nella gestione dei Fondi strutturali con troppi progetti fermi e capacità di spesa bassissima.  Non è una condanna, ma un problema aperto certamente lo è. (Vedi alla voce Debito).

Opportunità. Ma anche “Occasione”. Con le inscindibili aggettivazioni di “imperdibile”, “irrinunciabile”, “irripetibile”. E’ la fertilità della retorica politica che avvolge come cellophane il discorso pubblico sul Recovery plan. Frenesia da annunci. Training autogeno della politica in cerca di affidabilità.

Parità di genere. Tema vasto e fondatissimo. Limitiamo l’orizzonte. Nella manovra legata alla regolamentazione degli appalti il sindacato ha ottenuto una quota (30%) riservata a donne e giovani. Va bene come azione difensiva per iniziare ad abbattere insopportabili discriminazioni. La promozione dell’equità richiede altro. Nella formulazione della norma manca un aggettivo che è sostanza: “competenti”. Può darsi che ci sarà nel dettaglio del provvedimento. In assenza resta il dubbio su una promozione a metà che non valorizza né genere né professionalità.

Scienziati. Cala la curva dei contagi, cala la presenza degli scienziati in ogni segmento della Tv e del sistema dell’informazione. Virologi ed epidemiologi diventano truppe di complemento del racconto pubblico. Esperti a chiamata. Ne sopravvivono tre che conservano un certo monopolio di visibilità. Roberto Burioni che ha ottenuto la cattedra mediatica di “Che tempo che fa” con le sue lezioni sul Covid; l’autorevole Ilaria Capua che miscela lettura dei dati ed accorate raccomandazioni alla prudenza rivolte ai cittadini/telespettatori; e infine la credibile Antonella Viola che intesse il registro tecnico con ricami pop sfiorando (quando le viene richiesto) il giudizio sulle scelte politiche anti-pandemia ma evitando, prudentemente, sconfinamenti di campo. Per ragioni diverse i tre studiosi hanno occupato un posto nel flusso della comunicazione. I loro volti resteranno ancora a lungo nell’immaginario mediatico.

Ora che l’emergenza si attenua toccherebbe ai media responsabili un compito interessante: rileggere il racconto corale della scienza snocciolato in questi quasi due anni che abbiamo alle spalle. Per capire quanto e chi (linguaggi e personalità) abbiano saputo orientare ed aiutare a capire l’evento che ci ha travolti. Esercizio non vacuo né destinato a stilare pagelline. La scienza è diventato un mondo meno estraneo ed esterno alla nostra quotidianità. Sarebbe utile ricavare dall’esperienza modelli e persino format per stabilizzare la presenza del sapere scientifico nei palinsesti tv o nelle pagine dei giornali (e perché no anche nel web). Un po’ di pensiero strutturato dopo tanto pur involontario show.

Tasse. Più che obbligo imposto dall’Europa la riforma del Fisco è dettata dalle perduranti vecchie disuguaglianze aggravate da quelle nuove generate dal Covid. Il campo è minato. La politica pronta al conflitto. Legittimo e ragionevole. Quella riforma riflette modelli ai quali conformare la società italiana. Alla tassazione inasprita sulle rendite di successione, proposta dal segretario pd Enrico Letta, Salvini a rispolverato per contrapposizione la sua tassa “piatta”. Altre voci giocano di rimando in funzione di posizionamento.

Il Fisco agisce da strumento di riequilibrio e riduzione di sperequazioni diventate insopportabili. Il criterio di proporzionalità, se non mette al riparo migliorandole le condizioni di prelievo sui redditi da lavoro (e su chi meno ha), rischia di reiterare le disuguaglianze. Ma il Fisco è anche strumento dinamico per la destinazione delle risorse della tassazione a investimenti pubblici produttivi. I fini virtuosi, in questi decenni, sono stati smarriti. La pesante evasione fiscale è solo il sintomo di una malattia a suo modo pandemica.

Vaccini. Ci sono e – si promette – sempre di più ne arriveranno. La risposta alle campagne vaccinali è incoraggiante. La copertura in grado di governare il rischio è ancora lontana. Occorre insistere.

C’è però un tema di informazione tutto ancora da svolgere. Chiarire, cioè, il salto dai paletti della fase di avvio delle vaccinazioni a quella attualmente in corso. Il rigido ancoraggio delle tipologie di farmaco all’anagrafe dei vaccinandi sembra essersi adesso dissolto in un generale accesso all’antidoto contro il virus. Se ciò è accaduto per una più adeguata conoscenza su base sperimentale è un fatto incoraggiante. Divulgarlo sarebbe oltremodo utile anche a piegare la sacca sebbene minoritaria degli anti-vaccino.

Altro corollario tematico riguarda i tempi di immunizzazione. Quanto dureranno? Sarà necessario un terzo richiamo? Il vaccino anti Covid rientrerà nel protocollo di profilassi ordinario al pari di quello contro l’influenza stagionale? Domande forse al momento fuori luogo ma ragionevoli. Per due ragioni: sanitaria ed economica. La prima è evidente. La seconda da evidenziare. Il vaccino anti Covid “normalizzato” imporrà disponibilità finanziarie sul versante del sistema pubblico di assistenza sanitaria e orientamento dei propri piani produttivi alle imprese del settore farmaceutico.

 

 

 

 

 

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